“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Domenica, 20 Maggio 2018 00:00

Cercando il fascino dell'ignoto

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C’è  più di un modo per parlarne
 

L’orientamento resta quello che abbiamo deciso sin dall’inizio della nostra ricerca. Il club si attiva mosso talvolta dal caso, in altre occasioni realizzando un piano prestabilito. Ma sempre stando attenti a non spingerci oltre il naturale campo di un’osservazione che non vuole essere una sorta di studio meramente astratto dell’essere umano.

È già passato un anno dal nostro esordio. Molti sono i frammenti cognitivi raccolti, tali da incoraggiarci a proseguire nel cercare di mettere insieme un primo profilo che possa costituire l’asse di un sempre maggiore approfondimento della materia. Ed è verosimilmente decisivo a tal fine, riteniamo, un approccio espressivo il più convincente possibile per farne oggetto di discussione. Ne parliamo, ne scriviamo tuttavia con semplici annotazioni che non pretendono di essere decisive per la messa a fuoco di una scoperta che non possa essere posta in discussione. Al contrario, lo confermiamo in ogni occasione, ci proponiamo di tentare di cogliere il sentire come res cogitans di cartesiana memoria, ciò che, del resto, in vario modo siamo noi stessi. Chi, ed è il mio caso, si propone di dispiegare quanto colto attraverso l’osservazione per mezzo della scrittura, ha inevitabilmente dovuto fare i conti con il dilemma se trattarlo in prima o in terza persona. Ne abbiamo discusso secondo le nostre personali inclinazioni tenendo presente le posizioni contrapposte di due grandi scrittori: Julio Cortázar e Jonathan Franzen. Cortázar più portato alla prima persona perché “in quel caso narrazione e azione sono una cosa sola” mentre Franzen ama la terza persona ritenendo la prima “così limitante”. E naturalmente spiegano le ragioni delle loro opposte preferenze.
Quanto a noi l’una vale l’altra, purché si faccia sempre una ragionevole pausa di riflessione prima di assegnare un giudizio definitivo alla materia del contendere. Dunque, dove sta dirigendosi l‘essere umano in questo shitty world? Per citare ancora una volta DFW, che tuttavia è contrario alla drammatizzazione.
Non è nostra intenzione arrenderci alle tante difficoltà che andiamo via via incontrando. Fermo restando l’intento di restare al di sopra di conclusioni categoriche. Lasciamo che sia un gioco. Ma di quelli che contano.
C’è una famiglia che noi cinque conosciamo bene. Una coppia di anziani con due figli sposati vive da tempo giorni di amarezza a causa dei rapporti ormai irrimediabilmente deteriorati tra le loro mogli. È un caso sul quale abbiamo avuto occasione di discutere, essendo nostra convinzione che la famiglia è il bene supremo nella convivenza umana. Quali siano le cause di tale stato di cose in quella famiglia non ci è del tutto chiaro. Rapporti interpersonali non equilibrati forse, o che altro. E perché ce ne occupiamo nella nostra analisi? Semplicemente per  il fatto che questo caso è emblematico. Pone in evidenza l’incapacità di dare vita in non pochi casi ai valori di armonia dei legami parentali. Il che ci porta a concludere che, sebbene non sempre palesi, le relazioni  tra i singoli siano venate da incomprensioni a causa di proponimenti discutibili, che derivano da una società postindustriale governata dai media paradossalmente orientata al consumismo in un certo senso fine e sé stesso. Eppure volgendo la nostra attenzione verso altre direzioni continuiamo a sentire delle potenziali affinità elettive che potrebbero riportare il vivere comune al sano concetto di consorzio umano.

