"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Venerdì, 12 Maggio 2017 00:00

Chi ha paura dell'italiano

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Il 21 aprile di quest’anno il linguista svizzero Max Pfister ha compiuto ottantacinque anni: un bel traguardo, per l'uomo premiato per i suoi studi di italianistica e romanistica con dottorati honoris causa dalle università di Bari, Lecce, Torino, Roma e Palermo, ed stato insignito dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi del Diploma di Prima Classe con Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte, nel 2006.
A lui ed ad una sua fortunata idea datata 1968, si deve il celeberrimo Lessico etimologico italiano (LEI), il più completo dizionario etimologico di base della lingua italiana scritta e dei dialetti italiani.

Ad oggi, la casa editrice Dr. Ludwig Reichert Verlag (con sede a Wiesbaden, capitale dello stato federato dell'Assia) ha pubblicato dodici volumi completi e numerorissimi fascicoli facenti parte di un progetto la cui fine è stimata nel 2032 ma, a rendere unico questo dizionario, è il suo intento: cogliere ogni lessema nella sua storia ed evoluzione, a partire dall’etimo.
Ad occuparsi della sua stesura è un’apposita commissione presieduta da Max Pfister stesso e da Wolfgang Schweickard, la cui intenzione è quella di "collocare il lessico italoromanzo in un contesto romanzo complessivo".
Il tentativo di studiare il lessico italiano in ogni suo aspetto socio-culturale e geografico-linguistico, cogliendolo nelle sue evoluzioni ma non privandolo di riferimenti alle sue radici linguistiche e storiche, risponde inequivocabilmente alla necessità di porre in maniera sistematica la lingua italiana nel quadro della lessicologia romanza.
La lingua che parliamo è, secondo dati raccolti dal Ministero degli Esteri, la quarta più studiata al mondo (dopo l’inglese, il francese e lo spagnolo), eppure i primi a rinnegare la terminologia specifica della loro lingua sono i cittadini italiani stessi, dai vertici alle sfere più modeste della società. Nessuna critica ai dialettismi, né tanto meno a quanti preferiscano esprimersi in una lingua colma di regionalismi e geosinonimi: ciò che sta uccidendo l’italiano ed il suo uso è il sempre più crescente ammiccamento alla lingua inglese. Non si tratta in questo caso di un surrogato linguistico, come potrebbe essere il caso dello Spanglish ispano-americano, ma piuttosto un soppianto del proprio lessico madre in virtù dell’uso di un altro idioma dalle caratteristiche lessicali e strutturali differenti e, soprattutto, dell’abuso del suo lessico.
L’infiltrazione inglese nella lingua italiana all’interno delle istituzioni è ben nota ai più ed è giustificata, agli occhi del parlante medio, dalla necessità di interazione con impianti comunitari che vedono nell’anglofonia la chiave di comunicazione efficace; eppure, l’uso dell’inglese non si conclude ai comunicati con l’Estero, ma diventa parte integrante della struttura sociale e politica dello Stato, al punto tale da trovare spazio in provvedimenti e proposte di legge nostrani.
Ne è un esempio chiaro il decreto sul lavoro di renziana proposta, il Jobs Act, sottoposto all’attenzione dei cittadini italiani in un periodo in cui parole come austerity e spread sono così diffuse e ridondanti da essere entrate a pieno titolo nella lemmatizzazione di tre dei più celebri dizionari italiani (a partire da Sabatini-Coletti, 2008; Treccani, 2010; Gabrielli, 2011).
Unici vertici tra gli Europei, quelli italiani, a parlare al proprio popolo in una lingua che non sia quella del popolo stesso.
Ad occuparsi dello studio dell’utilizzo della terminologia anglofona in settori quali l’economica, le scienze (finanza, informatica, medicina) è l’Associazione Italiana per la Terminologia (Ass.I.Term), il cui primario obiettivo è la normalizzazione di quei lessemi che ad oggi sono preferiti a quelli italiani.
