“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Giovedì, 02 Marzo 2017 00:00

Diritto di morte

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“Sai come si chiama la clinica dove
si ha la libertà di ammazzarsi? Dignitas”
(Bella Addormentata, 2013)
 


Fabiano Antoniani, reso cieco e tetraplegico dal 2014 da un incidente stradale, è morto alle 11:40 del 27 febbraio 2017. No, la questione è ben diversa: Dj Fabo ha scelto di morire, mordendo lui stesso il pulsante per attivare l'immissione del farmaco letale, che ha assunto in una clinica specializzata Dignitas a Forck, in Svizzera.
Ad accompagnarlo e a rischiare, adesso, fino a dodici anni di carcere per il reato di ‘aiuto al suicidio’ è stato Marco Cappato dell'Associazione no profit Luca Coscioni, impegnata nella sensibilizzazione circa la libertà di ricerca scientifica in materia di eutanasia, contraccezione ed aborto, fecondazione assistita e diritti dei disabili e co-fondata dal celebre attivista Piergiogio Welby, affetto da distrofia di Duchenne e morto il 20 dicembre 2006 dopo che gli furono staccati i macchinari per sua volontà.

Nonostante quanto augurato dall’ex Presidente Giorgio Napolitano in risposta ad una lettera indirizzatagli nel settembre 2006 dallo stesso Welby, circa l’apertura di un confronto politico sull'argomento, le leggi in materia di eutanasia in Italia non sono ancora del tutto chiare: il suicidio ed il tentato suicidio non sono reati, ma stando all’articolo 575 del Codice Penale in materia di omicidio volontario, l'eutanasia attiva (iniezione leale) ed il suicidio assistito sarebbero perseguibili come tali e punibili con una reclusione da sei a quindici anni; tuttavia, assicurata l'irreversibilità secondo standard internazionali dello stato del malato e fatti certi dell’opinione di quest’ultimo, se cosciente o in possibilità di ricostruzione anche indiretta, in opposizione alla continuazione del trattamento, un giudice sarebbe autorizzato a concedere la disattivazione dei presidi sanitari previsti per pazienti in stato vegetativo secondo la sentenza Cass. Civile Sez. I n. 21748/07.
“La politica ha perso”, ha affermato Marco Cappato in un commento alla vicenda di Antoniani, facendo riferimento alle soluzioni illegali e molto costose a cui i malati devono ricorrere per potersi sottoporre a queste procedure. Ma a vincere chi è stato?
Fabiano Antoniani ha compiuto quarant'anni lo scorso 9 febbraio, una data che, per un caso sfortunato, sul calendario dei ProLife segna, dal 2009, l’anniversario della dichiarazione di decesso di Eluana Englaro, dopo tre giorni di progressiva riduzione dell'alimentazione artificiale che l’aveva tenuta in vita per diciassette anni nella casa di cura ‘Beato Luigi Talamoni di Lecco’. Era il 3 febbraio 2009, l’orologio segnava l’1:30 del mattino e la polizia riuscì con fatica a sgomberare i manifestanti che cercavano di ostacolare con il loro corpo il transito dell’ambulanza che sarebbe giunta, dopo un viaggio di 374 km, presso la Residenza Sanitaria Assistenziale ‘La Quiete’ di Udine, dove quindici tra medici e infermieri, volontari ed esterni alla clinica, si erano resi disponibili ad attuare il protocollo terapeutico disposto in decreto dalla Corte d'Appello di Milano.
Nel 2012, il regista Marco Bellocchio tentò di sottoporre al pubblico gli spiragli aperti da questa vicenda con il suo film Bella Addormentata, che si va ad incastonare in una tradizione di filmografia internazionale sul tema, nata a partire dal 1941 con Ich klage an (Io accuso) di Wolfgang Liebeneiner.
A fare da cornice alle quattro storie trattate nel film, presentato in concorso alla 69ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e successivamente al Toronto International Film Festival ed ostracizzato dal blocco dei finanziamenti da parte dall'Assessorato regionale alla Cultura del Friuli-Venezia Giulia e successivamente affidato al Film Fund (il fondo finanziatore di diverse produzioni cinematografiche) dell'Ente Turismo FVG, sono proprio gli ultimi sei giorni di vita di Eluana, che arrivano agli occhi dei personaggi di fantasia tramite quotidiani e spezzoni televisivi.
Ogni personaggio − espressione di una corrente di pensiero o di una ideologia politica − è collegato emotivamente alla vicenda Englaro, ma in maniera differente.
È con un telegiornale che si apre l’intera vicenda: scene di protesta che scorrono sotto gli occhi del senatore Uliano Beffardi, ruolo per il quale l’attore Toni Servillo ha vinto un Nastro d’argento speciale nel 2013 e di sua figlia Maria, interpretata da Alba Rohrwacher. L’uno, chiamato a votare per la legge volta ad impedire l’interruzione dell’alimentazione artificiale, che sente in cuor suo di non sposare questa causa in coscienza e che vorrebbe disubbidire alla filosofia del Partito; l’altra, attivamente coinvolta nel movimento per la vita che sta manifestando di fronte alla clinica, è incapace di comprendere le posizioni del padre, al quale guarda con disgusto.
