“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 09 Settembre 2017 00:00

Domande e considerazioni di noi giganti pirandelliani

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“Oggi il pubblico non crede più a niente” è la frase dalla quale partiamo, estratta dallo spettacolo Opera Nazionale Combattenti presenta I giganti della montagna − Atto III: perché Pirandello s'interroga sulla relazione palco-platea e perché lo spettacolo prevede i "giganti" come presenza rumorosa oltre il velo di fondo; di più: perché questa frase ci chiama direttamente in causa come spettatori, dicendoci quanto ora sia più difficile stupirsi, quanto sia più difficile credere in teatro che un cono segnaletico sia un'autobotte soltanto perché viene usata la parola “autobotte”, quanto sia più difficile stringere il patto comune della menzogna su cui ogni spettacolo messo in scena fonda la propria esistenza.

Ma, discorrendone assieme, un'altra battuta emerge ancora mutando la conversazione dopo pochi minuti: “Questo pubblico non vuole la poesia”. Opera Nazionale Combattenti offre infatti una compagnia alle prese con La favola del figlio cambiato, da offrire a spettatori disinteressati, quando non crudelmente ostili. Questa seconda frase allora ci suona come una risposta ai tanti interrogativi che ci siamo posti in questi giorni come cittadini/partecipanti del Festival Castel dei Mondi; interrogativi che hanno riguardato l'assenza di un teatro ad Andria e l'adesione alla rassegna festivaliera, il rapporto tra estetica spettacolare e il suo apprezzamento, l'offerta visibile di un'opera e la capacità di coglierne il valore effettivo, un segno ulteriore. Che fine fa la poesia se il pubblico non la vuole? E la poesia è nella "confezione" dell'opera, nella sua bellezza immediatamente percepibile, o risiede invece nell'ombra o ai margini dello spettacolo? Questa stessa poesia va comunque offerta alla comunità anche quando la comunità se ne disinteressa, quando non è in grado di apprezzarla, quando non vale la pena compierne il sacrificio? E a che prezzo? Ci interroghiamo, ne emergono due prospettive. La prima: ad un punto uno dei personaggi viene mandato in ribalta, in mutande, naso finto sul volto, perché dica una barzelletta che intrattenga e plachi l'ira del pubblico: pare una concessione al commerciale, una rinuncia alla vertigine poetica, l'offerta di ciò che la massa sembra richiedere. La seconda: questo pubblico di giganti è, per certi versi, un incentivo creativo giacché si tratta di un pubblico vero, genuino, che fischia e che rumoreggia, che scaccia dal palco attori non in grado di interessarli, che rifiuta opere che dimostrano di non essere all'altezza. Quante volte, invece, sediamo in plateee che, a fine spettacolo, applaudono per inerzia, abitudine, per malintesa educazione? E inoltre: questo pubblico che rumoreggia e ciancica è davvero poi così crudele e ignorante? Ne siamo davvero convinti? Se il pubblico, se tutti i pubblici, se coloro che il teatro lo vedono dovessero essere sentiti come “nemici” da coloro che il teatro lo fanno, che senso avrebbe per questi ultimi continuare a presentarsi in palcoscenico?
E ancora, continuando a porre/porci domande: siamo sicuri che l'assenza di desiderio o prospettiva poetica appartenga solo agli spettatori o a una parte di essi (a una parte di noi)? La compagnia che costituisce l'Opera Nazionale Combattenti è sfaldata, scalcinata, in perenne lotta interna; gli attori che ne fanno parte passano il tempo pre-spettacolo a litigare o a distrarsi, sottraendosi dalla micro-comunità di cui dovrebbero sentirsi parte; le prove de La favola del figlio cambiato inoltre ne mettono in evidenza tutta l'inadeguatezza istrionica, al punto che il frammento tratto dall'opera di Pirandello diventa un'offerta ridicola. Dov'è qui la poesia? In che mani è finita? A che corpi (attorali) è stata affidata? Uno mangia un panino, un altro se ne sta sulle sue con lo sguardo perso nel vuoto, un'altra invece passa il tempo a pettinare una parrucca prima di recitare svogliatamente le sue frasi. Quel pubblico incattivito che sentiamo agitarsi e vociare dietro a un tendone ingiallito, macchiato, frutto di federe e lenzuola cucite tra loro, forse avrebbe anche potuto apprezzare quello che gli viene offerto in visione se alla base ci fosse stato un lavoro artisticamente onesto, da parte di un gruppo poeticamente coeso, in grado di condividere nel migliore dei modi testo e sua messinscena. Invece vengono la barzelletta, il naso finto, le mutande e le offese reciproche, gli abbandoni momentanei, un senso perdurante di fallimento. "Non ci crediamo più".
