“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Lunedì, 11 Settembre 2017 00:00

Fino alla fine, discutendo di R.OSA

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Una donna avanza dal fondo al proscenio, poi torna a mezzopalco, poi di nuovo in proscenio, utilizzando progressivamente l'intero assito. Parla in inglese, frontale, stabilendo subito l'assenza di quarta parete. Compie una decina di "esercizi", così li chiama: ora in solitudine − bestia che si lascia guardare, carne offerta al macello del pubblico, artista venuta alla luce, oggetto di giudizio altrui, lei di fronte a noi − ora invece coinvolgendo in maniera evidente o più celata la platea, che viene invitata a danzare all'unisono, a battere ritmicamente le mani, a prendere coscienza del progressivo vincolo di dipendenza dello spettatore dal teatrante che agisce. Alla fine sono applausi. E poi dubbi, il giorno dopo

R.OSA_ 10 esercizi per nuovi virtuosismi ci ha indotto innanzitutto a interrogare il genere e la forma dello spettacolo veduto, quasi fossimo presi nostro malgrado dal demone della classificazione. Si tratta dunque di danza o di uno spettacolo di prosa nel quale il corpo talora agisce anche danzando? E ancora. Ciò cui assistiamo è una coreografia o un insieme di esercizi solo abbozzati? Che relazione c'è tra la drammaturgia testuale e l'atto fisico, tra la partitura gestuale e questo corpo − esattamente questo − che avanza in palcoscenico? E perché parla in inglese, pur essendo italiana? Che funzione ha dunque l'estraneità linguistica, la diversificazione lessicale? Quale relazione stabiliamo con la messinscena e quale relazione, di contro, la messinscena stabilisce con noi? A un tratto partecipanti attivi, chiamati cioè a far parte collettivamente della performance, ne siamo anche le vittime? E poi: quell'osa di R.OSA, voce del verbo osare coniugato internamente perché formi il titolo, indica il coraggio interpretativo dell'attrice, ne sottolinea l'eventuale sforzo muscolare compiuto o fa riferimento all'ostentazione di una fisicità extra-ordinaria, imposta a sguardi che sono colmi di pre-giudizi, carichi di stereotipi?
Ne abbiamo discusso per due ore, assieme, ognuno disponibile al parere dell'altro, senza tuttavia venirne a capo fino in fondo. R.OSA infatti comporta la moltiplicazione delle ipotesi, la divergenza di lettura. Ad esempio: l'uso della lingua inglese. Per qualcuno è un rimando ai video per la ginnastica casalinga, a Jane Fonda, alla parlata americaneggiante da pin-up; per altri è la coniugazione verbale del gioco scenico, vero e proprio tranello che l'attrice tende a chi l'osserva; per altri ancora rimarca la diversità tra chi è in palco e chi siede in platea, induce all'aumento di attenzione (cerco di afferrare quel che viene detto in una lingua che non è la mia) e determina perciò un rapporto di subordinazione di chi ascolta rispetto a chi parla. Così − ad un tempo − lo spettacolo ci è parso una dimostrazione frammentaria e volutamente eterogenea di talento (dal playback mimico di Toxic di Britney Spears, quasi degno di Jim Carrey, all'interpretazione del ruolo di animatrice turistica); un modo per dire non guardatemi bensì vedetemi; un atto politico di contrasto alla crescente standardizzazione estetica della figura femminile. A questo l'aggiunta che il teatro, in quanto teatro, si è dimostrato ancora una volta hic et nunc incarnato dall'attore che è in scena ed occasione di rispetto, di salvaguardia e di valorizzazione dell'unicità, posto nel quale il mercato (nonostante la crescente tentazione della produttività commerciale e paratelevisiva) non è ancora riuscito ad imporre del tutto il suo credo omogeneizzante.
Così i nostri pensieri si fanno confusi, talora contraddittori, comunque vivaci per accumulo: Claudia Marsicano funge da cavia e da dominatrice, mettendo in opera di continuo la pratica del ribaltamento di ruolo; il vero spettacolo ora è in palco, ora invece avviene in platea; il corpo risulta ostentato e fatto sparire; R.OSA è una testimonianza serissima e uno scherzo teatrale, che a qualcuno pare completo e ad altri privo di sviluppo drammaturgico; la partitura è un saggio pensato e realizzato al millimetro ma anche una danza composta da mancanze, puri accenni, fatiche calibrate che arrivano, di volta in volta, al limite fisico senza tuttavia mai superarlo davvero.
Ci guardiamo discutendone ancora, accorgendoci soprattutto che R.OSA in tutti noi ha lasciato il bisogno di parlarne, un'emergenza che fa bene e fa male, un segno che perdura; conveniamo infine che riguarda (anche) il nostro corpo, la relazione tra il nostro corpo e lo sguardo degli altri, le imperfezioni rimarcate dai canoni dominanti e alla moda, imperfezioni di cui finiamo per vergognarci anche se non dovremmo: le volte in cui celiamo parte del nostro aspetto scegliendo una maglietta di una taglia più larga, in cui rinunciamo a quella gonna o a quel pantalone, in cui lasciamo liberi i capelli invece di legarli, in cui assumiamo una posa (scomoda) ma protettiva, in cui decidiamo di camminare un passo più in là: nella speranza, segreta, che nessuno ci noti. E − li abbiamo sentiti i commenti iniziali del pubblico andriese, la vocazione allo sbircio voyeuristico, la curiosità prudiginosa da cui derivano considerazioni immediate, battutismo infelice, risatine frenate dal presunto bon ton: un atteggiamento dissoltosi progressivamente al cospetto dello spettacolo − R.OSA riguarda il corpo delle donne, campo sul quale quotidianamente le Istituzioni politiche e religiose (prettamente maschili) di questo Paese continuano a combattere le proprie battaglie partitiche, di interesse e di fede: dall'aborto al (mancato) diritto all'eterologa, fino alla classificazione da compiere se lo stupro è stato commesso dal maschio straniero o italiano, dal migrante o dall'amico di famiglia.


