“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Martedì, 02 Settembre 2014 00:00

La rivolta degli schiavi

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Secondo documentario sul lavoro operaio al Laceno d’Oro 2014, Dell’arte della guerra di Luca Bellino e Silvia Luzi è stato inizialmente presentato al Festival Internazionale del Film di Roma di due anni fa, nella sezione Prospettive Italia.

La genesi del film nasce dall’azione di protesta messa in atto da quattro operai della INNSE (l’ex Innocenti) nello stabilimento milanese di via Rubattino. In concreto Vincenzo, Fabio, Luigi e Massimo hanno trascorso otto giorni e sette notti su un carroponte in cima ad una gru (a circa venti metri di altezza) nel capannone della fabbrica nell’agosto del 2009. Questo gesto clamoroso è l’epilogo di un lungo periodo di mobilitazione, cominciata all’indomani del licenziamento in blocco degli operai deciso dal padrone Silvano Genta nel maggio 2008. Già qualche giorno dopo gli operai si rimpossessano della fabbrica, producono i beni, li consegnano ma non guadagnano (anzi, gli introiti continuano ad entrare nelle tasche di Genta, per cui non si tratta di autogestione). A settembre vengono cacciati dalla fabbrica, per cui organizzano un presidio permanente al di fuori: tramite il controllo dei cunicoli riescono ad accedere all’interno tenendo accesi i macchinari.  Nel febbraio del 2009 ci sono scontri con la polizia, ma il presidio continua fino a quell’agosto di cinque anni fa, quando i quattro salgono sulla gru.
I due registi si recano sul posto e ne raccontano l’epilogo. Poi frequentano i protagonisti della vicenda per anni, ascoltando i loro racconti, le loro considerazioni su come condurre la protesta, come reagire alla crisi di rappresentanza del sindacato e dei partiti di sinistra, sempre più sclerotizzati in agenzie di potere autoreferenziali. Dai dialoghi emergono concetti ricorrenti, quali “nemico”, “guerra”, “esercito”, “strategia”, “schiavitù” e così Bellino e Luzi strutturano il loro lavoro come un incastro di quattro narrazioni contenenti lucide analisi teoriche, vissuti, ricordi, resoconti di ciò che la lotta rappresenta per i protagonisti, ma più in generale di ciò che è ancora la condizione operaia, categoria semantica che sembra quasi anacronistica utilizzare oggi. Il tutto viene suddiviso in quattro sezioni, intitolate – nell’ordine – Riconoscere il nemico, Formare l’esercito, Difendere il territorio e Costruire la strategia.
Il nemico che Vincenzo Acerenza (il “comandante” dalle straordinarie capacità di analisi) individua è la proprietà, il padrone. Ma anche il sindacato che ha ceduto alla contrattazione fin dalla conquista dello Statuto dei Lavoratori: in quarant’anni i diritti sono stati erosi poco alla volta, concedendo la chiusura degli stabilimenti e la riduzione del personale. E se fosse dipeso dal sindacato, la INNSE avrebbe già chiuso, mentre la loro azione ha ribaltato i ruoli: gli operai hanno assunto essi stessi l’originario ruolo dei sindacati.
Luigi Esposito riconosce, mentre cammina tra le macerie dei capannoni abbattuti, che la lotta alle acciaierie Falck (dove precedentemente lavorava) è stata condotta in modo sbagliato, mancando la coscienza degli operai di agire in proprio e di non lasciare in mano altrui la conduzione delle lotte. Nel caso della INNSE, invece, la lotta è stata condotta da gente compatta che ha agito insieme.
E all’inizio del rapporto lavorativo, gli operai non si rendono conto di essere schiavi, percepiscono solo la pesantezza fisica della loro posizione. Il concetto di schiavitù matura nel corso della lotta, quando l’accorgersi di condividere tutti una condizione di subalternità trasforma l’odio individuale in rancore collettivo: quando ciò accade, l’unico modo di considerare il padrone è di considerarlo come il nemico. Non può, quindi, riconoscersi legittimità al proprietario a possedere la fabbrica o ad avere interessi in comune con gli operai, perché costui ruba la vita ai suoi dipendenti tutti i giorni. Tra i due eserciti nemici non può esserci tregua (concertazione) perché esito finale della guerra è la vittoria di uno dei due.
