"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 22 Ottobre 2015 00:00

Barbonaggio, diario di un viaggio (quarta tappa)

Scritto da 

Si torna a casa. In Italia, a calcare strade e palcoscenici ‘familiari’. Rinnovandosi ogni volta che si va in scena. Ricreandosi dall’uomo al personaggio e ricreare la platea proiettandola nell’atto. Per strada va diversamente. La strada è un non luogo (nella definizione artistica del termine) potenzialmente infinito. Il pubblico non è predisposto nel ruolo affibbiatogli dello spettatore.

Passano, attraversano, si soffermano se incuriositi, se contaminati dalla proposta artistica. Un megafono è sufficiente a distrarli dal torpore del proprio pensiero alienante. Si trovano davanti un uomo, il suo volto segnato dalle rughe della coscienza dei personaggi che per una vita scenica ha interpretato. L’espressione a metà tra la maschera e il volto, di cui gli occhi manifestano la schiettezza, senza trucco, senza schermo, senza parete. Ippolito Chiarello incarna l’attore al servizio del pubblico, antiestetico, antiformale, ammiccante quando da chi osserva si desidera il contatto non mediato. Il suo gesto è essenziale, ridotto all’osservazione non edulcorata al visivo, all’esposizione per corpo verbale e voce incarnata. I testi a cui dà forma e sostanza (scritti da Michele Santeramo) raccontano di prospettive di sguardo sull’attuale, sul differente punto di vista appartenente a ciascuno se si abbandonasse all’extra-ordinario. La scioltezza dell’articolare tensioni e moti sensibili, civili, politici al di là dei dogmi, del dovere, della volontà determinata dal pensiero unico dominante e massimalista.
Si ritorna in Italia. Patria ammassata, politicamente sedotta, corrotta e abbandonata da ipotetici ‘venti nuovi’ che si stanno dimostrando di riuso. Politiche centralizzate, baronati, e l’arte marginalizzatata a strumento e non mezzo di contrapposizione (come dovrebbe essere) o di presa di coscienza del potere. E gli artisti sono lavoratori. E se qualcuno li paga... lavorano per qualcuno. Chiarello sceglie di lavorare per il pubblico. I suoi pezzi li vende per strada. Mendicando non moneta... ma contatto. Contatto non sempre possibile nella formalità di un luogo adibito alla scena.
Dopo avere girovagato per l’Europa. Dopo avere “barboneggiato” per Madrid, Berlino, Londra, Ippolito passa da Firenze, poi Napoli prima di approdare nel suo amato e nativo Salento. Dove il pubblico gli è riconoscente, dove per strada si fermano perché lo riconoscono. Dove 30 e 31 ottobre il barbonaggio diventerà collettivo e da tutta Italia accorreranno artisti vogliosi di sfamare il pubblico e sfamarsi con corrispondenze, saziarsi di empatia. Ed è per il pubblico che si fa teatro. Se non è sociale, il teatro, allora è servizio lussurioso. Buono solo per dell’autoerotismo.
La voce di Ippolito Chiarello: “Giorno 14, il barbone si concede una giornata free per le strade di Londra prima della partenza per Firenze e per l’Italia. Dopo la proiezione londinese un giorno di pausa e di relax. Ci muoviamo alla ricerca di una sciarpa da rimpiazzare e posti nuovi da vedere: Candem town, Soho. Shopping compulsivo. Prima scoperta: i commercianti sono quasi tutti italiani o hanno commesse italiane. Ci sentiamo a casa fuori casa. L’ultima frase a Candem è stata... 'volete un po' di pizza prima che chiudiamo?'. Soho, Chinatown. Torniamo a casa da Michelle, la splendida donna che ci ospita che ci fa trovare una cena da notte di Natale. Siamo increduli e commossi da tanta generosità e affetto. Michelle mi dice che le cartoline che le ho regalato del film le metterà sulla parete di famiglia, privilegio per pochi. Relazioni sentimentali con la gente, come ho sempre pensato debba essere questo lavoro. Relazioni che si trasformano in pubblico bello e consapevole. Anche in una terra straniera. Partono gli scambi e si ritornerà. Giorno 15 partenza, saluti, baci, regali, pianti, arrivederci in Italia. Sentiamo il distacco. Aeroporto e controlli di sicurezza. Stavolta hanno esagerato, mi hanno ridotto ancora una volta in mutande e si sono profumati con il mio Costume National per assicurarsi che non fosse liquido esplosivo. Sono contento di ritornare in Italia e sentire parlare la mia lingua. Un po' mi sono stressato per comunicare, anche se è stato stimolante per vincere la pigrizia nel cercare di comunicare nella lingua altrui. Firenze, una città che amo molto, un po' troppo “signorile”, ma un incanto allo sguardo. Gli amici del Teatro del Sale ad accoglierci, sempre con calore e con tanto buon cibo. Maria Cassi e Fabio Picchi, le anime di questo luogo, da sempre hanno appoggiato il mio progetto e hanno prodotto con i Teatri Abitati pugliesi il film. Giorno 16, serata in cui ero molto nervoso, il pubblico fiorentino è particolare e avevo paura per il gradimento. Sold out e a parte qualche defezione, anche qui bellissima serata con tanti amici, pubblico fiorentino e stranieri. Maria mi ha presentato al pubblico prima della proiezione e io ho portato con me sul palco il mio impermeabile e il megafonino. Quest’ultimo di diritto perché comprato proprio a Firenze quattro anni fa e ancora in vita, come si diceva. Chi non muore si rivede. Fino ad adesso una babele di lingue e paesaggi, un viaggio che mi ha provato per tanti motivi. La testa concentrata, il cuore che rivede il viaggio fatto a ritroso, la bellezza e lo stupore di vedere che quel viaggio e quell’intuizione non erano un pensiero vano e senza fondamento. Il viaggio come condizione dell’arte".
“È possibile che ogni volta che parlo con me devo litigare?”. “La bellezza per noi è sempre altrove... solo da guardare... e invece la bellezza è dentro di noi, nel fondo del fondo e si fabbrica, basta saper guardare”. E a proposito di viaggio: “Dove si va quando si muore”. (Michele Santeramo, dallo spettacolo Fanculopensiero – Stanza 510 e dal film Ogni volta che parlo con me).
Alla prossima, a Lecce, la meraviglia del Salento.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook