“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Michele Di Donato

Il teatro ci deve qualcosa

Una finestra aperta come una possibilità schiusa sul mondo; in una Rimini che s’evoca un po’ felliniana nelle illustrazioni visuali e un po’ decadente, tipo La prima notte di quiete, nell’atmosfera cupa che si irradia in un interno, da una finestra aperta ci si addentra nel confronto tra due mondi distanti e senza altra possibilità di riscoprirsi contigui: un ladro, micragnoso e maldestro, s’intrufola – immaginandola vuota – nell’abitazione di una croupier d’origine tedesca, donna vissuta e solitaria, per depredarne l’argenteria; ma contrariamente a quanto postulato dal ladro, la donna è in casa, lo sorprende mentre armeggia e, anziché urlare instaura con lui un dialogo serrato, in cui vengono messe in risalto le rispettive mancanze, debolezze interiori – lo strisciante malessere di lei, che brama la morte come estrema consolazione – o difficoltà materiali – l’indigenza di lui, che lo costringe ad intraprendere con malcerta fortuna la carriera di grassatore.

Un triangolo in un quadrato

Lui, lui, l’altra è il plot ridotto all’essenziale di Cock, psicodramma della gelosia (ma non solo) che, dietro la sua apparente semplicità dell’impianto concettuale sfuma derive di senso che s’intrufolano con acume nelle dinamiche interpersonali. Lui, lui, l’altra è un triangolo “anomalo” che può sulle prime suggerire un’attenzione precipua al tema dell’identità di genere, ma questo non è che l’involucro tematico, la buccia esterna che contiene un frutto drammaturgico la cui effettiva ‘polpa’ risiede invece in uno sguardo lucido e disincantato sulla difficoltà che si può avere ad identificare il proprio posto nel mondo, difficoltà a capire “chi” si è, prima ancora che a designare “cosa” si è in base ad un orientamento sessuale più o meno definito.

Lui il poeta, Lei la poesia

Avevamo incontrato Orlando Bodlero e il suo Canto nell’autunno del 2014 sul palco di Galleria Toledo in occasione di Stazioni d’Emergenza; lo ritroviamo, sullo stesso palco, ad un anno e mezzo di distanza con un lavoro cheè quello stesso, ma che di quello stesso è la compiuta evoluzione, rappresentandone la crescita progressiva: Canto d’un poeta che se ne muore (Omaggio a Orlando Bodlero) contiene già nel proprio titolo le coordinate programmatiche di una poetica intrinseca, che identifica i suoi mentori (il Furioso di Ariosto e Baudelaire), celandone fra le righe un altro che disvela nel corso della recitazione (Carmelo Bene), cui rende tributo nella prima parte del suo declamare.

"Gospodin", un apologo farraginoso

Chi è Gospodin? Un folle, un rivoluzionario, forse un saggio; protagonista eponimo dell’opera – e dello spettacolo che Giorgio Barberio Corsetti ne deriva – Gospodin vorrebbe incarnare il grado zero dell’utopia, quella che postula una società di giusti, che rinunzia all’uso del denaro; una società giusta – e per questo utopica – per giunta calata in una dimensione postmoderna.

La mia noia si chiama Julie

“Ribellione, erotismo, morte”: per raccontare quello che de rimane nel nostro sguardo de La signorina Giulia, versione Cristián Plana, partiamo dalle tre parole chiave scelte per il foglio di sala; partiamo da queste parole perché, al culmine della visione, rileggendole sul cartonato traslucido di una brochure abbandonata su una poltrona del Teatro Mercadante, diamo la stura ad un nugolo di perplessità che ci avevano accompagnato durante la visione, come fossero accomodate, con ingombro etereo e pur voluminoso, nel posto vuoto accanto al nostro.

Nunca más

Campionato del Mondo di calcio del 1978: Mario Kempes trascina l’Argentina al suo primo titolo mondiale in uno Estadio Monumental che trabocca di folla, in una pioggia di coriandoli bianchi; l’Argentina batte l’Olanda, per la gioia di un Paese intero, o almeno per quelli che si vedono, per quelli che lo comandano, facce torve dalle espressioni severe e divise con le stellette.

Il salone del barbiere

Nella (non troppo) amena e ridente cittadina di B. – giacché provatevi voi ad essere ‘ameni e ridenti’ quando nel vostro territorio insiste una discarica di rifiuti oltremodo invasiva, senza neanche (tra l’altro) che ne deteniate la titolarità effettiva, sicché ne “godete” tutto il lezzo senza però che la si conosca nemmeno come “la discarica di B.”, finendo così per non essere nemmeno riconosciuti come titolari di un degrado, bensì due volte vittime: dell’inquinamento e dell’oblìo – in questa cittadina, dicevamo, insisteva, oltre a detta discarica – e oltre ovviamente a tutta una serie d’altre normalissime attività – la bottega, o meglio il salone, di un barbiere.

Pronto... Linda? Parole come dischi volanti

Un’iperbole fantastica, un delirante tappeto di parole posto al servizio di un espressionismo che travalica gli angusti limiti del senso per “sparare” lo spettatore in un iperuranico mondo altro, proiezione di una fantasmagoria possibile, missione interspaziale condotta da un equipaggio (una compagnia teatrale) che abbandona sulla Terra il senso comune per esplorare nello spazio il senso estensivo del linguaggio; è questo il primo tentativo di sintesi in cui proviamo a racchiudere Loretta Strong, della compagnia Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa.

Non-recensione di un non-spettacolo

Il dedalo che s'incunea nei vicoli del centro di Bari Vecchia è un intrico di basolato chiaro su cui s'accalca un passeggio brulicante, dicembrino; lo si attraversa con difficoltà per raggiungere – dopo averla scovata con altrettanta fatica – la Galleria Doppelgaenger, spazio per una sera strappato alla sua funzione espositiva per farsi luogo di una performance teatrale, o meglio di qualcosa che ne rappresenta un ibrido succedaneo.

Calcio, storie, metafore

Ci sono il vero e il possibile, in Quell'ultima parata; la storia e la leggenda s'incontrano e si confondono, in Quell'ultima parata; c'è il calcio degli albori, quello che in Italia si gioca nei primi decenni del Novecento e che trova la sua culla d'elezione a Genova, per poi diffondersi progressivamene nel resto del Paese. Pionieri di una febbre che sarebbe in breve divenuta delirio, le cui prime, frammentarie narrazioni contribuiscono a circonfondere d'un'aura mitica, quale quella che avvolge storie in cui al fatto storico si somma, quasi ancillare, l'immaginazione, ingrediente aggiuntivo che determina la trasfigurazione della storia nel mito.

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