"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Martedì, 11 Giugno 2013 02:00

Equilibristi dello squilibrio: su una linea sottile

Scritto da 

Il Teatro Stabile di Napoli, in occasione della programmazione del Napoli Teatro Festival Italia 2013, ha inserito la presentazione di uno spettacolo in prima assoluta italiana. Lo spettacolo dal titolo, La réunification des deux Corées, rientra in un progetto sostenuto dalla Commissione Europea ed è prodotto da molti teatri tra Francia, Belgio, Germania, Canada e Romania. La creazione e la regia sono di Joël Pommerat per nove attori in lingua originale (francese) con sottotitoli in italiano.

In scena un susseguirsi intenso e drammatico di storie, fatte di brevi dialoghi e flash come tasselli di un mosaico, una tira l’altra, un breve buio le separa e la tensione resta sempre al cento per cento. Il luogo scelto per lo spettacolo è il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, in cui, diretti alla Sala dei 500, si possono osservare, nei vari locali, modelli dei primi treni costruiti per ordine del re Ferdinando II di Borbone, al tempo dell’inaugurazione della prima linea ferroviaria Napoli-Portici nel 1839.
A sinistra il mare.
Nella Sala dei 500, il pubblico è fatto disporre in due platee l’una di fronte all’altra: il corridoio che vi passa in mezzo è il palcoscenico dove di lì a poco i personaggi entreranno in scena.
I drammi vissuti sono percorsi caotici nei meandri dei sentimenti (rabbia, impulsività, eccessiva razionalità), che uniscono ed allontanano gli esseri umani. Tante parole ed interrogativi sull’amore, sulla ricerca dell’amore sincero.
Si susseguono scene di vita quotidiana: un matrimonio che non riesce a compiersi a causa di scabrose rivelazioni a danno della sincerità dell’amore dei futuri sposi, storie d’amore che finiscono, tradimenti, amicizie in lotta, chi parte, chi resta, delusioni, insincerità ed incomprensioni.
Tutti i personaggi sono vittime del loro karma e delle loro pulsioni che sfogano con discorsi rabbiosi. Tante, troppe sono le parole che impediscono ai sentimenti di venire alla luce e di essere vissuti. Non si riesce a vivere con il cuore: l’attività raziocinante e le convinzioni ostinatamente incrollabili non vogliono farsi da parte. Ne risulta una forte immobilità: ogni “quadro” non si conclude, nasce e muore già al suo acmé e ne parte subito un altro. Ognuno è vittima delle voci che abitano la propria mente, senza dare minima parte al sentimento del corpo.
Pian piano il pubblico inizia a sentire il peso e la sofferenza di ciò che vede: non una via d’uscita, la rabbia si autoalimenta sempre più. Ma spesso, però, sono le passioni che parlano, come nella scena in cui un maestro di scuola viene incolpato dai genitori di un suo allievo di aver abusato del ragazzo, quando lui invece ha agito per amore del suo mestiere: "Ho più o meno 25 figli ogni anno e mi occupo della crescita di tutti", afferma il maestro di fronte alle incomprensioni di due genitori che non riconoscono coscientemente di non saper dare amore al proprio figlio.
Una giovane donna rivela al padre di essere incinta e scatena l’inferno in famiglia, ma lei è felice: l’uomo che ama sarà il miglior padre per suo figlio, lo afferma con calma e sicurezza.
In altre scene, invece, le troppe parole storpiano il senso e l’intenzione dei dialoghi decretando l'insorgere di sofferenze e rabbia; come la scena in cui la segretaria di un medico crede che lui abbia approffittato di lei durante il sonno e scatena una violenta reazione nel medico, mentre la donna cerca di fargli capire, che se pur fosse successo, ne ha provato piacere ed addirittura ha percepito uno sblocco del centro delle sue emozioni, grande rivoluzione, e quindi non c’è motivo di tirarsi indietro davanti alle emozioni.
Due amici si raccontano del periodo precedente alla nascita della loro amicizia e di come uno non vedeva di buon occhio l’altro: questo scatena una violenta reazione dell’amico offeso e ferito nell’orgoglio.
I personaggi e le situazioni rimangono al limite. Come si fa a dire assurdo? Pazzo?
Il regista, infatti, non ricerca tanto l’assurdo sul modello beckettiano, ma vuole analizzare come la concretezza della vita offusca l’equilibrio tra il corpo e la mente. Non lo analizza, lo fa vedere, rivedere e lo lascia così. La volontà e la maestria del regista francese è stata quella di non voler mai uscire dai bordi di quella linea sottile, lasciando un’immagine della vita e dell’uomo frammentaria, divisa ed inconciliabile, come le postazioni del pubblico nella sala. Di qui il riferimento storico nel titolo ed in questo credo che il regista lasci intendere una possibilità risolutiva e sarà il pubblico a farne riflessione, all’uscita, consolandosi alla vista del lungomare.
La prima scena fa vedere una donna che inspiegabilmente vuole lasciare suo marito, uomo ideale che le ha dato amore, padre affettuoso verso i suoi figli. Perché, allora, questa ferma decisione? È vittima dei labirinti del suo cervello, come tutti gli altri personaggi. Parla con una voce esterna, ma in realtà è dentro di sé, si sta perdendo nelle sue ossessioni.
Sembra, dunque, che un senso di insoddisfazione animi tutte le situazioni ed i personaggi, nella ricerca di un equilibrio che appare impossibile. Meglio rimanere nel limbo del desiderare ma abortire il desiderio?
Lo spettacolo ha riscosso moltissimo successo, il pubblico si è sentito molto coinvolto ed ha vissuto intensamente (a tratti, al limite dell’insostenibile) ogni parte e magari, chissà, rifletterà davvero sul fatto di potersi liberare dalla prigione di quel filo sottile che, anche se in maniera non sana, tiene comunque in equilibrio ciò che è squilibrato.

 

 

 

Napoli Teatro Festval
La réunification des deux Corées
di
Joël Pommerat
con Saadia Bentaïeb, Agnès Berthon, Yannick Choirat, Philippe Frécon, Ruth Olaizola, Marie Piemontese, Anne Rotger, David Sighicelli, Maxime Tshibangu
luci e scene Éric Soyer
video Renaud Rubiano
attrezzeria Thomas Ramon
costumi  Isabelle Deffin
musiche Antonin Leymarie
suono François Leymarie, Grégoire Leymarie
lingua francese con sottotitoli in italiano
durata 1h 50'
produzione Odéon-Théâtre de l’Europe, Compagnie Louis Brouillard, Théâtre National-Bruxelles, Folkteatern-Göteborg, Teatro Stabile di Napoli, Théâtre français du Centre national des Arts du Canada-Ottawa, CNCDC de Châteauvallon, La Filature Scène Nazionale-Mulhouse, les Théâtre de la Ville de Luxembourg, Le Parapluie (Centre International de Création artistique)-Festival d’Aurillac
in collaborazione con Teatrul National Radu Stanca-Sibiu
Progetto sostenuto dalla Commissione Europea (Città in Scena-Cities on Stage)
Napoli, Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa − Sala dei 500, 8 giugno 2013
in scena dal 6 all’8 giugno 2013

Lascia un commento

Sostieni


Facebook