Alla vita di quest’ultima, si intrecciano quelle di Pipino (Fabrizio Falco) e di suo fratello Roberto (Michele Riondino), schierati sul fronte opposto a quello di Maria; alla vicenda di Eluana si legano indissolubilmente quella di una donna, interpretata da Isabelle Huppert, madre di una ragazza in coma irreversibile per la quale ella prega e spera in un miracolo, e quella di una aspirante suicida, “Rossa”, a cui Maya Sansa presta il volto, e del giovane medico Pallido, nei panni del quale vi è Pier Giorgio Bellocchio, che tenta di fermarne i propositi, in virtù del giuramento fatto al momento del conferimento della laurea.
Il potere decisionale ed i suoi dubbi, l’opinione pubblica a favore e quella che dissente, la madre affranta e la sua fede, l’aspirante suicida ed il “salvatore” si incontrano tutti insieme, in un tripudio di ire, lacrime e sospiri sullo sfondo di un caso che smosse gli animi.
“Se Eluana non percepisce nulla non si capisce in cosa consista questo suo vivere, se invece dovesse talvolta percepire la propria situazione, si tratterebbe di una orrenda tortura”, scriveva il 4 febbraio 2009 l’abate emerito dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura a Roma Giovanni Franzoni.
Tuttavia quello che si dibatte oggi non è solo il diritto alla morte e alla cessazione di uno stato di presumibile accanimento terapeutico, ma anche il diritto di un disabile a vivere. È qui, forse, la chiave di volta: dove si pone il confine tra ciò che è dignitoso e ciò che invece non lo è? 
La testa torna immediatamente indietro di dieci anni, al calciatore Giovanni Nuvoli, che la sclerosi laterale amiotrofica aveva paralizzato e che decise di lasciarsi morire di fame e sete con uno sciopero volontario lungo una settimana fino a trovare la morte il 23 luglio 2007, dopo che l’anestesista Tommaso Ciacca, resosi disponibile ad eseguire le sue ultime volontà di staccare il respiratore artificiale che lo manteneva in vita, fu fermato dai Carabinieri di Alghero e della procura di Sassari.
Un’esistenza in assenza di possibilità di movimento autonomo che sia vita? E, se non lo è, perché non permettere senza ingiurie ad una madre di interrompere la sua gravidanza alla diagnosi di una patologia che impedirebbe al bambino di essere autosufficiente?
“Nella primitiva storia del Cristianesimo il morire era una cosa naturale e un avvicinarsi alla vita eterna” − continuava Giovanni Franzoni nella sua intervista del 2009 − “c’è una notevole preoccupazione dei vertici vaticani nei confronti della modernità. La Chiesa ormai, non potendo più contare su una maggioranza reale, punta sulla ‘maggioranza morale’: cioè pretende di pesare di più in base a una presunta superiorità dei propri principi morali”. Ma cos’è morale, quando si parla di vita e morte?
Se è giusto, per alcuni, permettere a un disabile di interrompere la sua vita perché da lui non considerata degna di essere vissuta, è altrettanto giusto − come nell’esempio offerto dal regista nella figura di Rossa − impedire a un individuo in salute di compiere un suicidio, se lui considerasse la sua esistenza infelice abbastanza da giustificarne un’interruzione volontaria?
Questo forse l’interrogativo supremo, che si scontra con quello che ai nostri occhi appare solo un eccesso di egoismo, l’incapacità di gioire di ciò che si possiede.
Rifacendosi alla trama del libro Vi perdono di Angela Del Fabbro (pseudonimo di Mauro Covacich), Valeria Golino si cimentò, nel 2013, con il suo primo film come regista, a cui diede titolo Miele.
Protagonista è Irene, infermiera trentenne che aiuta i malati terminali ad andare incontro alla morte in modo più lieve, messa al bivio dalle richieste di aiuto dell’ingegnere Carlo Grimaldi, interpretato da Carlo Cecchi, che a causa di un’acuta depressione vorrebbe che la donna facesse lo stesso per lui. Se analizzassimo l’uomo come creatura mortale che va incontro ad un decadimento più o meno lento in virtù di molte variabili, i ‘servigi’ di Irene, dalle fattezza di Jasmine Trinca, sarebbero qualcosa di estendibile a qualsiasi individuo. Troppi, ad oggi, gli interrogativi a cui una ragazza di poco più di vent’anni non può pensare di poter rispondere.
L’opinione pubblica − che in tempi meno recenti avrebbe affrontato la situazione con manifestazioni di piazza al grido di “Eluana, svegliati, ti vogliono uccidere” o gesti simbolici come il lascito, su invito del giornalista Giuliano Ferrara, di bottigliette di acqua davanti al Duomo di Milano − oggi prende parte alla vicenda soprattutto dal pulpito della propria bacheca Facebook. Tra loro, ovviamente, spicca Adinolfi, allontanato dalla piattaforma social per via di un commento che di umano, al di là di qualsiasi opinione, aveva ben poco.
Dopotutto, rifacendomi al commento sulla vicenda del giornalista e scrittore Ulderico Munzi, che sul suo profilo personale si descrive, con parole molto aspre, favorevole all'eutanasia e nemico dei subdoli becchini che formicolano sugli ultimi giorni di vita di un malato, “gli abitanti del web italiano siamo noi, con i nostri cervelli e con i nostri intestini”.

