“È straordinaria l'idea che ogni goffagine tua, ogni incertezza, ogni rabbia − insomma tutto ciò che è negativo − può sembrare domani, da un diverso e più sapiente punto di vista, scoprirsi un valore, una qualità, un tesoro positivo. Ma vale anche l'inverso. Ogni tuo vanto può fallire, può mancarti sotto”.

Cesare Pavese

Michele Di Donato

Progetto d’Arte: una mano di "Vernicefresca"

Avellino è provincia sonnacchiosa e borghese, abbarbicata ad una dimensione pervicacemente statica, in cui ogni riverbero culturale, ogni sussulto d’iniziativa che esuli dal consueto fatica ad affermarsi, fatica soprattutto a penetrare e permeare un tessuto sociale endemicamente refrattario, come avvolto in una cappa di ordinarietà. Eppure, negli ultimi anni ad Avellino qualche sussulto c’è stato, qualche scossa s’è avvertita – e vivaddio non era il terremoto – ed in città qualche fremito si è percepito, pur senza che ciò intaccasse e scalfisse l’anima profonda e stanziale di un contesto fondamentalmente conservativo.

Un Pinocchio da completare

Pinocchio per caso non è uno spettacolo perfetto. Anzi: più d’una perplessità lascia per come scorcia il proprio plot drammaturgico nella sua seconda parte e soprattutto per l’impianto scenografico, che appare raffazzonato ed inadeguato ad uno spettacolo che possa dirsi pronto ad andare in scena. Pinocchio per caso è quindi, a nostro parere, uno spettacolo (ancora) incompiuto. Eppure possiede – o almeno sembra lasciar intravedere in filigrana – delle possibilità di crescita che partono da qualche idea di fondo accattivante che su scena trova buona ancorché parziale attivazione.

Di Tolcachir e d'altre facezie

Trascorso ormai dalla visione dell’ultimo spettacolo festivaliero un lasso di tempo imbarazzante, l’accidioso recensore si ritrova nella sgradevole – e dolosa – situazione di dover completare l’opera lasciata in sospeso; egli finisce così impegolato nell’affannosa foga di andare a spulciare confusi appunti scarabocchiati su un taccuino sul quale – nella sua inveterata dabbenaggine – supponeva d’aver impresso memoria indelebile (e ripescabile all’atto dell’occorrenza scrittoria) di quanto veduto, ignorando (o inconsciamente rimuovendo) quanto astrusi gli sarebbero poi risultati – come al solito – quei polimorfi grafemi dall’impervia decrittazione con cui suole imbrattare fitti foglietti nella oscurità pressoché totale di platee varie.

Dono poco gradito

Sarà che la scrittura di David Foster Wallace si presta particolarmente a prendere sembiante scenico, sarà anche che si tratta di un autore il cui successo e – diciamolo – anche il suo ascendente presso il lettore contemporaneo conosce una crescita montante e sarà anche che, contestualmente, si registra una sostanziale penuria di nuove scritture per il teatro, ma sta diventando pratica usuale, oltre che confrontarsi con il classico, anche tentare riduzioni drammaturgiche di opere letterarie nate scritte per vivere lette.

Nel cupo ventre dell'inquietudine

Un rumore di vetri in frantumi segna l’inizio de L’inquilino, prima che la scena si riempia; lo stesso rumore di vetri in frantumi ne segnerà lo svuotamento alla fine; nel mezzo, fra due fragori, una frattura del reale; quel che c’è nel mezzo ha i contorni cupi di un incubo, ha il torpore allucinato di una visione kafkiana.

Se Beckett s'intrufola ad Elsinore

Amleto prima di Amleto. Perché c’è un Amleto (padre) alla base dei destini di un Amleto (figlio) e, quando ci avviciniamo all’Amleto (l’opera) il secondo ne è personaggio di carne, il primo mera ombra, apparenza notturna, spettro.
Michele Santeramo parte dall’Amleto per andarne a ritroso, per risalire la corrente e immaginare una Elsinore in anticipo, una corte già in subbuglio, dei destini ancora da scrivere; di più: parte dall’Amleto per riscriverne un antefatto possibile, per giocare un gioco che anticipi i giochi di potere con altri giochi di potere.

Teatro in celluloide

Il teatro che racconta il cinema, il cinema che si fa teatro; la pantomima recitata e la storia raccontata; un chiasmo tra due arti, fratellastri che non si sono mai amati troppo, che non si sono mai sopportati del tutto, eppure condividono matrice genetica – col teatro in evidente posizione di maggiorascato anagrafico – che li apparenta oltre la reciproca sopportazione, a dispetto della specifica differenziazione.

Suite per meschinità in un esterno

Millesimi, ovvero quote catastali, particelle che dividono le proprietà condominiali; ma, in senso estensivo e ad una prima lettura neanche troppo forzosa il frazionamento in particole cui allude il titolo di questo spettacolo sembra evocare il frazionamento in particolarismi, la frammentazione dell’universo umano, frastagliato in miriade di individualismi, in egoismi che vedono ciascuno attento e sensibile a “lo suo proprio particulare”, per dirla alla maniera di Guicciardini.

L'acqua che fa acqua

L’acqua come principio vitale; l’acqua come elemento costitutivo della vita e al contempo fattore evolutivo, fluido mobile all’interno del quale la vita (le vite) subiscono cambiamenti e trasformazioni. L’acqua come oggetto d’indagine da una prospettiva scientifica e al contempo come oggetto d trattazione scenica: è questo il presupposto, il tentato connubio, su cui si fonda il lavoro della Compagnia Pietribiasi/Tedeschi.

Un piede in fallo

Poche cose a questo mondo posseggono una mistica e intrinseca complicità come il rapporto sussistente tra Napoli e Diego Armando Maradona; ed è difficile raccontare con l’esattezza delle parole quanto il sentimento che avvinghia l’una (la città) all’altro (l’incarnazione del profeta) eserciti, oltre il tempo e lo spazio, una sorta di dittatura sentimentale sull’anima devota di un popolo per il quale il calcio è vissuto quasi con fervore religioso, e Maradona è l’icona votiva per eccellenza di tale sentimento.

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