Affermazioni che non lasciano spazio al compromesso, che esulano da ogni logica riconciliatoria. La coscienza operaia – di gruppo e non di classe, concetto questo troppo vago – è stata fiaccata da anni di concessioni e di disorganizzazione, di collusione con centri di potere che nulla hanno da spartire con la tutela degli interessi comuni. C’è bisogno allora di una concreta opera demolitoria proprio nel campo delle idee: le idee nuove necessariamente devono sostituirsi alle vecchie. Parole che segnano una netta cesura con l’attuale idea di mobilitazione e movimento d’opinione, proprio perché queste pratiche si sono rivelate fallimentari, aleatorie, inadeguate per un cambio radicale di prospettiva. Cambio che porta ad una situazione chiara, precisa: da una parte ci sono le truppe degli operai, dalla’altra quelle messe in campo dal padronato e poi quest’ultimo che letteralmente smonta i macchinari per smantellare l’attività industriale in vista di una speculazione più redditizia. Come nel caso in oggetto, dove l’area di via Rubattino era destinata all’edilizia residenziale. E come è successo all’area industriale su cui sorgerà l’EXPO. Difatti i due registi, per poter filmare le aree dismesse e abbandonate a se stesse dei vecchi insediamenti industriali, hanno dovuto chiedere i permessi a diverse società – configurate come scatole cinesi – che gestiscono e si spartiscono la proprietà dell’area.
La difesa del territorio è anche difesa di una attività fieramente industriale: per questo era importante non permettere che i macchinari venissero smontati. Anche perché, dopo venti o trenta anni di lavoro, è come se il costo di questi macchinari fosse stato ammortizzato, per cui la loro proprietà sarebbe in effetti passata agli operai.
Vincenzo è convinto che la loro strategia abbia portato al successo, anche se l’azione di protesta è stata fraintesa. Molte altre azioni “clamorose” si sono esaurite nell’eccezionalità del gesto, e molte vertenze si sono chiuse con liquidazioni da migliaia di euro in cambio della cessazione dell’attività. Non era questo il senso della protesta. Ciò che si voleva far passare è il valore di un’azione che ha realizzato una teoria critica delle relazioni industriali: la volontà del padrone non è la sola volontà assoluta e la contrapposizione degli interessi in campo non può portare ad un accordo, ma solo a un conflitto.
La struttura del racconto organizzata da Luzi e Bellino tiene conto delle urgenze della cronaca e delle meditazioni dell’analisi. A corredo ci sono immagini che testimoniano uno sguardo preciso e mai casuale, o ancora peggio ingannevolmente formale: i paesaggi post-industiali mantengono il loro ambiguo fascino iconico, ma dietro ogni spazio abbandonato c’è una storia di sfruttamento e sconfitta, e non a caso la colonna sonora commenta le immagini con i veri suoni delle industrie quando erano ancora funzionanti.
Certo il lieto fine della vicenda non ha giustificato affatto la volontà di realizzare il racconto. Anche nel caso di un esito negativo, ciò che stava a cuore ai due autori non era impietosire il pubblico mostrando la durezza della condizione operaia, ma costruire un saggio sulla lotta. E ci sono riusciti.

 

 

 

 

 

 

Laceno d’Oro – Festival Internazionale del Cinema
Dell’arte della guerra
regia Luca Bellino e Silvia Luzi
con Vincenzo Acerenza, Fabio Bottaferla, Luigi Esposito, Massimo Merlo e gli operai e i sostenitori della INNSE di Milano
soggetto e sceneggiatura Luca Bellino e Silvia Luzi
fotografia Luca Bellino, Giorgio Carella, Vania Tegamelli
musica Nicolò Mulas, Gianmaria Testa
paese Italia
produzione Kino Produzioni, Indieair Films, Tfilm
distribuzione Lab80
lingua originale italiano
colore a colori
anno 2012
durata 84 min.
Avellino, Carcere Borbonico, 25 agosto 2014

 

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