“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Venerdì, 08 Settembre 2017 00:00

Il West dei Forman: cosa resta dello stupore?

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Lo spettacolo dei Fratelli Forman Deadtown prometteva di essere il più difficile di cui parlare tra quelli a cui abbiamo assistito finora: non per la complessità dell'operazione in sé ma, paradossalmente, per la sua composizione immaginifica, a tratti esteticamente esaltante, in grado di indurre all'acriticità, a una mancata messa in discussione dello spettacolo. Ho talmente pieni gli occhi di ciò che ho visto che sospendo ogni altro giudizio, evito ogni altra riflessione, non aggiungo una parola. Ma non ci accade questo.

Torniamo presto, infatti, al tema della bellezza e dello stupore (dalla prima dipende il secondo) e torniamo al senso di meraviglia e di sospensione che una messinscena è in grado di suscitare, di cosa provochi nell'immediato e di quanto resista al ritorno alla vita oltre-teatro: rimane nel tempo lungo e quotidiano? E ci basta, questo stupore, come frutto dell'incontro con l'opera veduta?
L'impegno di dover ragionare, il giorno dopo, su quanto visto ci porta ad andare oltre le prime sensazioni e a provare a guardare lo stesso spettacolo da un'altra angolazione, ponendoci domande, nutrendo dubbi che sul momento non pensavamo di avere, sollevando questioni che partono dalla messinscena ma che − al contempo − la travalicano e finiscono per riguardare in senso più ampio il nostro rapporto con la visione del teatro: quello che stiamo incontrando durante il festival, quello che incontreremo domani.
Deadtown fa vibrare le corde dell'emozionalità con l'incanto di una costruzione artigianale e magica, allestita in maniera ineccepibile ed eseguita con grande abilità e con uno straordinario uso del corpo da parte dei performer; soprattutto nella sua prima parte Deadtown scorre veloce, divertente, a tratti folle: questa bellezza scenica, da giocoleria acrobatica (a un numero segue un numero: una danza, una sparizione, il volteggio in bicicletta) − che è del tutto adatta al tendone di un circo − è il preludio compositivo alla seconda in cui queste stesse abilità vengono poste al servizio di una storia cui però manca compattezza drammaturgica, in cui fa capo qualche ripetizione che rallenta: la rappresentazione, pur conservando il suo pregio estetico, si fa così più faticosa e a tratti s'ingarbuglia. In definitiva: per un'ora e quaranta al nostro sguardo compare una splendida visione ma, una volta tornati a casa, il nostro cuore ha già smesso di battere più forte. Assistere a Deadtown è stato come vivere un sogno: ci si estrae/distrae dalla vita vera, ci si lascia trasportare senza accorgersi del tempo che passa, si entra in un altro mondo ma questo sogno, così com'è iniziato con l'ingresso in sala, termina non appena dalla sala si torna in strada: dissolto, ormai svanito, sei felice di averlo visto e vissuto (“la mia giornata è terminata bene”) senza tuttavia che questo mantenga rispondenze dirette e immediate con la vita.
Tutto ciò, durante il nostro incontro, ci porta a sollevare una questione necessaria: lo spettatore deve necessariamente portarsi dietro qualcosa dalla visione? O forse talvolta un tempo circoscritto dedicato alla meraviglia, all'evasione, al nutrimento momentaneo di sé attraverso l'estetica, costituiscono un'esperienza sufficiente per dirsi e sentirsi appagati?
Ci sono lavori teatrali che hanno più o meno dichiaratamente la funzione di sollevare e affrontare una questione etico-politica e in quel caso sembra legittimo aspettarsi di uscirne portandosi dietro qualcosa: uno spunto di riflessione, maggiore consapevolezza su un tema o un aspetto del tema, un arricchimento interiore; allo stesso modo possono esserci spettacoli che appagano un desiderio di piacere estetico e ai quali si può concedere di non caricarli di aspettative e/o di implicazioni successive. Eppure non è detto che uno spettacolo “magico” non possa lasciare a chi l'osserva una ferita, una cicatrice buona, una traccia d'impatto che testimoni una relazione più profonda, duratura.
È un'argomentazione che ci riconduce al filo comune delle nostre conversazioni ovvero alla “fame” di teatro che abbiamo ad Andria e che ci rende bulimici per le due settimane di Festival e ci tiene a digiuno per gli undici mesi e mezzo successivi. La visione degli spettacoli di questa edizione ci sta facendo acquisire maggiore consapevolezza del nostro ruolo di spettatori: c'è il desiderio di non accontentarsi, c'è la voglia di confrontarsi con poetiche diverse ed ulteriori, c'è il bisogno di appagare in maniera continuativa questa nostra fame.
Per due settimane le nostre vite cambiano, si modificano abitudini e bioritmi personali e collettivi, alla fatica necessaria del lavoro s'aggiunge la fatica voluta e piacevole di seguire ogni sera il festival, lasciamo alle spalle gli impegni familiari con mariti e figli, deregoliamo ancora di più orari ed impegni già sregolati, le giornate si allungano fino a notte fonda (“lunedì, a festival finito, voglio dormire tutto il giorno!”). Succederà ancora per qualche giorno, fino a che dura Castel dei Mondi.




Francesca Ceci
Pio Losito
Maria Pilato
Nadia Troia
Angela Zicolella




Festival Internazionale Castel dei Mondi
Deadtown
regia
Petr Forman
con Petr Forman, Veronika Švábová, Marek Zelinka, Jacques Laganache, Daniela Vorácková / Simona Babcáková, Josefína Voverková, Vojta Švejda / Jirí Kniha, Michael Vodenka / Miroslav Kochánek, Ivan ”Zobák” Pelikán, Petr “Goro” Horký, Josef Sodomka / Ivan Arsenjev, Philippe Leforestier, Mitakuye Oyeasin, Jakub Tokoly, Dizzy Gilagio (Didier Castelle, Francois Lezer, Michel Oger, Thierry Malard)
scenografia Josef Sodomka, Matej Forman
design interni tenda Matej Forman
coreografia Veronika Švábová, Marek Zelinka and collective
musiche Marko Ivanovic, Jarda Traband Svoboda; La Lettera di Lincoln – Ennio Morricone
arrangiamento Jan Hasenöhrl
in cooperazione con Czech National Symphony Orchestra
costumi Andrea Sodomková
animazione cinematografica Josef Lepša
effetti sonori Michal Holubec, Marek Poledna (Studio Bystrouška)
light design Louise Gibaud, Petr Forman
light concept Igor Schmidt, Petr ‘Goro’ Horký, Petr Forman
sound concept Philippe Leforestier, Philippe Tivilie
proiezioni Tuchler jevištní & textilní technika
tenda-produzione Strojírny Podzime
produzione Forman's Theatre
paese Repubblica Ceca
lingua ceco, inglese (sopratitoli in italiano)
durata 1h 40'
Andria (BAT), Piazza Catuma, 6 settembre 2017
in scena dal 3 al 7 settembre 2017

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