“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 17 Luglio 2016 00:00

Viaggio lento

Scritto da 

grecìa salentina. non riesco ad afferrare senso, perché, luoghi e forme. non riesco a chiarire, identificare, dare nome. malia. malia corrompe percezioni e ragione. malia negli occhi e nello stomaco. attraverso e tutto si fa attraversare. mi attraversa. mi soffermo un attimo per essere rapito altrove l'attimo dopo. sulla strada per calimera, per esempio, ulivi si contorcono su sé stessi per darne corpo d'uomo. sentieri di pietra tracciano qualcosa d'antico, segni silenti. la gente si parla in greco, anzi grico. e nei vicoli, il disordine architettonico tipico di zuffe tribali e apotropaiche. avverto febbre. di bellezza. di stupore. di avvertire lo sregolato battito di questa terra. nel tentativo di canalizzare euforie incontenibili.

una fila di signori sull'ingresso di un bar di pisignano, mi fa pensare a pettegoli ragionamenti di riconoscimento sociale. quello che un tempo veniva finalizzato nei riti. riconoscersi nei ruoli e nelle posizioni sociali di una comunità. ora, questi giudici di strada guardano e etichettano. e tramandano.
una manciata di giovanotti, piccoli, piccolissimi, sotto un monumento ragionano. si parlano cominciando 'ascolta questo punto di vista'. non avevo mai sentito niente di simile. forse abituato male. forse mi sono fatto un'idea sbagliata del mondo. ma qui è un mondo altro. e io non riesco a prenderlo.
era Tonino Guerra a dire che il fascino dei luoghi è quello che non riesce a spiegarsi, no? 
mi sento ebbro. di bellezza. e quel filamento provocato dal dolore di avere perso la vita, in questa terra, essere sepolto e rinascere, dalla grazia del sepolcro. intorno radici. e pini su pietra a ridosso di mari cristallini e verdi. e un amore. sacro. per questa terra. non mia. che mi uccide e mi vive. che mi anima. mi sconvolge.

Ho perso la parola. Ho perso i vestiti. La casa. La moglie. La dote. La terra. I figli. Li abbiamo mangiati come antipasto.
Sono il nemico da portare in petto.
Ho seminato per questa terra rossa per fioriture meravigliose. Poco importa se hanno visto i ciechi. E nelle ombre da loro immaginate mi hanno dipinto ammantato e scarno.
Ho parlato per armonizzare il vento. Poco importa se sordi hanno udito clangori.
Solcato per custodire le vegetazioni migliori. Mani ladre hanno rubato il raccolto.
Si vede l'orizzonte infinito. Nessun muro. Di monte o mattoni. E lo sguardo va lontanissimo. Perdendosi nel mescolarsi all'aria. Dondolare. Sussultare.
Io non posso raccontare senza stordirmi di poesia. Se risulterà lirico questo mio narrare, non chiedo perdono, né evito il biasimo. Troppo mi ha sussurrato questo lembo stretto e strusciato dai mari da poterne rimanere sobrio.
Ne conosco la ferocia. Il crudele strappo dalla mammella dopo avermi fatto bere a piacere. Lasciarmi solo. Di notte. Per strada. Tra lupi gelosi e affamati. A fauci spalancate.
Ne conosco l'ipocrisia. Maschere in pietra dal sorriso a nascondere denti aguzzi.
Ne conosco il senso di morte perenne portato in gola. Per averne gustato il dolce siero e averne sputato la bile.
Questa terra è di tutti. Io non sono che una bambola sulla giostra. Questa terra ha confini ferrei. Pur non avendone di reali. E i baroni sono invisibili. Nei loro regni per tutti. Ne fanno saggiare. Ne fanno godere. Ne fanno libare. Per sodomia.

Non è un buon modo per iniziare qualcosa che dovrà essere letto.
E non ho intenzione di farlo. L'ebbrezza mi detta e io batto.
Che possa soltanto trasmettere la percezione di un gusto immaginato, come quando si pensa al gusto amaro del limone e i sensi ripropongono quel sapore.
Non ammetto finzioni. Il racconto dovrà prevedere l'epico tratto d'un suggerire d'un Dio.
Questa è terra che balla, sì. Che fa impazzire.

Nemmeno voglio sia patetico. Della stucchevolezza che pure è presente qui, attorno, in genti e facciate, per troppo isolamento dal cinismo del mondo.
Nemmeno formale. Come il tronfio chiacchericcio leccese, atteggiata a città a dispetto dell'afrore che scurisce sessi e susine.

Stordimento. Dolcezza. Incanto. Stupore. Acqua e vento. Pane e pietra. Mistero. Divinatorio. Mito.
Questo il Salento.

Io sono morto. Io sono vivo. In questo flusso di parole slacciate. Questo flusso come un rutto a liberare le viscere. Di morte. Restituirle al vuoto per pienezze scostumate.
Mi svuoto. Per riempirmi. Di vino e seni. Miele e labbra.
Odora la pelle di sole. Di mirto. Ginepro. Noci.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook