“Il desiderio del tuo fragile corpo d'attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie”

Leo de Berardinis, in una lettera indirizzata a Enzo Moscato

Lunedì, 10 Ottobre 2016 00:00

C'era una volta l'America di Sergio Leone

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Il volume edito da Milieu è una sorta di diario di bordo costruito attorno all’omonimo film di Sergio Leone e racconta le vicende che hanno portato il regista a realizzare un’opera entrata nella storia del cinema. Il testo, pubblicato la prima volta in concomitanza con l’uscita del film ed oggi riproposto con un’introduzione di Gabutti del 2015, non è un saggio sul film o sul cinema di Sergio Leone ma, oltre alla corposa raccolta di aneddoti, offre al lettore interessanti riflessioni del regista su C’era una volta in America, sull’intera sua filmografia e sul mondo del cinema tra Hollywood e Cinecittà, tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Leone è stato uno di quei registi capaci di attraversare, in maniera del tutto personale, le epoche ed i generi dell’immaginario rivolgendosi ad un pubblico vasto, senza mai perdersi in compiacimenti da cineclub. Nei suoi film sono comparse alcune tra le icone del cinema americano ed italiano, star ed onesti mestieranti, celebrità ed attori, fino a quel momento, poco conosciuti. Tra gli attori che hanno popolato i suoi film basti ricordare, tra gli altri: Henry Fonda, Robert De Niro, Rod Steiger, Jennifer Connelly, Eli Wallach, Joe Pesci, Lee Van Cleef, Charles Bronson, James Woods, Clint Eastwood, Danny Aiello, Romolo Valli, Gabriele Ferzetti, Claudia Cardinale, Gian Maria Volonté...
Il volume ci introduce nell’immaginario leoniano attraverso un curioso aneddoto raccontato da Gabutti che ricorda come Leone, avendo sentito parlare del fumetto Ordine Nero di Pierre Christian ed Enki Bilal, pur non avendolo letto direttamente, fantasticava di trarre da esso ispirazione per un nuovo film. Il fumetto narrava di alcuni vecchi reduci delle Brigate internazionali della Guerra di Spagna che, venuti a sapere che un loro vecchio nemico fascista, creduto morto e sepolto, era ricomparso ed aveva ripreso ad uccidere nella Spagna di fine anni ’70, decidono di chiudere i conti nei suoi confronti. Leone aveva preso spunto dall’idea di questi vecchi militanti pronti a riprendere l’attività per realizzare un film in cui intendeva mettere in scena "la Brigata dei vecchi divi del cinema classico e guidarli nell’ultimo film [Leone] avrebbe arruolato nella Brigata internazionale delle vecchie glorie hollywoodiane (e non solo) le icone che avevano fatto al storia del cinema negli ultimi decenni. Alain Delon, Paul Newman, Vittorio Gassman, Burt Lancaster, Giuliano Gemma, Lino Ventura, James Coburn, Sidney Poitier, Rod Steiger, Sean Connery, Mickey Rooney. C’era posto per tutti, per i divi come per le mezze calze" (p. 8). Un’idea fantasiosa che amava raccontare pur consabevole che sarebbe stato impossibile per chiunque mettere insieme un cast di tale tipo. Leone apparteneva però a quella schiera di sognatori che non si facevano di certo intimidire dal reale e non lesinavano in fantasia. "A Leone, agli attori, e ai registi (ma anche agli spettatori) della sua generazione, non importava che un film fosse “vero”, come non importava a Omero che i suoi poemi fossero dei fantasy. Oggi al cinema e in tivù tutto sembra 'vero', gli action come le favole fantascientifiche" (pp. 8-9).
