“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Domenica, 21 Luglio 2019 00:00

Dei limiti divisori

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Arrivò al ristorante con un’ora di ritardo. Mio padre era fatto così, gli piacevano i gesti plateali. Quella festicciola abbastanza intima l’aveva organizzata mamma per la mia licenza di terza media. Era visibilmente orgogliosa della mia pagella: uno strepitoso dieci in lingua italiana e otto in tutte le altre materie. Insomma, la migliore studentessa dell’Istituto.

Mamma aveva prenotato un tavolo per sette persone: noi quattro, tra cui il mio fratello di otto anni, Michelino, le due mie amiche del cuore e zio Fiorenzo, fratello di mamma, che era stato ordinato sacerdote da pochi mesi.
“Eccolo finalmente!”, esclamò Don Fiorenzo con un sorriso quanto mai bonario quando papà aprì con la consueta decisione la porta del ristorante. Blazer bleu-marin con bottoni di finta tartaruga, pantaloni color prugna dalla piega impeccabile, cravatta regimental rossa-bianca-blu su camicia bianca, e scarpe nere, lucidissime, che avrebbero fatto sfigurare un paio di Church nuove di zecca. Quegli indumenti scelti con cura, vestivano la figura imponente che da sempre amavo con tutto il cuore.
Papà disegnò nell’aria col braccio destro un semicerchio a modo di saluto generale, poi in una sola falcata si avvicinò a capotavola, dove ero seduta, sfilò dall’altra mano il pacchetto confezione regalo, e mi soffiò un quasibacio sulle guance, sussurrandomi: Tieni Mariù, fanne buon uso. Ti sarà d’aiuto… vedrai”. Aprii subito il pacchetto, come avevo immaginato era un libro.
Passate due ore a tavola, quando ormai il nostro tavolo era rimasto l’unico ancora occupato, interpretammo il finto armeggiare del cameriere attorno all’interruttore della luce come un segnale inequivocabile. Di scatto ci alzammo tutti. Uscimmo dal locale, fuori l’aria era afosa. Infilandomi quasi di corsa nell’auto dei miei ebbi la sensazione di non poter distogliere lo sguardo dal titolo: Il mestiere di scrivere.
Ricordo come fosse ieri che fu verso i quattro anni quando il mio rapporto con papà prese una piega particolare. Michelino non era ancora nato, e mamma, che pur mi copriva di tutte le possibili attenzioni, era tuttavia assorbita, forse più del necessario − almeno così mi sembra ora ripensandoci − da quello che lei chiamava “Il dovere di esserci”. Il che per lei significava partecipare alla vita politica della nostra zona circoscrizionale nell’est di Milano, dove vivevamo, con quanto di gravoso quell’impegno comportava: riunioni di partito, campagne elettorali, assunzione di responsabilità amministrative fino all’incarico di assessore alla sanità. Il tutto a scapito di una sufficiente presenza in famiglia, specie di sera. Da principio i miei genitori discussero tranquillamente di quel problema, e la loro decisione fu di ricorrere quando ce n’era bisogno a una giovane baby-sytter. Del resto, lo stipendio di papà, direttore della più importante agenzia bancaria della città garantiva alla nostra famiglia di fronteggiare agevolmente anche quella spesa.
Le sere in cui mamma era assente si facevano sempre più frequenti. Papà mi permetteva di guardare alla tv i miei cartoni preferiti ma non oltre le nove. Nonostante le mie piagnucolose richieste, non transigeva, a quell’ora dovevo prepararmi in tutta fretta per la nanna. Ma io mi prendevo la mia rivincita obbligandolo a raccontarmi ogni volta una favola sinché non mi fossi addormentata. E così ebbe inizio un tipo di relazione con papà che avrebbe segnato profondamente la mia vita. Lui non amava raccontarmi le solite favolette dove i soliti cappuccettirossi o pollicini e così via facevano sempre le solita storie. Si sdraiava sul mio lettino, appoggiava delicatamente la spalla sulla mia, spegneva la luce e si metteva con un tono di voce basso e suadente. Oh! Era meraviglioso. Le favole che mi raccontava erano frutto della sua immaginazione, e sempre nuove. Ma papi come fai a inventare queste favole?” chiedevo ogni tanto. “Non è poi così difficile, piccola zanzarina. Basta osservare la realtà di ogni giorno e farle fare un bagno di fantasia”, me lo spiegava a modo suo. La vera vita non è come noi la vediamo. Mariù, ma è ciò che ciascuno di noi è in grado di scoprire. Lo so che per te non è facile capire quello che ti sto dicendo, ma voglio che tu possa dare libero sfogo alla tua fantasia, così un giorno potrai anche tu raccontare favole nuove, scrivere poesie e magari col tempo persino un romanzo”.
Andò avanti così per un bel po’, finché venne il momento che scrissi la prima poesia. Avevo appena compiuto otto anni. Papà era riuscito a trasmettermi la passione per la scrittura creativa. Da lettore onnivoro qual era, quello fu il suo imprinting su di me.
Quando iniziai la prima ginnasio ero ormai carica di entusiasmo, con la convinzione che sarei diventata una scrittrice di successo. Leggevo molto, scrittura al femminile, preferibilmente. E mi cimentavo a comporre brevi poesie che trascrivevo sul mio diario gelosamente custodito a chiave nel cassetto della mia scrivania. Un giorno o l’altro le avrei fatte leggere a qualcuno.
Nel frattempo qualcosa sembrava essere cambiato nella nostra famiglia. Mamma era sempre più impegnata con la sua attività politica, non passava sera che non avesse una riunione pubblica da qualche parte e rincasava quando ormai papà si era ritirato a letto, dove leggeva fino al suo rientro. Dalla mia cameretta mi capitava talvolta di udire i miei genitori che discutevano, ma non riuscivo a distinguere quello che dicevano. Ciò che però percepivo con chiarezza era la concitazione con cui parlavano. La mattina dopo, mentre consumavo la prima colazione, scrutavo i loro sguardi e il reciproco comportamento, mi sforzavo di intercettare qualsiasi segno, anche il più apparentemente insignificante, nel tentativo di cogliere eventuali sintomi di incrinatura nel loro rapporto. Ma osservandoli bene tutto mi appariva normale. Tuttavia mi sentivo vagamente a disagio. Forse non vogliono turbarmi, forse per questa ragione cercano di non fare trasparire nessun indizio che possa farmi pensare a loro possibili contrasti”, rimuginavo tra me.
Uscendo di casa con a tracolla lo zainetto pieno di speranze, il mio stato d’animo cambiava di slancio. Sprigionavo ottimismo, gioia di vivere, e al liceo classico i miei risultati miglioravano progressivamente, specialmente nelle materie umanistiche. Quando la Prof di lettere riportava a scuola i temi che aveva corretto a casa, la mia votazione era sempre la più alta, e il mio tema veniva letto dalla stessa Prof con molta enfasi davanti a tutta la classe, con lodi che si sprecavano. Felicità.