Così, confrontandoci, si fanno le nove di sera dell'ultimo giorno de
Lo spettatore che racconta. Una piccola esperienza ospitata e voluta da Castel dei Mondi, una stanza offerta alla messa in discussione di quello che è avvenuto, in teatro e in città. Il Festival, da stamattina, è passato. Ne restano frammenti di spettacoli, gesti attorali, stupori momentanei o perduranti, lembi di testi sconosciuti o già noti, la comprensione della differenza poetica manifestatasi sera dopo sera. Ne restano le parole e gli sguardi che ci siamo scambiati.
Ne resta ciò che sempre resta del teatro: il ricordo; in attesa che sia di nuovo di ritorno. 





Francesca Ceci
Pio Losito
Maria Pilato
Nadia Troia




Festival Internazionale Castel dei Mondi
R.OSA_10 esercizi per nuovi virtuosismi
regia e coreografia Silvia Gribaudi
con Claudia Marsicano
contributo creativo Claudia Marsicano
disegno luci Leonardo Benetollo
costumi Erica Sessa
consulenza artistica Antonio Rinaldi, Giulia Galvan, Francesca Albanese, Matteo Maffesanti
produzione Silvia Gribaudi Performing art, La Corte Ospitale
coproduzione Santarcangelo Festival
in collaborazione con Il Granaio Arcene, Qui e Ora Residenza Teatrale Milano, AMAT Associazione. Marchigiana Attività Teatrali, Armunia – Castiglioncello, Associazione Culturale Zebra, Teatro delle Moire / Danae Festival Milano, CSC Garage Nardini Bassano del Grappa
con il contributo di MiBACT Regione Emilia-Romagna
paese Italia
lingua inglese, italiano
durata 45'
Andria (BAT), Teatro dell'Oratorio Don Bosco, 8 settembre 2017
in scena 8 settembre 2017

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