Riferendosi a C’era una volta in America, il regista mette subito le cose in chiaro dichiarando che con quel film non mirava a realizzare una sorta d’inchiesta sociopolitca o un’analisi critica; sin dal titolo doveva essere chiaro che si trattava di un racconto di fantasia. L’America-mito di gioventù di Leone è quella hollywoodiana, "è l’America come ce l’ha mostrata Hollywood [...] Tutto questo è diventato un fatto della nostra stessa esistenza [...] ho voluto far rivivere il mito, proprio come uno dei personaggi della storia – Noodles – ritorna dopo quarant’anni ai luoghi e alle persone che formavano il mondo, favoloso e perduto, della sua gioventù" (pp. 11-12). Così il cineasta sottolinea come i suoi film facessero riferimento, magari con l’intenzione di presentarlo sotto nuova luce, magari per ribaltarlo, al mito hollywoodiano e non alla storia americana. Non è un caso se C’era una volta in America inizia con la proiezione delle ombre cinesi, uno spettacolo per certi verso antenato del cinema.
La storia narrata dal film, sostiene Leone, risulta, in alcuni suoi passaggi, assurda ed incredibile: "Per me conta soprattutto il carattere allucinatorio, l’aspetto di viaggio onirico, prodotto dall’oppio, con il quale il film comincia e finisce [...] Ma il viaggio di Noodles non è solo visionario e onirico. È un viaggio vero [...] verso la conoscenza, verso la verità che ha tenuto sepolta in fondo a se stesso per quarant’anni, per paura di guardarla e riconoscerla" (p. 12). È la storia di due fuorilegge: Max, un conformista e Noodles, uno spirito libero. Il primo desidera rientrare nei ranghi, il secondo restare libero. Noodles è un delinquente anarchico e individualista che finirà col pagare con l’oblio questa sua linea di condotta. Così, in estrema sintesi, il cineasta descrive le due personalità attorno a cui è costruito il film.
Sempre Leone racconta di come nei suoi film non vi sia mai interesse reale per i gruppi e per la folla perché, sostiene che "il singolo, buono o cattivo che fosse, una volta abitava l’America. Il mio cinema è la commedia del suo declino. C’era una volta il west, per esempio, prima d’ogni cosa, è proprio un inno carico di nostalgia a questa figura che scompare nei vapori della civilizzazione" (p. 36). Per tali motivi, sul finire degli anni ’60, Leone aveva rifiutato di girare Il padrino, che poi avrebbe fatto la fortuna di Coppola. "Non mi sono mai pentito [...] non lo sentivo [...] era una storia corale. Protagonista era la famiglia, il collettivo mafioso, non le singole persone o i personaggi che lo componevano. Era un mosaico di tante figure, ciascuna delle quali rimaneva necessariamente sullo sfondo. Nei miei film, invece, tutto si gioca sull’individuo isolato" (p. 35).
C’era una volta in America nasce dal libro The Hoods di Harry Grey (il cui vero nome è in realtà Goldberg). Leone si imbatte in questo libro casualmente, lo trova su una bancarella a metà anni ’60, tradotto in italiano con il titolo Mano armata. Così il cineasta sintetizza l’interesse provato per la storia narrata dal romanzo: "Mi piaceva il fatto che Mano armata raccontava la storia d’un gruppo di sconfitti e che Noodles, il protagonista, era il più perdente di tutti" (p. 34). Nel romanzo, nato dalle memorie di un vecchio gangster di origini ebraiche, Leone ritrova una storia che sembra tratta dai vecchi copioni cinematografici e, per certi versi, il racconto di Harry Grey e la stessa vita malavitosa di cui narra, si sono adeguati ai canoni hollywoodiani. "Leggendo il suo romanzo, poi conoscendolo di persona, capii che proprio il cinema e i vecchi pulps avevano ispirato la sua condotta, dettandogli gesti e battute" (p. 46). Tutto ciò a riprova di come l’immaginario cinematografico hollywoodiano se da una parta coglie a piene mani dalle vicende reali, dall’altro non manca di influenzarle.
