“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Michele Di Donato

L'amore ai tempi della pornosfera

Per parlare di Sì l’Ammore no bisogna partire dal titolo, da questo titolo che, all’apparenza afferma e nega e che in realtà non spiega, allude, ma non insegna, spogliandosi preventivamente di qualsivoglia intento didascalico. Fotografia con l’effetto seppiato del grottesco, quella a cui la coppia (nella vita, sulla scena) Frosini/Timpano  dà vita è un’istantanea dinamica dell’universo relazionale contemporaneo, così come è venuto sviluppandosi e formandosi, plasmato e viziato, dalle influenze molteplici, variegate e contrastanti con cui il Novecento ha bombardato l’uomo moderno.

"Orchidee", un atto di sopravvivenza

Magmatico affastello, esperienza teatrale plurima e variata, Orchidee di Pippo Delbono si offre allo spettatore come un condensato dell’esperienza, di vita e di scena, dell’artista, raccontando come di una s’intrida l’altra e viceversa. Porta in scena la sua vita, Pippo Delbono, suscitando una tenerezza memoriale accorata e delicata, che muove (e sommuove) dal ricordo della madre per farsi occasione d’incontro sociale e collettivo; citando Bergman come una dichiarazione programmatica, Delbono, con la sua voce microfonata e continuamente resa gonfia da quel pizzico di sopraffiato che ne conferma lo sforzo d’attore, proclama: “Il teatro dovrebbe essere solo un incontro tra esseri umani. Tutto il resto serve solo a confondere”.

Pinacoteca teatrale

Berlino 1953: rivolta operaia sedata col sangue, l’Armata Rossa reprime, il Partito Comunista della DDR s’indigna contro un’insurrezione “reazionaria e al soldo dell’ideologia imperialista”. Commenta Bertolt Brecht: “Visto che il partito ha sempre ragione, sarà meglio sciogliere questo popolo ed eleggerne un altro”. Partiamo da Brecht perché da Brecht ci pare opportuno partire per parlare di questo Quadri di una rivoluzione di Tino Caspanello; messinscena dalla semplicità apparente, che si snoda attraverso una quadreria interpretativa lunga undici scene, racconta una distopia articolata sviluppando una drammaturgia estremamente raffinata nel descrivere gangli e meccanismi che sottendono alle dinamiche politiche della rivolta e della repressione, del rivoluzionarismo e del complottismo.

È morto Bukowski, viva Bukowski!

Strappato alla terra, manto che non può essergli lieve, restituito alla vita il tempo di una finzione, Charles Bukowski rivive a teatro; così, l’uccello azzurro che gli abitava in fondo al cuore lascia il nido di polvere e inchiostro e migra, per una sera – e per tutte le sere che vedrà la scena – sulle tavole e tra le quinte, sotto i fari che illuminano l’assito. Riesumato il tempo di una rappresentazione, Bukowski rivive in scena, un’ora o poco più, derogando alla propria morte per venire a ratificare il proprio bulimico afflato di vita; che è fatto di ubriachezze e pulsioni animali, di poesia della suburra e ‘mosconismo’ da bar.

Fluido Mercante

Il palco è innalzato al di sopra del suo consueto livello, ricoperto di uno strato d’acqua, è un’isola scenica che da Venezia volge a Belmonte; i personaggi di questo Mercante di Venezia sono immersi con le caviglie nell’acqua, indossano abiti comuni coi merletti alle maniche (unico rimando ad un tempo remoto) e stivali di gomma, come quando si deve traversare San Marco e c’è l’acqua alta.

Uno scherzo da saltimbanchi

La leggerezza e il disincanto. La soave canzonatura di chi tra la grigia certezza di un vivere solido e inquadrato preferisce l’avventuroso inciampo costante di un improvvisar girovago, di un travaglio avventizio.
Due anime saltimbanche improvvisano la scena, due figure che si portano dietro tutto il loro teatro, in due valigie, uno sgabello e poco altro, bagaglio di vita del guitto che prova a mettere insieme il pranzo con la cena di piazza in piazza, di borgo in borgo, di strada in strada, offrendo per le strade, per i borghi, per le piazze, l’incanto effimero di un imbonimento estemporaneo.

Psicodramma in un interno

Protagonista di Qualcosa che non ho detto è l’omissione; come da titolo, riempie la scena – dominata dal bianco – un’assenza concettuale; protagonista di Qualcosa che non ho detto è la rimozione. Abitano l’assito, anch’esse di bianco vestite, d’un bianco che nel singolo dettaglio sfuma e ne connota i tipi umani, tre donne, ciascuna portatrice di un vissuto differente e differentemente complesso. Si ritrovano, in maniera apparentemente inspiegabile, in una camera d’albergo per dover svolgere una non meglio intesa terapia di gruppo; qui i loro vissuti progressivamente emergono in tutta la loro personale problematicità: ciascuna custodisce, più o meno consciamente, un dramma vissuto, un trauma subìto, un linfoma dell’anima sottaciuto.

L'ambigua voluttà del peccato

Per raccontare una storia basta una voce; per raccontare una storia basta una penna. Per ascoltare una storia, basta tendere l’orecchio, per leggerla basta sfogliare le pagine di carta. Per far sì che una storia, scritta o letta, prenda forma di scena è necessario crearle intorno uno spazio in cui renderla viva, costruire intorno alle parole – che da scritte diventano dette – un involucro fatto di dettagli, di particolari accessori che la trasformino in visione.

Nel ventre cupo di Napoli

Tra gl’Inferi ed un Empireo di scarto. Napoli ventre putrido, Napoli decrepita e fatiscente, specola atemporale di una degradazione che il terremoto mette a nudo, facendo sortir fuori brulichio di ratti che rappresentano l’erosione costante, il rosicchiare indefesso, delle fondamenta stesse di un esistere liminare; la marginalità che sembra appartenere ad un inconscio collettivo e che, come un gerbillo insinuato nelle viscere, sembra corrodere dall’interno l’anima plurima di una collettività.

Corporeità e palingenesi

Come si può raccontare uno spettacolo di Ricci/Forte? L’interrogativo è quello che ispira e accompagna l’approccio e la stesura di quest’articolo, un punto di vista che preventivamente deve sforzarsi di trovare un punto angolare dal quale porsi, una angolazione visuale dalla quale cimentarsi in una prova di decodifica che, preventivamente ammettiamo, non potrà essere completa ed esauriente, tanto è denso, ampio e complesso questo lavoro di Gianni Forte e Stefano Ricci; ma soprattutto è questo Darling opera che resta impressa negli occhi più di quanto penetri nella mente, rapendo per il suo potente impatto visuale e rimanendo altresì impelagata in complessità da alambicco nel suo impianto concettuale.

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