 





Bella addormentata
regia
Marco Bellocchio
soggetto e sceneggiatura Marco Bellocchio, Veronica Raimo, Stefano Rulli
con
Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Pier Giorgio Bellocchio, Maya Sansa, Michele Riondino, Fabrizio Falco, Isabelle Huppert, Gianmarco Tognazzi, Brenno Placido, Roberto Herlitzka: senatore psichiatra, Gigio Morra, Federica Fracassi, Antonio De Matteo
produttore Marco Chimenz, Giovanni Stabilini, Riccardo Tozzi, Fabio Conversi (co-produttore)
produttore esecutivo Fabio Massimo Cacciatori, Franco Bevione
distribuzione 01 Distribution
paese Italia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2012
durata 115 min.

 

 

Miele
regia
Valeria Golino
soggetto e sceneggiatura Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino
con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero De Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte, Roberto De Francesco, Barbara Ronchi, Massimiliano Iacolucci, Claudio Guain, Elena Callegari, Teresa Acerbis, Jacopo Crovella, Valerio Bilello, Gianluca De Gennaro
produttore Riccardo Scamarcio, Viola Prestieri, Anne-Dominique Toussaint (co-produttrice), Raphael Berdugo
Distribuzione (Italia) BiM Distribuzione
paese Italia, Francia
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2013
durata 96 min.

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