“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Michele Di Donato

La verità del teatro, la finzione dello schermo

Andrea Cosentino è un attore che mette in scena il gioco dell’attore; nel senso che, nel suo occupare la scena, diverte col gioco dei ghirigori concentrici in cui incastra i piani di senso, costruendo in assito un sistema di scatole cinesi dal quale emergono tanti quadri di un’unica galleria. E l’esposizione, in diretta da Telemomo' è un gioco di mescola sapiente, una satira esilarante, che sovrappone i piani, li ribalta e li compone ammiccando al pubblico, rendendolo partecipe e consapevole del gioco del teatro, e del gioco consapevole che il teatro fa sulla televisione.

Tralasciando...

È un interno povero quello che compone la scena, una casa dalle cui pareti promana il senso di stantio dei parati ingialliti; ed è un senso complessivo che sembra pervadere non solo la scena, ma anche chi la abita. Barbie vesuviana è storia che s’attaglia a questo milieu, se ne impregna, adagiandosi nel racconto di un sottobosco umano, delle sue miserie, delle meschinità che ne regolano l’usuale agire. Ed è, Barbie vesuviana, storia che abitando un interno muffito e stantio, sembra impregnarsene anche nella propria costruzione drammaturgica, desueta per impianto, sbrindellata nell’ordito, fragile nel proprio tentativo di costruire immagini che siano capaci di parlare.

Una storia sbagliata, un’occasione sciupata

Una storia sbagliata era il brano che Fabrizio De André compose e cantò in memoria di Pier Paolo Pasolini, ripercorrendo il destino ridicolo di una vicenda tragica che finiva nel tritacarne dello scandalismo da rotocalco: “Cominciò con la luna sul posto / e finì con un fiume d'inchiostro / è una storia un poco scontata / è una storia sbagliata”. Di quella notte, di quella vicenda tuttora oscura, di quella "storia sbagliata" si inteatra visione postuma; di Pasolini le parole, o almeno gran parte di esse, di Roberto Herlitzka la voce, cui s’affida il farsi teatro di quella storia sbagliata, squarcio nero nella caligine italiota del secolo scorso, quello breve, quello appena trascorso, quello che nell’occhio di un poeta aveva trovato uno dei più lucidi analisti, e che quell’occhio – di quel poeta – ha visto chiudere violentemente sulla spiaggia di Ostia una notte d’inizio novembre.

Il gioco (ovvero la recita) dell'assurdo

Il teatro, il gioco, l’assurdo. Finale di partita muove lungo queste tre direttrici, delle quali le prime due potrebbero anche coincidere – così come in inglese ‘giocare’ e ‘recitare’ coincidono in un'unica parola, to play – mentre la terza, più che una linea guida vera e propria è una conseguenza che insorge agli occhi dello spettatore, questo escluso, il quale, posto al di fuori (della scena e della sua logica intellegibilità), è costretto a filtrare e catalogare ciò che avviene sulla scena come qualcosa a cui assistere prescindendo da categorie logiche.

Il mare non bagna la scena

Un bel quadro. Un bel quadro, statico, da contemplare. Un quadro animato dalla voce di Gaia Aprea, interprete di questo tableau vivant che è D’estate con la barca. Ciclo monografico che per la terza stagione consecutiva anima la programmazione del Ridotto del Mercadante, Storie naturali e strafottenti prende le mosse dall’opera di Giuseppe Patroni Griffi, che, rispetto agli autori dedicatari delle rassegne precedenti – Anna Maria Ortese e Raffaele La Capria – dovrebbe possedere una intrinseca teatralità, proprio perché fu Patroni Griffi autore (anche) teatrale.

Ultima sera a Corte

Ultimi corti a Corte; vanno in scena, nel formicaio che ha brulicato di compagnie susseguitesi ed avvicendatesi sul palco, gli ultimi tre corti teatrali, che vedono in scena compagnie vincitrici di precedenti edizioni.
Il primo ad andare il scena è La scelta del codibugnolo, di Cosimo Lupo; due attori in scena ed una scenografia fatta di oggetti di legno capaci di trasformarsi e di mutare la propria funzione.

'Nzomma...

‘Nzomma… così comincia per solito ogni racconto di chi conta le storie in quel segmento flegreo compreso tra Cappelle e Torregaveta, lembo di lontano popolamento sefardita e di ancor più remoto insediamento romano (l’antica Cuma), dove la cantilena marrana si innerva su un coacervo dialettale già di per sé assai particolare; è quel napoletano che si parla nell’area flegrea, che sfuma e declina in accenti e costrutti linguisticamente unici; è quella lingua, unica, in cui si trasfonde la poetica di Mimmo Borrelli, il verso che si plasma nella sua penna, per poi effondere nella sua voce, cassa armonica il corpo.

La parabola d’una crisi

Lavorio incessante di carpenteria teatrale investe dal palco la platea che si riempie; aperta la scena, offre come fondale un’anonima periferia, in cui ha piantato tenda (che non si vede) scalcinata compagnia circense. Gocce di luce tenue penzolano ad illuminare dal cielo una scena completamente aperta.
L’Anima buona di Lucignolo è rivolo che si stacca e defluisce di vita propria dalle collodiane Avventure di Pinocchio; mercante di ciuchi, l’Omino di burro è la figura che trasla dalla storia originaria in una nuova storia, fatta di circo e operetta, di musical e teatro.

Poco sole in questa notte

Chioccolio sommesso, borbotta sonoro, quando la scena ancora non s’abita, quando ancora muta è la ribalta. Introduce al medium fluido che farà da sfondo all'azione: l'oceano, nel quale, gocce d'umano, si racconterà di quattro vite. Quattro personaggi che si presentano di lì a poco ad offrirsi come una cartolina in visione, come un’istantanea ricordo che immortala i partecipanti ad un viaggio; quattro personaggi che giocano le proprie vite su un tavolo mobile di roulette, e la cui sorte è segnata – essendo viaggiatori imbarcati sul Titanic – e che attraverseranno lo spazio sospendendo il tempo: “Abitiamo lontani da ogni calendario”, la frase che sembra suggerire la declinazione metaforica di questa traiettoria transatlantica, quindi occasione per viaggiare all’interno di se stessi e per mostrarsi in tutta la propria limitante finitezza.

Teatro, specchio deforme

La Torre Annunziata-Cancello era una strada ferrata secondaria; linea di rotaie un tempo percorsa giornalmente da pochi convogli, piccoli e generalmente semivuoti, da qualche anno è stata dismessa; ora un serpente di binari striscia silenzioso fra l’erba alta. All’altezza di Boscoreale, l’erba alta s’interrompe ed i locali della stazione conoscono altra destinazione d’uso: una realtà associativa – l’Associazione Stella Cometa – fa rivivere quel luogo altrimenti dismesso eleggendolo sede delle proprie attività. Fra queste, l’allestimento di uno spettacolo teatrale è la ragione d’occasione che ci dà modo di stendere queste righe.

Sostieni


Facebook