“Dico sul serio. Riconosco il talento quando lo vedo, anche se a me manca. Quando recitavamo a Praga nel 1911 e nessuno aveva mai sentito parlare di Kafka, lui venne dietro le quinte e appena lo vidi capii che mi trovavo in presenza di un genio. Ne sentivo l’odore, proprio come un gatto sente l’odore del topo. Così è cominciata la nostra grande amicizia”.

Isaac Bashevis Singer (su Franz Kafka)

Michele Di Donato

Hanno spolverato Kenny! (Brutti bastardi!)

Cosa fotografa meglio il reale della sua proiezione virtuale? O, meglio ancora, in quale universo proiettivo meglio vengono evidenziate le tare della società contemporanea? La più plausibile delle risposte suggerirebbe di riferirsi al panorama televisivo, e segnatamente a quel tipo di televisione che ha fatto dello schermo un buco di serratura dilatato, in cui il misero privato – meglio ancora se miserrimo – possa prestarsi a pubblica ostentazione.

Thriller, ma non troppo

La verità talvolta è una questione di sfumature e angolazioni: a seconda della prospettiva da cui si guarda ad un oggetto, ad una situazione, ad una persona, gli si possono attribuire valori e significati cangianti e variabili; questione di creatività, di fantasia, ma anche di cosciente capacità di dissimulazione. Homicide House prende una realtà verosimile e plausibile e la mostra in scena, nuda (la scena, la realtà) nel variabile mutamento prospettico dei personaggi che la vivono.

Teatro senza teatro

Teatro o no? Cos’è We Are Still Watching? Ma soprattutto ha poi così senso fomentare un rovello sulla definizione del ‘cosa’, o non è forse più interessante soffermarsi sul ‘come’? Nel dubbio, o meglio nell’incapacità di affibbiare una definizione inequivoca e perentoria a quel che abbiamo visto, proviamo a far riflessione sulle modalità della rappresentazione. Cercandone un senso, filtrato dal nostro sguardo e dalla nostra personale sensibilità di osservatori, proclivi a lasciarsi impressionare e stupire, talvolta in bene, talaltra in male.

C'è del marcio in quel di Andria

C’è del marcio in quel di Andria. E per scoprirlo s’istruisce un processo. Imputato: Amleto. Nella sala consiliare del municipio andriese, si prende Shakespeare e lo si rende plot di un dramma giudiziario. La base di partenza è l’Amleto, su cui, in medias res, s’intenta un processo nei confronti del Principe di Danimarca per l’assassinio di Polonio. O meglio, l’imputato è un Amleto del nostro tempo, un Amleto di periferia, che sembra essere saltato fuori da quattro colonne in cronaca nera: zazzera incolta, espressione stralunata, eloquio pencolante. Una Ofelia chiamata a rendere testmonianza fra lacrime e singulti ed una Gertrude che scopriremo aver precedenti per lesioni completano il cast di derivazione diretta shakespeariana. Il resto è gentilmente offerto dal Foro di Trani.

Riccardo, profeta del proprio male

Federico II, lo stupor mundi, il “Terzo vento di Soave”, com’ebbe a definirlo l’Alighieri, fa spazio nelle terre dove s’erse il suo misterioso maniero in pianta d’ottagono ad altro sovrano ed altra corte: da quella delle Due Sicilie a quella d’Albione, dalla casa di Svevia a quella dei Tudor, che prende vita e forma scritta dalle parole del Bardo e incontra messinscena all’ombra – lunga e lontana – dell’ottagono nella riduzione che ne fa Michele Sinisi.

Consuelo!

Agosto solitario. Nel paesello semivuoto, con l’auto mollata dalla batteria e nessun meccanico possibile all’orizzonte, è più facile che il pensiero vagoli ramingo. Spoletta tra computer e televisore, annoia e non appaga, tra notiziari ascoltati in loop, vecchi film riproposti ad ogni estate e le dita che scorrono sulla tastiera come in automatico a cliccare sempre le stesse pagine, come un riflesso condizionato. Se non altro, il caldo quest’anno non ha infierito. Ma il pensiero vagola ramingo uguale; e, voltolando di ricordo in rimpianto, di schiaffo in scherno, ritorna a lividi e ferite, tutta roba metabolizzata e cicatrizzata, certo, ma che ogni tanto – specie quando la mente è sgombra e non assorbita dall’usuale e dal quotidiano – riemerge a farsi riassaporare come un gusto aspro di medicina subita da bambino.

Improvvisamente, un assassino

Il nero nel titolo (Black), il giallo nel tema (un mistero, un omicidio, un colpevole da smascherare). Il giallo e il nero (o, se preferite, come ammicco al cinema di genere, il noir) sono il bicromo panneggio che fascia la scena, che avvolge i personaggi. Nero il fondale, su cui tratto di gesso disegna sagome da scena del crimine, gialle le suppellettili che vi giacciono affisse all’intorno. Sarà nero l’abito di scena di ciascuno dei cinque attori che sceneggeranno improvvisando questo giallo (questo noir…), e sarà gialla invece la fascia che ciascuno di loro, indossando in vita, al collo, come sciarpa o foulard, come grembiule o fazzoletto, o all’occorrenza anche come rete da pescatore, fungerà da segnale per identificare ciascuno dei personaggi (anche più d’uno ciascuno) a cui i cinque attori daranno forma sulla scena improvvisando questo noir (questo giallo…).

Il cinema, il teatro, la vita

“La maschera non è né l’equivalente della menzogna né il contrario della sincerità: è soltanto la forma più civile ed elegante della complessità dell’artista”.
(Thierry Jousse)

 


Quando nel 1998 Pedro Almodòvar gira Tutto su mia madre, la scena della morte di un giovane ammiratore è un omaggio al cinema di John Cassavetes: la stessa scena è tra quelle iniziali di La sera della prima (Opening Night), film del 1978 che rappresenta una summa passionale del sentire di Cassavetes e dei codici espressivi e stilistici che di tale sentire rappresentano gli stilemi.

Trent'anni fa...

5 luglio 1984. Un pomeriggio che segna l’inizio di una storia che si confonde con l’epopea e che, nel suo svolgersi e nel suo mai concludersi, intreccia a doppio filo la vita di un uomo e di una città.
Tre parole ne avevano annunciato l’arrivo, strappate da un’impressione rilasciata a mezza bocca: “Yo soy feliz”, il commento del Pelusa a chi gli chiedeva le sensazioni sul suo trasferimento dal Barcellona al Napoli, espresso col candore quasi ingenuo del ragazzo non ancora diventato grande.

Gabbiano Gran Varietà: uno scempio

Ogni rilettura è un tradimento. E ogni rilettura che non tradisca è mera filologia. Riproporre, tradire, sperimentare. A teatro ogni messinscena che si rimette in scena è un cimento, un esperimento, una prova; può essere una violazione o una filiazione naturale dell’opera originale; l’importante è che quel ne sortisce sia stilisticamente e sostanzialmente coerente con se stesso, ovvero risponda ad un disegno in cui sia riconoscibile sì la mano di chi mette mano, ottemperante o meno che sia al plot originario. Ma è anche fondamentale che quella mano che mette mano per riproporre, tradire, sperimentare sappia quel che faccia, sia guidata dal ben dell’intelletto: tradisca pure, rifaccia, squinterni l’originale, purché da quell’originale tradito rifatto e squinternato venga fuori qualcosa che abbia un senso e una ragione.

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