“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Michele Di Donato

Del caffè soltanto la posa

Fare Goldoni o rifare Goldoni. Fedeltà o tradimento. Due scelte parimenti legittime, le quali possono trovare senso e ragione nell’apparire in scena; possono trovare senso e ragione qualora chi le apparecchia per la scena, rimanendo fedele o tradendo, interpreti il testo traducendolo in forma viva. Perché si può prendere Goldoni, Shakespeare, Molière rispettandone alla lettera il testo eppure offrirne ad ogni apertura di sipario una nuova visione, riconsiderando lo spazio scenico, i costumi, le luci e i movimenti in assito; oppure si può prendere Goldoni, Shakespeare, Molière e manometterne scientemente il testo, i personaggi e le indicazioni di scena e offrirne il legittimo tradimento.

Oltre il cabaret, prima del teatro

A distanza di un anno esatto o giù di lì, ritroviamo Camillo Acanfora ed il suo tentativo di imbastire un percorso teatrale personale e autonomo; stesso periodo (inizio di giugno), stessa rassegna (Off Scena ad Angri), come nella proverbiale italica tradizione balneare eternata nell’immaginario in classiche canzoni estive che rimandano a spiagge e mari da confermare da un’estate all’altra.

Ancora sulle finali di In-Box

Proseguiamo il nostro resoconto su quanto andato in scena a La Spezia durante le Finali di In-Box, Tre gli spettacoli apparsi in assito come nel giorno precedente, uno di seguito all’altro alternati nei due spazi teatrali spezzini, l’Auditorium Dialma Ruggiero e il CRDD – Teatro della Marina.

A La Spezia per le Finali di In-Box

Nell’uggia di un mese di maggio ancora indeciso sulla posizione climatica da assumere, La Spezia ha ospitato le finali di In-Box. Il premio organizzato da Straligut Teatro, giunto alla sua settima edizione (la seconda “dal vivo”), si è svolto nell’ambito di Fuori Luogo – rassegna organizzata da Gli Scarti, CasArsa Teatro e Balletto Civile – ed ha rappresentato l’occasione, oltre che per offrire in visione i sei spettacoli finalisti (scremati da una rosa iniziale di oltre 270) – più il vincitore della scorsa edizione, L’uomo nel diluvio di Simone Amendola e Valerio Malorni – anche per consentire l’incontro ed il confronto fra gli operatori che a vario titolo hanno assistito alla tre giorni spezzina.

Una mimesi confusa

Omaggiando Pier Paolo Pasolini, si ricorda la figura del poeta, dell’intellettuale, del drammaturgo; omaggiando la memoria di Pasolini, nel quarantennale della morte, il ventaglio delle scelte possibili è ampio, potendosi avvalere delle sue parole scritte, proposte e riproposte, o anche cimentandosi con la rielaborazione del suo lascito ideale.

L'efficacia della semplicità

La vita come una strada da percorrere, la bici come metafora del cammino, con le salite da affrontare e le cadute da cui rialzarsi. C’è un uomo solo al comando, in questo spettacolo, ma la sua maglia non è bianco-celeste ed il suo nome non è Fausto Coppi; c’è un solo uomo, e forse non è nemmeno al comando, almeno non nel senso epico delle gesta sportive, ma c’è un uomo solo sulla scena ed indossa una camicia rossa come la passione. E racconta una storia; una storia di sacrifici e sentimenti, una storia che si esprime nel lessico familiare della terra in cui si svolge, la Calabria.

Tre giorni con Mimmo Borrelli

Un laboratorio, un seminario, un’occasione per scrutare da un’altra prospettiva ciò che sta alla base di quel che poi si compie in scena; l’opportunità di esercitare la curiosità del proprio sguardo, un po’ come fanno certi impertinenti bambini quando, ancora immersi nell’età dei giochi, cominciano a sbirciare sotto le gonne per iniziare ad esplorare i segreti della vita: non c’è prurigine, non c’è malizia, solo l’incanto del candore che svolta verso il piacere della scoperta, dell’esplorazione…

Magia, Nuvole e bambini

Le Nuvole e chi firma quest’articolo erano un appuntamento sospeso; Le Nuvole ed io ci rincorrevamo ripromettendo di incontrarci e continuavamo a guardarci da lontano, conoscendoci attraverso altri sguardi, o al più sfiorandoci e scambiandoci occhiate di sfuggita. Finalmente, poi, come fosse un dovere imprescrittibile da ottemperare, siamo riusciti a far sì che i nostri sguardi si incrociassero, che lo sguardo attraverso il quale ci riflettessimo fosse il mio puntato verso un palco da una platea condivisa con i bambini; i bambini, ovvero gli sguardi a cui Le Nuvole dedicano il proprio lavoro. Ma non solo.

Ereditando il buio

Il mondo buio di chi non ha occhi per vedere ha i contorni che il tatto gli insegna, possiede i colori che la fantasia gli consegna; il mondo al buio di chi è condannato alla cecità, talvolta, può essere oggetto di uno sguardo più veridico rispetto a quello di chi su quel mondo punta occhi che vedono; lo sguardo senza luce del ‘Figlio’ protagonista di Patres illumina con disarmante candore una vicenda tragica ed è uno sguardo poetico, è lo sguardo a cui s’affida un afflato civile, senza che per questo la forma teatro si prostri al comizio da assito; perché manifesta, Patres, come si possa esemplare teatro d’impegno civile senza rinunziare – ma anzi praticandola eccellentemente – ad una forma espressiva che sia capace di rendere lo spettacolo teatrale prima di tutto arte di scena. Ed è una drammaturgia, quella di Patres, che originale pur nella sua semplicità strutturale, possiede una freschezza poetica che ne consegna la visione all’applauso prima e alla memoria poi.

Non voglio crescere mai

“Mi inginocchio e ti prendo, anima sola,
non è preghiera, è peccato di gola”.

(Sandro Penna)

 

Cantiere aperto su un’età adulta in costruzione, cantiere conchiuso attorno ad un’infanzia in dissoluzione e in retrospezione; Adulto, ovvero la fattura artigiana, dalle mani sporche e dalle membra segnate che presiede alla costruzione ed alla crescita; Adulto, ovvero un racconto cruento e terroso di un modo di diventare “grandi” liminare e suburbano, affidato ad uno spazio scenico fortemente simbolico ed evocativo e ad un corpo d’attore – quello di Dario Muratore (mai come nella fattispecie nomen omen!) – che consuma in ribalta un olocausto fisico in cui ogni membra del suo corpo, ogni modulazione della sua voce, s’intridono della sostanza verbale e vissuta che prende forma compiuta di spettacolo teatrale.

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