Tuttavia, il fenomeno è molto più complesso di quanto possa apparire ad occhio nudo. Viene da chiedersi, infatti, quanto profondamente sia penetrata la lingua inglese nell’impianto morfologico e sintattico dell’italiano in quanto lingua.
Le progressive infiltrazioni del lessico inglese nella lingua corrente italiana hanno portato nel 2001 l'Accademia della Crusca alla costituzione del CLIC, Centro di Consulenza della Lingua Italiana Contemporanea, il cui compito è quello di esaminare le tendenze evolutive della lingua che ogni giorno parliamo e studiarne gli adattamenti linguistici, ortografici e fonetici: ad oggi sono rintracciabili, accanto a sigle ed acronimi, prestiti integrati, prestiti di necessità, prestiti di lusso, calchi semantici o di concetto.
Pioniere sono state le pubblicità, che ormai arrivano alle orecchie degli italofoni sotto forma di advertising, ed a seguire sono giunte le sostituzioni di vocaboli inglesi a quelli nostrani nelle più variegate situazioni e nei più variopinti contesti.
L’inglese, giunto nel registro linguistico italiano nel dopoguerra, richiama inevitabilmente il boom economico di matrice statunitense a cui soprattutto le classi abbienti anelavano: la lingua stessa in quest’ottica diventa promotrice di un clima di benessere e spensieratezza.
In una società in continuo mutamento, non è raro adottare termini ormai in voga sul mercato, accettando l’impossibilità di trovarne un corrispettivo in tempo adeguato, ma è altrettanto innegabile al giorno d’oggi, la tendenza all’utilizzo di parole come ticket, trend, cool, curvy in sostituzione dei corrispettivi nostrani biglietto, tendenza, fantastico, formoso.
L’inglese che gli italiani parlano è smisurato e ridondante: a dirlo è Arrigo Castellani nell'ironico lavoro Morbus anglicus! che pubblica nel 1987 sulla rivista Studi Linguistici Italiani
Ormai quasi non c’interroghiamo più sull’uso di questi ed altri vocaboli che hanno completamente sostituito le nostre proprie forme d’espressione e che rischiano, giorno dopo giorno, di soppiantarle definitivamente: la chiave di volta del problema è l’aspetto connotativo del lessema che viene favorito rispetto al corrispettivo italiano, in un processo inevitabilmente depotenziante della propria lingua di origine che, giorno dopo giorno, si indebolisce.
Pur accantonando il patriottismo linguistico viene da domandarsi se l’assenza di una politica linguistica consapevole porterà ad una non lenta trasformazione dell’italiano ad un inglese pronunciato all'italiana e con venature lessicali di peninsulare memoria.
A parlare una lingua creola ed ibridizzata sono gli italiani, che al contrario degli stranieri, i quali imparano ex novo, sembrano decisi a rinunciare a qualsiasi forma di purismo culturale e linguistico, nel tentativo di rendersi internazionali.
L’italiano difetta di chi lo protegga dal sempre più prepotente Itanglese, termine già lemmatizzato ufficialmente (per la prima nel 2008), che condusse persino l’Urbe più famosa della cultura latina ad adottare un maccheronico “RoME&YOU” come sua presentazione ufficiale, messo nuovamente al bando nell’aprile 2016.
Oltreoceano, città, università e organizzazioni si fregiano di motti in latino e si presentano al mondo sfoggiando una saggezza che noi abbiamo dimenticato, in virtù di romantici “Ti lovvo” e di maccheronici “Very bello”. L’inerzia è di per sé più conveniente della difesa stregua delle proprie radici, da tirar fuori dalla valigia solo nel momento in cui c’è qualcuno di mandare a casa. Quanti weekend con gli amici avete organizzato negli ultimi anni?
Arrendersi, si sa, è più facile che resistere: i nostrani “fine settimana” fuoriporta sono un concetto ormai lontano.

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