“Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile”

Philip Roth

Sabato, 12 Maggio 2018 00:00

L'esecuzione

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I

Da lontano stava ad osservare
loro che innalzavano capestri:
abili nel condannare,
e delle esecuzioni sommarie
maestri.
Si grattò la testa, pensò
che era meglio andare.

 

Pestò l’erba, sputò in aria.
Ma poi si avvicinò,
si mise ad applaudire,
che iniziava la festa.



II

Non che gli piacessero
spettacoli del genere.
Ma cos’altro fare
di domenica mattina,
d’agosto, visto che non poteva
andare al mare?



III

Col piede sinistro segnava
il tempo alla banda,
nella mano destra un boccale di vino.
C’era aria da fiera di paese,
da mercato delle pulci a Samarcanda.
Ondeggiavano tutti,
si sbandavano, in punta di piedi
per meglio osservare,
a braccetto incatenati cantavano
dondolandosi come acqua nel mare.



IV

Lui guardava e non guardava,
ogni tanto volgeva altrove
gli occhi, un po’ per pena
di sé, dei carnefici innocenti,
o degli sciocchi spettatori
gaudenti.



V

La vittima non lo interessava:
se a tanto era arrivata
da farsi giustiziare
evidentemente
pativa la fine meritata.



VI

Gli era sembrato un po’ troppo giovane
e nei gesti lontani
burattino, al punto che si chiese
se non stessero impiccando un bambino.



VII

Bambino o no
era quello che ci voleva:
come quel vino fresco
nel caldo d’agosto.
Un’emozione forte
e sentirsi come tutti,
giusti davanti a ogni morte.



VIII

Sembrava di essere allo stadio
da tanto spintonavano, tifavano.
C’era chi scommetteva
sulla grazia finale:
l’evento mesto era insomma
un pretesto per quel baccanale.



IX

Una donna tra la folla lo fissava,
faceva di tutto per farsi vedere.
Le si mise dietro
per sfregarle col sesso il sedere.



X

Il rullo di tamburo
annunciò l’avvenuta esecuzione.
Lui si premette duro
al culo d lei in rilievo.
Fu un orgasmo collettivo,
eccitazione, urla e poi sollievo.



XI

Camminava svuotato
come gli altri
sul prato, tra carte e bucce,
stracci e péste.
Brindava a sconosciuti
faceva boccucce alle ragazze.
Nessuno guardava
dalla parte dove il corpo pendeva.



XII

Ci furono allora discorsi ufficiali.
Si applaudiva, ma le grida
coprivano le parole.
Le autorità sembravano ancora più sole.



XIII

Poi attaccò l’orchestrina,
cominciarono a ballare.
Non trovava la donna di prima.
Si strinse a una con voglia di baciare.



XIV

E bacia e gira e trallallà.
si trovò a caccia proprio là dove
non voleva andare, coi piedi lunghi
del giustiziato che davano ombra
sotto il sole a picco.
Stringendosi a una pazza dama unghie
dipinte lo guardò di sotto in su
e gli sembrò di vedersi com’era
lui da piccolo,
stessa faccia stessa razza.



XV

Gli veniva da dirgli
“Ehi amico, scendi giù che abbiamo
scherzato!” Ma quello freddo
impassibile dall’alto indifferente
alle sue suppliche
e a tutta l’altra gente...
“Peggio per te, allora,
chi se ne frega,
aiutati che dio t’aiuta”,
continuò il ballo che l’orchestra
era ormai muta.



XVI

I più sciamavano via,
chi a piedi chi in macchina,
qualcuno in bicicletta.
Lui continuava a bere
a ballare da solo,
perché non si pensasse
che come gli altri aveva fretta.
Rimase nel prato
solo con l’impiccato:
sembrava addirittura stesse lì
per ripicca, per fargli compagnia.



XVII

Dovevano apparire ben strambi,
il morto rigido ma indulgente
l’altro accucciato a guardia lì vicino.
Venne la notte e a consolarli
entrambi:
l’ubriaco pentito e impotente,
l’impiccato con la faccia da bambino.




 

(In Idra, anno II, n.3, 1991 e in Litania Periferica, Manni, Lecce 2000)

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