“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Domenica, 28 Luglio 2019 00:00

Ricordando Sergio Endrigo

Scritto da 

I

Mille cose. Troppe cose
assediano i felici,
senza lasciare loro il tempo
di accorgersi che sono
così felici.

E non lo sono, infatti:
confusi, forse; distratti.
Desiderosi d’altro.
Invece io ti ho avuto.
Ho avuto te,
e mi ricordo di questa sola cosa.
Di questa cosa sola
mi accontento.


II

Non può morire nemmeno
quando muore,
una qualsiasi storia d’amore.
La nostra, poi.
Me la coltivo come un germoglio:
la curo la sorveglio,
nella tiepida
serra
del ricordo.
Mia tenera allegria, se resto sola.
Orgoglio
che taccio in compagnia. 


III

Eri con me.
Eri con me d’estate.
Probabilmente luglio, inizio agosto,
e insomma era l’estate
di una non vacanza.
La stanza, chiara; la terrazza.
Il letto, il copriletto a fiori.
Il caldo fuori, non dentro
quella stanza.
Era d’estate, l’autunno
non ci preoccupava.
Un posto senza mare,
senza dopo,
bastava.


IV

“Finirà − hai detto piano −
Come tutto finisce”.
Sembravi angosciato
dal tuo fiato, addirittura.
Perché non crederci
perché non riprovare
− riflettevo guardandoti.
Forse hai paura.
Te lo leggo negli occhi
che hai paura.


V

Non hai voluto finire.
Io ti incalzavo, ti incoraggiavo.
“Dimmi!”, dicevo.
Implorando: “Spiegami!”
Pronta a chiedere scusa,
a umiliarmi, a promettere
per l’eternità.
“Se le cose stanno così...”,
ti muravi, alzando le spalle.
Spacciando bugie
(le tue!) per verità. 


VI

Giorni grigi più grigi
del cielo, con le nuvole basse
che promettono gelo
e neve. Mi regali
una vita impossibile,
se scompari nel nulla
(se resti e sei nulla).
Chi ci guarda dai vetri
ci vede infreddoliti,
tremanti nell’inverno
non solo per la neve.


VII

Non ci sarò.
E non per cattiveria.
Semplicemente, sarò lontana,
tra gente e strade
che non conosci.
Via, via, lontana da qui.
Non per vendetta.
Adesso lo capisci, finalmente?
Te lo devo ridire? Lo ripeto:
con calma, con pazienza, senza fretta.
Non ci sarò.
Adesso sì, che sono seria.


VIII

Ne ho persi, di giorni:
e sono tanti.
Il fiore della giovinezza,
direbbero gli amici
benpensanti.
È che si paga tutto
stando insieme:
il bene e il male
fatto e ricevuto.
Non tiriamo le somme
da meschini: dato/avuto,
molto/poco.
Siamo stati generosi tra noi
− perlomeno in tenerezza.
Poi, ci siamo tenuti compagnia.


IX

È inverno, nell’aria,
o cos’altro? Bambini silenziosi
spaventati, per strada.
Amici seri, quasi in lutto.
E io, anch’io: aspetto zitta
impaurita che uno
da lontano torni, mi porti
un fiore − gentile nel freddo −
a scaldarmi mani, occhi,
il cuore distrutto.


X

Cosa resta di te? Non saprei.
La tua assenza, di certo.
Un vuoto di gesti
un rosario di sguardi mancati.
Silenzi, silenzi.
Pesanti, ricattanti fantasmi
sulle scale.
Ma è passato tanto tempo.
Il tuo non dire
il tuo non essere,
non mi fa male.





Queste dieci poesie sono un omaggio a Sergio Endrigo, e citano versi tratti dalle seguenti canzoni:
Io che amo solo te, Canzone per te, Era d’estate, Te lo leggo negli occhi, Se le cose stanno così, Aria di neve, Adesso sì, La prima compagnia, Lontano dagli occhi, La tua assenza.
La silloge fa parte della raccolta inedita Rime e varianti per i miei musicanti. 

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