Passando in rassegna i film di Leone, Gabutti sostiene che ogni sua opera ha cancellato le opere precedenti; ogni suo film può essere considerato "la trasfigurazione e la sublimazione, certe volte persino la negazione [...] del film che immediatamente lo precede [...] Leone, a differenza di quasi tutti gli altri registi [...] non ha mai girato due volte lo stesso film. Solo la cornice, prima di C’era una volta in America, mentre la forma mutava vorticosamente, era rimasta quasi inalterata" (p. 53).
Gabutti individua in Per un pugno di dollari uno studio sulla figura dell’eroe realizzato miscelando sapientemente commedia dell’arte, teatro pirandelliano ed una lettura ironica del tema del samurai di Kurosawa e del Cavaliere della valle solitaria. In questo film "Leone aveva tracciato un’immagine dell’eroe che [...] era a tutti gli effetti un modo di comportamento e un modello estetico [...] scortato dai suoni selvaggi missati da Ennio Morricone, l’eroe leoniano entrò nell’immaginazione collettiva con la violenza d’un archetipo. Nessuno l’aveva mai visto prima, però tutti lo conoscevano già. Era il 1964. Il cinema ne fu rivoltato come un guanto" (p. 55). Curioso che buona parte degli incassi di questo film finirono col dover pagare i diritti a Kurosawa, visto che la produzione aveva colpevolmente tralasciato di farlo prima dell’uscita nelle sale, quando se la sarebbe cavata con poche migliaia di dollari.
Leone vede nell’America la negazione del vecchio mondo, del mondo adulto, e la sua generazione non poteva non vedere nel cinema hollywoodiano un altro mondo dopo un lungo periodo di autarchia. Certo, sottolinea Leone, da Hollywood sono arrivati anche tanti film che mettono in scena un mondo privo di conflitto, mentre l’America è invece "proprio il conflitto ed è la ragione che s’intreccia col torto" (p. 123), tanto che, sostiene il regista, forse lo stesso Per un pugno di dollari può essere letto come volontà di rendere conto del "ghigno crudele dell’America" (p. 123) da parte di chi non si rassegna ai "sorrisi brillanti d’ingegneria dentaria" (p. 123) che popolano tante produzioni hollywoodiane.
C’era una volta il west, che secondo il regista si sarebbe anche potuto intitolare C’era una volta il cinema, è "un discorso sulla quiete e il disastro del mondo: l’esatto intervallo tra questo e quella, prima che i fotogrammi vengano improvvisamente acceleratati dalla tempesta storica. La fine della frontiera coincide con l’inizio dei tempi [...] Ciascun personaggio del film, mentre cala una notte definitiva sul western, dalla quale emergeranno quattordici anni più tardi le albe drogate di C’era una volta in America, guida alla guerra del destino una sua privata legione di spettri" (p. 63).
Gabutti ritiene che Giù la testa, pur nella sua assoluta perfezione formale di film crepuscolare e feroce, non aggiunga nulla di nuovo al cinema di Leone. Si tratterebbe di un film che mette in scena un mondo sempre più vuoto e desolato. Mentre i primi film leoniani presentavano sguardi ironici ed appassionati sulla giovinezza del mondo e dell’umanità, tutto ciò non è più presente in Giù la testa, che resta un film sospeso nel vuoto: "non era più una storia sulla giovinezza del mondo, non era ancora una storia della vecchiaia del cinema" (p. 71).
In un passaggio interessante, Leone sostiene che i suoi film devono molto sia al cinema muto che al neorealismo italiano. La crudezza delle immagini e la verità delle ambientazioni neorealiste si coniugano con la quasi totale assenza di dialoghi derivata dal muto. Inoltre, sottolinea di amare tanto i grandi spazi di John Ford, quanto le atmosfere claustrofobiche di Martin Scorsese.