Accadde all’improvviso. Senza nessun sintomo premonitore. Quel giorno ero tornata da scuola con mezz’ora di ritardo a causa di un guasto al bus addetto al trasporto alunni. Dopo la fermata al mio quartiere feci di corsa il breve percorso che mi separava da casa, temevo che mamma mi sgridasse per non essere rientrata alla solita ora. Suonai il campanello, avevo il fiatone e il cuore mi batteva forte. Venne mamma ad aprirmi, notai subito che aveva gli occhi stralunati. Mamma non è colpa mia... il bus”, dissi, senza completare la frase. Vedere papà in casa a quell’ora mi aveva come bloccata. Se ne stava appoggiato alla porta del salotto. Il solito largo sorriso rassicurante che ti conquistava. La sua struttura fisica imponente. Era vestito di tutto punto come fosse in ufficio a trattare chissà quale importante affare. Mi prese per mano, quasi a farmi male, e mi fece sedere sul divano, e mi disse tutto in nove parole: “Me ne vado per un po’ poi si vedrà...”. Non capivo, ero stordita. Come abbia potuto starmene inchiodata sul divano con gli occhi sbarrati, senza mettermi a urlare mentre loro due con impressionante freddezza mi spiegavano la situazione, me lo sto chiedendo ancora oggi.
A ripensarci sembra una storia da manuale. Considerate le sue non comuni doti manageriali, la banca aveva offerto a papà il posto di Direttore della filiale di Parigi che sarebbe stata aperta di lì a poco. Un salto di carriera che nessuno, in condizioni famigliari normali, avrebbe potuto rifiutare. La decisione di accettare papà l’aveva presa all’istante, quello stesso giorno, senza neppure chiedere il parere di mamma. Io non smettevo di fissarli, prima uno poi l’altra, aspettando quelle parole tipo Ci trasferiamo tutti e quattro” che mi avrebbero liberata dallo stato ansioso che quasi mi toglieva il respiro. Ma tu mamma”, riuscii a balbettare. Non posso abbandonare i miei impegni sociali. Sono troppo importanti per me...”, rispose. Michelino, ignaro di tutto stava seduto in un angolo litigando con la sua Play-Station.

Ero alle soglie dell’adolescenza e stava per scoppiare la mia prima crisi esistenziale. Papà si stabilì a Parigi, quali accordi avesse preso con mamma per ciò che riguardava il resto tipo fino a quando le cose potevano andare avanti in quel modo, non era dato sapere.
Andammo avanti così per sei mesi, senza che papà abbia mai preso la decisione di saltare su un aereo e venirci a trovare. Da lui solo qualche telefonata. Quando chiamava, qualcosa in me si bloccava, gli facevo domande banali alle quali lui rispondeva in modo altrettanto banale, salvo ricordarmi che il sogno di diventare una scrittrice lo dovevo a lui.

Sono cinque anni che papà è scomparso, da quando ha rassegnato le dimissioni dalla banca trasferendosi non si sa dove. Mi trovo in un appartamento al primo piano di una palazzina nei pressi dell’Università Statale di Milano, dove vivo con Franco che insegna letteratura italiana. Ci siamo conosciuti in una biblioteca, e dopo un po’ che ci frequentavamo mi ha proposto di mettermi con lui. Non ho esitato un attimo a dirgli di sì. Sentivo di dovere andarmene da casa, là non c’era più posto per me, per il mio equilibrio emotivo.
Il giorno che ho compiuto vent’anni mamma mi ha inviata a casa. Dopo il pranzo, senza che mamma se ne accorgesse, ho sottratto dal cassetto del comò una fotografia di papà. Prima di rientrare con Franco ho comprato una cornice d’argento dai bordi finemente lavorati. Ho posato la cornice con la fotografia sul mio comodino. Osservando quella foto mi sto perdendo. Una tenerezza languida e malinconica mi vela la vista. Vorrei tanto dare un nome a quel sentimento.

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