Domina dunque la distruzione del teatro in Opera Nazionale Combattenti? Il segno che ci lascia è del tutto negativo? Ci sembra di no: lo spettacolo mette in scena anche l'inevitabilità dell'incontro tra gli attori e gli spettatori, cioè tra le due comunità sulle quali si fonda il teatro. "Senza di loro siamo sogni che non vengono sognati". Opera Nazionale Combattenti dunque offre la dimostrazione dell'irrinunciabilità della compresenza, la necessità che un attore ha di avanzare dalle quinte, dire le proprie battute a qualcuno, sperando che questo qualcuno lo ascolti. È l'irrinunciabilità di cui parlava Pirandello, spingendo i suoi comici a non restarsene chiusi nella Villa della Scalogna; è l'irrinunciabilità di questa compagnia finta, messa in scena da una compagnia vera che è giunta ad Andria in giornata, che ha montato la scenografia, fatto una prova generale, che è andata in scena per una sera, ha smontato la scenografia ed è ripartita. Perseverare, nonostante tutto crederci ancora, continuare a raccontare. In teatro, con il teatro: anche a rischio della morte (in Pirandello), verso la prossima replica. Di questa irrinunciabilità ci sembra sia Ilse l'emblema: lei crede ancora al poeta, lei ne serba lo strazio, lei ne dice le parole, lei infine sente il bisogno di incontrare i giganti non per dire loro schiocchezze ma per condividere (in maniera fallimentare) la poesia.
Altre domande poi vengono. Opera Nazionale Combattenti parla del teatro di allora o del teatro di oggi? E parla davvero solo di teatro? L'impressione è che, pur ricordando l'epoca pirandelliana, ci dica delle condizioni odierne cui le compagnie più giovani sono costrette: il palcoscenico non adeguato, lo scarso numero di repliche, le difficoltà di viaggio, l'assenza dei camerini, la presenza di spettatori che non sanno neanche ciò che vedranno. Un sistema allo sfascio intuibile attraverso lo sfascio in cui vive questa compagnia, tra bambolotti da due euro e un numero di sedie neanche bastevole perché tutti si siedano. Ma, di più: Opera Nazionale Combattenti sembra anche dire della beatitudine/condanna della passione, che ti costringe a tentare di nuovo, a non mollare, che t'illude portandoti comunque a crederci ancora. Non riguarda solo il teatro: riguarda dunque ogni nostra passione, ogni nostro talento.
Infine Opera Nazionale Combattenti ci porta a ragionare sul concetto di responsabilità: quella dell'attore, quella dello spettatore. Ecco, da spettatori: qual è la nostra responsabilità? Forse possiamo provare a incidere sulla programmazione, rifiutandone la vocazione commerciale e la banalità che ti viene di continuo propinata, rinunciando a riempire la platea quando l'offerta è televisiva; forse possiamo lavorare su noi stessi facendoci osservatori più attenti, che chiedono maggiore rispetto a chi organizza ma anche a chi va in scena; forse possiamo pretendere di più, smettere di accontentarci, non limitarci all'applauso di fine-spettacolo (anche quando è convinto, sincero) badando invece a cosa ci resta, nel tempo, di quello che abbiamo visto. La responsabilità di scegliere quale spettacolo vedere; la responsabilità di entrare in relazione con quella parte di vita che ci stanno raccontando; la responsabilità di accrescere la nostra educazione teatrale, la nostra consapevolezza in quanto spettatori teatrali, in quanto cittadini di questo Paese. 




Francesca Ceci
Pio Losito
Maria Pilato
Nadia Troia
Angela Zicolella




Festival Internazionale Castel dei Mondi
Opera Nazionale Combattenti presenta I giganti della montagna − Atto III
drammaturgia Valentina Diana
regia Giuseppe Semeraro
con Leone Marco Bartolo, Dario Cadei, Carla Guido, Otto Marco Mercante, Cristina Mileti, Giuseppe Semeraro
bande sonore e musiche Leone Marco Bartolo
voce fuori campo Silvia Lodi
luci Fabrizio Pugliese
scene e trucco Bianca Maria Sitzia
produzione Principio Attivo Teatro
paese Italia
lingua italiano
durata 1h 20'
Andria (BAT), Palazzo Ducale, 7 settembre 2017
in scena 7 settembre 2017 (data unica)

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