Nel libro non mancano gli aneddoti sugli attori, in particolare su Clint Eastwood. A tal proposito Leone, con grande senso dell’umorismo, racconta che se Michelangelo affermava di aver saputo vedere nel blocco di marmo, prima degli altri, che questo conteneva il Mosè, da parte sua poteva rivendicare di aver visto in Clint Eastwood un blocco di marmo. Ed è per questo che lo ha scelto e che lo ha voluto: un attore blocco di marmo capace di "due sole espressioni: una col cappello e una senza cappello" (p. 133). Dagli aneddoti attorno ad Eastwood emerge anche come Leone amasse far ricorso a caratteristi ed è per questo motivo che nei suoi film trovano posto i vari Charles Bronson, Lee Van Cleef e lo stesso Gian Maria Volonté.
Il racconto di come Leone finì per scegliere Lee Van Cleef per il ruolo di colonnello in Per qualche dollaro in più, dopo che Lee Marvin, all’ultimo momento, decise di non prendere parte al film, potrebbe bastare per imbastire un romanzo o un film. A tal proposito nel volume si racconta del regista che, in viaggio verso Los Angeles a pochi giorni dall’inizio delle riprese in Spagna, continua a sfogliare l’annuario degli attori americani  fino a quando, a pochi istanti dall’atterraggio, sceglie Van Cleef. Una volta arrivato a Los Angeles Leone si rende conto che dell’attore si sono perse le tracce da anni, dopo un pauroso incidente automobilistico, e si dice si sia ritirato per dedicarsi alla bottiglia e ad imbrattare tele, probabilmente con maggior talento nella prima attività. Dopo una corsa contro il tempo per trovarlo, con il vecchio agente dell’attore che più che provare a rintracciare il suo assistito sembra tentare, invano, di convincere Leone ad optare per un altro attore della sua scuderia, ecco che all’ultimo momento, nella hall dell’albergo che ormai il regista sta per lasciare per far rientro in Europa, si presenta Lee Van Cleef "scioltissimo e cattivo, con un impermeabile nero lungo fino alle caviglie, quasi spettrale e indifferente al caldo" (p. 29).
Nella trilogia del dollaro (Per un pugno di dollari / Per qualche dollaro in più / Il buono, il brutto, il cattivo), insieme al sigaro di Clint Eastwood, il protagonista può dirsi il dollaro stesso: "Il dollaro è una bandiera. La bandiera dell’epopea del capitalismo in America. Paga gli eroi e i banditi, i titani e i mendicanti [...] La mia trilogia finisce con questi sacchi di monete d’oro [...] che scintillano nel sole [...] Molti anni dopo, in C’era una volta in America, abbiamo una valigia piena di banconote. La valigia scompare nel 1933 e riappare nel 1968 [...] Trentacinque anni più tardi, quando la valigia riappare piena di soldi [...] Noodles scoprirà che [...] l’America e i dollari non sono mai esistiti, è stato solo un sogno, siamo tutti fantasmi e viviamo nel crepuscolo del mondo" (p. 145).
Tra la trilogia del dollaro e C’era una volta in America, Leone si troverà a realizzare un nuovo western quasi imposto dalla produzione: C’era una volta il west. "Volevamo dare un’altra possibilità ai vecchi stereotipi" (p. 146), afferma il regista a proposito di questo film che, ancora una volta, coglierà nel segno ritagliandosi uno spazio importante nella storia del cinema.
Concludendo, C’era una volta in America. Un’avventura al saloon con Sergio Leone è un libro che racconta di un cinema e di un mondo che non esistono più. Si tratta di una lettura che richiede al lettore di concedersi alle licenze narrative di Leone che non disdegna affermazioni ad effetto e qualche considerazione in cui forse non credeva del tutto nemmeno lui ma, qualcosa allo spettacolo si deve pur concedere. Si tratta pur sempre di cinema e, con estrema onestà, il film attorno al quale è costruito il libro inizia con “C’era una volta...”. Questo è lo spirito con cui, probabilmente, deve essere affrontata questa la lettura.

 

 

 

 

 

Diego Gabutti
C’era una volta in America. Un’avventura al saloon con Sergio Leone

Milieu edizioni, Milano, 2015
pp. 220

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