“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Mercoledì, 11 Maggio 2016 00:00

Andrea che vede i topi (parte prima)

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Un mio amico abitava nella palazzina della stazione, in una casa poco distante dalla mia, in mezzo al verde. Per arrivarci prendevo la bicicletta di Ninì, mia sorella maggiore, e ci arrivavo in pochi minuti correndo. Mi piaceva arrivare fin laggiù, col vento nei capelli che tirava gli occhi all’indietro. Erano belli quei giorni.
Il padre di Andrea lavorava come guardiano, ma noi bambini lo chiamavamo il servitore perché per noi era un gioco stare lì a guardare il treno passare e appuntare l’orario del suo arrivo e della sua partenza. Quindi, nel gioco, lui giocava il ruolo del servitore, anche se durante tutti quegli anni passati ad osservarlo posando la bicicletta prima di raggiungere i piani alti, non riuscii mai a capire veramente chi fosse il suo capo. Mi piaceva pensare che fosse il treno stesso: nella mia testa gli faceva l’occhiolino arrivando o partendo per fargli capire che era tutto a posto. Spesso mentre eravamo nell’erba alta e gialla a fingere di essere altri, io e Andrea lo guardavamo dal basso fischiare e sorridere, poi accennare qualcosa con le labbra, soffiarlo appena e sorridere al conducente che arrivava intrappolato nel piccolissimo vano del treno: ci riempiva il cuore, lo guardavamo ed eravamo estasiati senza capire perché. Altre volte però, allo stesso modo, il servitore guardava il treno arrivare con noncuranza, fregandosene di tutto e tutti, affacciato alla solita finestra, quasi del tutto coperto dalle tendine bianche che la madre di Andrea aveva ricamato prima della sua nascita, aspettandolo. Suo padre fumava delle sigarette particolari, allora non sapevo neanche cosa fosse il fumo, a cosa servisse, di cosa fosse fatto; riuscivo soltanto a dedurne l’acre sapore dall’odore penetrante che ne fuoriusciva, mischiandosi ai nostri giochi bambini e all’aria di marzo. Non sapevo ancora leggere bene, ero in seconda elementare. Ho un vago ricordo del nome di quelle sigarette strette e lunghe, bianchissime, lapidarie in quel clima fresco. Andrea guardava suo padre in ogni singolo momento, dunque anche mentre aspirava quella stecca nella mia mente salata e cattiva, come un limone. 
Lo guardava farsi la barba o indossare il cappotto quell’unica volta all’anno, al suo compleanno che cadeva alla fine di novembre, sopra un gilet paglierino e una camicia, una qualsiasi. Ricordo perfettamente le minuziose descrizioni che il mio amico faceva di suo padre, con gli occhi brillanti tuffati nel caldo delle nostre giornate di festa. “Si è tirato i capelli all’indietro così” massacrava quei boccoli nocciola “e poi si è tirato su i pantaloni buoni”; mi ripeteva ogni minimo gesto, all’occorrenza anche ogni singola frase, poi giocavamo fino a quando non si faceva sera e arrivava l’ora di cena. “Bambini” gridava dall’alto sua madre “ho fatto i panzarotti!”. Ci rincorrevamo sulle scale di mattoni rossi, fino ad arrivare a metà, al settimo gradino, guardando dal basso, controluce, la scritta imponente della fermata, bianca e azzurra, imbestialirsi nel suo essere di metallo tagliente controvento. Faceva un rumore atroce, la notte la si poteva sentire persino sibilare orrendamente, quasi come un lamento. La strada desolata la ospitava come una madre ignorante, che dolcemente non sa, ma fiduciosa aspetta. Ad ogni temporale quella scritta vibrava di suoni che sembravano grida: io e Andrea la fissavamo dalla finestra all’unisono, aspettando qualche sua trasformazione mostruosa. Poi però c’erano anche le giornate assolate in cui la scritta, o meglio il palo con sopra il cartello enorme fungeva da ombra mobile. “Fatti più qua” dicevo ad Andrea stringendolo contro il mio fianco sinistro; le gambe salde contro il petto. Eravamo bambini normali, facevamo quello che fanno i bambini, senza innamorarci di noi stessi, ma delle cose, incuriosendoci anche dei perché, dei quando e dei dove; non ci fermava nessuno. La madre di Andrea ci osservava con occhio vigile ma non cattivo, “le avete lavate le mani?” ci chiedeva curiosa, abbassandosi col viso su di noi, che già avevamo preso posto a tavola, affamati. Cercando invano di trovare una scusa, guadagnando un po’ di tempo, la signora che in fondo era ancora una ragazza, continuò “fatevi pure una sciacquata di faccia, che state tutti sporchi”. Scendevamo da quelle sedie di legno troppo alte per noi, per poi galoppare verso l’unico bagno. 
Dal corridoio che univa le camere da letto, completamente buio, oltre il vociare del telegiornale in cucina si sentiva perfettamente il fischio dello scarico che torna a riempirsi. Il servitore uscì dal bagno in mutande e camicia, lo guardai per un istante fisso negli occhi, “ah, ci stai pure tu qua, Rosina” mi disse sorridendo, ma i suoi occhi erano immobili. Andrea lo fissava innocente dal basso della cassapanca che li divideva, illuminato per metà dalla luce che sgusciava come un filo dalla porta del bagno. Suo padre nemmeno lo salutò, e a cena non ci raggiunse. Sentimmo solo dei passi normali e semplici, i soliti, e quando tornammo in cucina la madre di Andrea era triste e disse di non avere fame. Ci lasciò tutti i panzarotti e una carezza. Poi andò a letto. Ninì mi venne a prendere verso le dieci, la luna brillava senza nuvole e io non mi chiesi niente, rimasi in silenzio a pedalare forte dietro mia sorella, con la speranza di tornare subito a casa.


(continua)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
N.B. L'immagine di copertina è opera di Vittorio Ruggero (part.)

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