“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 19 Maggio 2016 00:00

Andrea che vede i topi (parte seconda)

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Io e Andrea siamo cresciuti così, su una poltrona di ricordi, spesso a rimuginare i giochi antichi e le risate bambine mentre le nostre gambe si allungavano e la schiena si faceva più salda nella nostra giovinezza. Con le mie dita ormai sfilate come disegni a china non ebbi mai paura di carezzargli i capelli ricci e nodosi, ribelli, e non ebbi mai nemmeno la vergogna di guardarlo negli occhi e stringerlo al mio petto che ancora non cresceva. Ci incastravamo sull’unica poltrona di casa sua, quella dove suo padre era solito trascorrere le ultime ore della giornata, dopo cena.

Erano passati anni ormai. Sua madre non aggiungeva altri movimenti a quelli di alzarsi, preparare da mangiare e tornare nella sua stanza. A volte la sentivamo lamentarsi, ma i suoi erano lamenti giustificati da una mancanza, da un’assenza, dunque non la disturbavamo neppure, lasciavamo che il tempo ne consumasse il fiato, la stordisse e la facesse addormentare più o meno serena. Andrea aveva preso il posto del servitore alla finestra per metà giornata: l’altra metà la passava in parte a scuola, in parte a studiare.
Sebbene non avesse grande dimestichezza all’inizio, durante quegli anni imparò a riconoscere l’arrivo e la partenza di ogni singolo treno, appuntando minuziosamente sul quadernetto mensile ogni orario. Era come la prosecuzione di un gioco bello. Alla mattina, verso le sei, arrivava il finto servitore, quello che segnava gli orari mentre Andrea ed io eravamo a scuola, impettito nella sua camicia perfettamente inamidata. “Volete un poco di caffè?” gli faceva Andrea prima di uscire, salutandolo. “No, grazie, bello” gli faceva lui, di tutta risposta: in fondo, sebbene fosse rozzo d’aspetto e anche un po’ tamarro, era educato. “Non fate rumore mentre sto a scuola, mamma sta ancora dormendo” si premurava il mio amico, “avete la cucina a vostra disposizione, e per qualsiasi cosa ci sta il mio numero segnato su un foglietto sulla credenza” indicava la credenza dei tempi di suo padre, la credenza di sempre, e usciva zaino in spalla, senza lamentarsi. Io lo aspettavo fuori guardando la scritta della fermata che ormai non era più grande come una volta, e salutandola per un’intera primavera, alla fine arrivò l’estate. Andrea lavorava sempre mezza giornata, alternandosi al solito signore inamidato e duro, rozzo, solo che avevano modificato di un minimo gli orari, così da far coincidere gli impegni dell’uno con il tempo libero dell’altro: il mio amico iniziava ad affaccendarsi verso le sei del mattino, per poi staccare alle dieci, orario in cui arrivava il sostituto che restava fino alle diciotto. Da quell’ora in poi, fino a sera, il turno era di Andrea, che per l’estate aveva deciso di spostarsi dalla finestra in cucina direttamente alla fermata, vicino ai binari, seduto sulle scalette di casa. Io lo raggiungevo raggiante verso ora di pranzo, preparando da mangiare, all’occorrenza lavando anche qualcosa. “C’è nient’altro Andrè?” gli chiedevo dal bagno, “no, niente, niente, non ti preoccupare”. Sua madre era andata peggiorando nei mesi, nei momenti stessi in realtà, e si percepiva ogni cosa: era diventata la ragnatela di se stessa, stesa sul cuscino come un’ombra. Spesso ci fermavamo sullo stipite della porta, Andrea entrava a chiederle se avesse bisogno di qualcosa, sussurrandole cose, donandole carezze, ma lei niente, era di cera: gli occhi vitrei fissavano il soffitto, mentre le labbra sembravano di terra secca, semiaperte e spaccate, come quelle degli assetati. Andrea non parlava molto di sua madre, non accennava a nulla in realtà, neanche alla società, alla scuola, ai libri, ai capelli, alle cose: a nulla. Mi donava sorrisi tristemente galleggianti sulle sue guance smagrite ed io capivo che dovevo accontentarmi di quel che poteva, perché un giorno sarebbe stato anche peggio: lo abbracciavo nel più fraterno dei modi, così da illudermi di poter assorbire nel mio stomaco tutta la sua rabbia e la sua malinconia. Con l’avanzare dei giorni capii che qualcosa sarebbe dovuto cambiare, così chiesi al sostituto del sostituto del servitore se avrebbe potuto per un giorno soltanto appuntare tutti gli arrivi e le partenze facendo orario continuo. “Signurì, e arò stess' 'u probblém'?” mi sorrise ed io gli sorrisi di conseguenza, ringraziandolo. Il giorno seguente rapii Andrea.
“Vabbuò jà, si' asciùt' scem'” mi diceva ridendo, “devo lavorare!”. Gridava continuamente, per la prima volta in vita sua, allarmato dall’unica cosa di cui non avrebbe proprio dovuto tener conto. Avevamo dodici anni e mezzo. Attraversammo la strada di corsa, fuggendo in uno slalom di macchine che correvano all’impazzata già alle otto e mezza del mattino. Percorremmo la ripida salita che ci divideva dal punto d’arrivo, dal piccolo Eden che avevo scoperto da poco grazie a Ninì, e che avevo deciso di regalare, nel mio essere ancora una bambina, ad Andrea. Una volta in cima girammo l’angolo entrando in un vicoletto strettissimo dove si poteva solo passeggiare a piedi, costellato di sanpietrini a terra e mattoni a vista sui muri. “Non so neanche dove siamo” mi disse improvvisamente quel mio fratello, “è incredibile”. La cima di quella conchiglia di mondo si stendeva come una donna assonnata lungo l’unico lago del paesino, piena di nervi, dossi e curve. Non c’era nessun cartello, niente, solo verde e qualche staccionata a segnare il limite invalicabile di quel lato di lago sconosciuto ai più. Presi posto in una macchia d’erba che si stendeva dolcemente verde sole tra le pietruzze fastidiose che di tanto in tanto Andrea calciava. “Vieni pure tu qua” gli dissi, e lui si sedette. Allungai il braccio davanti a noi, indicando il lago, “hai visto che si vede?” si vedeva casa sua, il lato migliore, la finestra della stanza di sua madre: il treno era coperto dalla prospettiva delle canne nell’acqua. “Da qua è bella, eh?” mi voltai verso di lui: era in estasi; guardava la sua casa come ipnotizzato, per poi perdersi nel verdemare dell’acqua tiepida. I suoi occhi erano densi di solitudine mista però a gioia, lasciavano trasparire nel loro castano chiaro, tutto ciò che provava. Ad un certo punto le sue ciglia sprofondarono le une nelle altre, per poi incastrarsi definitivamente, lasciando che Andrea facesse cadere la sua testa bambina appesantita dai problemi sulla mia spalla. “Hai visto che bello questo posto, eh?” presi ad accarezzarlo senza guardare, “C’è un parco un po’ più in là, ti ci porto?”; “no, no” fremette e aprì gli occhi, per poi alzarsi euforico, “no!” ripeté. Ci strinse nelle spalle guardando dritto davanti a sé, “Qua è proprio bello” si voltò verso di me per poi indicarmi la staccionata, “c’è pure un topo, vedi?”, sorrise.

 

 

 

Andrea che vede i topi (prima parte)

 

 

N.B. L'immagine di copertina è opera di Vittorio Ruggero (part.)

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