Mi hanno chiesto di parlare di me, i miei amici. È questa mia vocazione alla narrativa che li ha incuriosirli sin dai primi momenti in cui si è manifestata. Loro, chi in un modo chi nell’altro, sono portati a esprimersi in differenti attività creative. Ma altra cosa è la scrittura.
Che devo dire? Rileggendo i mie racconti − di romanzi ancora non ne ho scritti − mi è parso che affiori un sottofondo ironico che li caratterizza. Che si tratti di una forma vorrei dire inconscia per mettermi al riparo dalla tentazione di immedesimarmi in quanto di brutto e stupido è sotto gli occhi di tutti? O magari possa essere una ragionata sorta di fuga dalla realtà? Le guerre in atto in più Paesi, il terrorismo che tende a oltrepassare ogni limite, il tutto in presenza di un preoccupante aumento della popolazione con le inevitabili conseguenti crisi nella convivenza mondiale è conciliabile con l’ironia? Sono domande che ho posto agli amici.
Drammatizzazione e ironia, dicevo. C’è forse un punto di svolta tra le due opposte concezioni?
−  Ed è qui che dobbiamo parlarne cercando, ciascuno di noi, di non farci offuscare dalle nostre astratte fissazioni − Lorenzo.
− Se una realtà data è quasi sempre tutta da dimostrare, ne consegue che le storie di vita sono fatalmente soggette a essere descritte, interpretate in modi diversi. Non di rado del tutto contrastanti. Quindi, anche l’ironia gioca il suo ruolo − Luca.
− Dipende anche dal rapporto che lo scrittore intende avere con i suoi lettori − Daniele.
− Occorre inoltre domandarci, cercare di capire perché uno scrittore possa paradossalmente alterare le situazioni esistenziali quasi a voler dissimulare la loro vera natura − dico.
− Beh, vogliamo anche considerare che quello che conta è scrivere, fare arte o almeno tentare di esprimere situazioni di vita per esigenze proprie, o a fini morali, dare gioia, piacere al prossimo e per tante altre ragioni tutte da scoprire. Non si finirebbe mai di spiegare perché a un certo punto c’è chi si lancia − è il caso di dirlo − nella straordinaria avventura di fare arte. E se in non pochi casi si trattasse di sopravvalutazione del proprio Ego? Che dire − Marco.
Un siffatto peregrinare teorico ci ha fatto perdere la nozione del tempo, complice un certo tasso alcolico, al punto che reggendomi a stento sulle gambe mi alzo e dico: − E se rimandassimo la conclusione al prossimo incontro?
− Sì, dice Luca, ma programmando anche una puntata al di là dei nostri confini geografici... nonché quelli interiori.
− Cosa vorresti dire? − Marco.
− Ne parleremo quanto prima. Al momento c’è il rischio di perderci nella nebbia.
 Quale nebbia, Luca? Qui siamo a casa di Simone, non capisco. Siete sicuri di avere le idee chiare?
Gli altri due lo prendono sottobraccio. Apro la porta, e li vedo salire sballati e confusi sull’ascensore.

Un mese dopo.
È durato poco l’incontro di oggi, ci siamo proposti di vederci quanto prima per discutere se sia possibile una breve puntata all’estero per osservarne l’ambiente verosimilmente diverso dal nostro.
− Già, ma dove? − dice Lorenzo, che appare piuttosto scettico.
− In realtà osservare un altro Paese, o anche qualcun altro, non può aiutarci più di tanto. Se cerchiamo di capire l’essenza umana, ha senso porci su diversi terreni, per così dire? La conclusione logica dovrebbe portarci a un dato di fatto, vale a dire che un uomo è un uomo, dovunque viva. Banalmente, tutto il mondo è paese. Questo nostrano proverbio ci mette in crisi un po’ tutti, non è così? − dico.
− Vuoi dire che stiamo andando fuori di testa? − dice Marco. − Forse ci siamo dati un compito che non ci porta da nessuna parte. Ma spetta davvero proprio a noi dare un significato che né la vita vissuta né la cultura in tutte le sue espressioni più profonde sono riuscite a riconoscere come una realtà non soggetta a differenti, talora contrastanti, interpretazioni.
Decidiamo che ci si vede settimana prossima. Ma con le nostre ragazze, questa volta. Vuol dire che riusciremo a volare più in alto, e cogliere del mondo aspetti finora da noi trascurati? O presi in esame superficialmente.
Al termine dell’incontro ci sentiamo tutti quanti più sereni.

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