"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 14 Novembre 2016 00:00

Il dottor Caligari a Cambridge

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Raymond Williams è stato uno dei fondatori dei Cultural studies e tra i padri della Sociologia della cultura. Tra l'inizio degli anni '60 ed i primi anni '80 Williams è stato docente di Drama presso l'Università di Cambridge ove, concentrando i suoi studi sul dramma e sullo spettacolo, ha saputo distanziarsi dai più paludati approcci teorici che ancora evitavano di vedere le connessioni esistenti tra i diversi generi desiderosi di mantenere una gerarchia valoriale ormai difficilmente difendibile.

Williams è stato tra i primi ad individuare ed esplicitare le interdipendenze esistenti tra i vari generi. Tra le sue pubblicazioni più fortunate occorre citare almeno il celebre Television: Technology and Cultural form pubblicato nel 1974 (ed. ita.: 1981).
Il volume Il dottor Caligari a Cambridge. Cinema, dramma e classi popolari (Ombre Corte, 2015), con una postfazione a cura di Fabrizio Denunzio ed una prefazione scritta da Gino Frezza, raccoglie due saggi davvero importanti per gli studi sui media e, nello specifico, sul cinema.
Nella sua prefazione al volume Gino Frezza ricorda come i due scritti di Williams in esso contenuti siano sostanzialmente inediti nella forma completa proposta a cura di Fabrizio Denunzio. I due saggi risultano assimilabili più alla storia dello spettacolo che all'ambito delle teorie del cinema, per certi versi, sostiene Frezza, la lettura di questi scritti conferma come Williams si riveli “come uno dei pensatori che, nel corso dei decenni chiave della formazione della società dei consumi (anni Cinquanta-Settanta), ricollocano il cinema nella rete dei legami tessuti fra vita sociale e processi di comunicazione, e insieme propugnano punti di vista che rinsaldano un preciso collegamento fra studio dei media, teoria della società e mutamento sociale” (p. 11).
Il primo saggio, intitolato Film e tradizione drammatica, è uscito per la prima volta in lingua inglese nel lontano 1954, quando il genere drammatico viene pressoché unanimemente ricondotto dagli ambienti accademici al solo teatro. La concezione del dramma di Williams può invece dirsi anti-essenzialistica e si palesa proprio quando diversi studiosi del tempo insistono col leggere il dramma come espressione dell'ascesa borghese rinunciando a prendere atto di come il genere drammatico sia alla base anche del cinema moderno. Anzi, secondo Williams il cinema, rispetto al teatro, riesce maggiormente ad allontanarsi dai limiti del naturalismo e a dar vita ad un'opera totale in grado di cogliere lo spirito del tempo. Nell'approccio dello studioso gallese il cinema è visto come un'innovazione “che corrisponde a un sentire comune, socialmente diffuso, che punta a una maggiore completezza nella realizzazione appunto 'drammatica'” (p. 12).
In Williams, continua Frezza nella prefazione, la dimensione sociale “è riconosciuta non, banalmente, nelle ideologie e nei 'contenuti' rappresentati, ma soprattutto nelle sue forme di rappresentazione” (p. 12). Nello studioso gallese “la forma convenzionale dello standard [...] non è un elemento meramente formale, né si spiega e si risolve esclusivamente nelle logiche delle economie di produzione. Essa piuttosto rimanda al contesto socio-culturale, alle legittimazioni sociali che rendono possibile la circolazione del senso depositato nello standard espressivo” (p. 12). Da questo punto di vista le riflessioni di Williams risultano davvero fondamentali nella fondazione di una visione sociologica applicata ai media.
Lo studioso gallese riflette con grande lucidità circa cosa si debba intendere con concetti come “spettacolare” e “realistico”; “La differenza/somiglianza fra spettacolo e realismo, com'è da lui trattata, riporta il lettore a una articolata serie di dibattiti – teorici e storici – sulle origini del cinema: un medium che, insieme, contiene lo spettacolo nel suo medesimo dispositivo tecnico [...],  ma anche, e soprattutto, la capacità di andare oltre, verso un realismo profondo in grado di cogliere la struttura del sentire comune” (pp. 12-13).
Nonostante Williams ragioni soprattutto sul teatro del Primo Novecento, le sue riflessioni circa il problema del Naturalismo hanno un ruolo importante per le teorie del Cinema. “Per esempio, egli discute di 'realismo' e di 'spettacolo' senza concedere nulla sia a una visione ontologica del reale incisa nella tecnologia cine-fotografica, sia a ipotetici o singolari incroci fra psicologia sociale e filosofia [...] La prospettiva di Williams [...] afferma e salvaguarda il carattere performativo dell'opera filmica, cioè l'esperienza che in essa si produce come creazione in atto: per quanto ripetibile e replicabile, il film, grazie a questo imprescindibile carattere performativo, segna un avanzamento, nei termini della perfezione drammatica, rispetto alla scena del teatro” (p. 13).
Il secondo saggio proposto dal volume, dal titolo Cinema e socialismo, è la trascrizione di un intervento tenuto da Williams nel 1985 presso il National Film Theatre londinese in occasione di un festival. Qua lo studioso si interroga circa il ruolo del cinema all'interno di una più generale trasformazione sociale che vede coinvolta la scena urbana e le classi popolari. Il ruolo del cinema, nella visione del gallese, appare contraddittorio; se da un lato resta pur sempre un mezzo di comunicazione popolare, dall'altro esso non manca di riprodurre le strutture sociali e culturali volte a produrre profitto.
Oggi il panorama  cinematografico è profondamente cambiato tanto a livello distributivo, visto che alle sale si sono aggiunti altri canali, che nelle modalità con cui è fruito dagli spettatori che, rispetto al passato, non permettono davvero più di pensare in termini di pubblico come corpo relativamente omogeneo ma impongono di pensare al plurale, dunque ad una molteplicità di pubblici. Le riflessioni sviluppate da Williams nel suo collegare il cinema alla tradizione drammatica, offrono importanti spunti a chi oggi, in condizioni decisamente cambiante, ragiona sul rapporto tra cinema e soggettività spettatoriali.

 

 

 

 

Raymond Williams
Il dottor Caligari a Cambridge. Cinema, dramma e classi popolari

Ombre Corte, Verona, 2015
pp. 114

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