"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Sabato, 02 Febbraio 2019 00:00

La scorticata che, rirenno, pensa a' morte

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Storia dei due fratelli è un componimento egizio del XIII secolo a.C. considerato la più antica favola della letteratura antica. È la storia di due fratelli, Anubi e Bata, uno Re, l’altro suo schiavo, che alla fine degli eventi, vedranno la loro condizione mutarsi, con la salita al trono di Bata.

Vi è in questa favola, come carattere distintivo del genere, un momento finale a cui è affidato il messaggio supremo, la Morale della storia che illumina e induce alla riflessione ossia la verità che, emergendo dalle tenebre della menzogna, porta il bene a vincere sul male.
Ben diverso, invece, è ciò che accade in uno dei racconti di Giambattista Basile: al centro della favola La scortecata, contenuta nell’opera Lo cunto de li cunti, vi sono due sorelle e il loro comune destino di solitudine. Non vi è in questo caso un esito positivo della storia, né una Morale consolatoria per il genere umano. L’epilogo è triste e ribalta in tale maniera la consuetudine moralistica della tradizione a cui Storia di due fratelli aveva dato avvio. La scena finale, infatti, è sigillata dal momento drammatico di uno scorticamento (da scorticare, [lat. tardo excŏrtĭcare, der. di cortex -tĭcis “corteccia”, col pref. ex-].
Lo scorticamento è una prassi antica, praticata sugli animali con la finalità di rimuovere loro la pelle allo scopo di consumo alimentare della carne o per ricavarne pellicce. Praticato sugli esseri umani, lo scorticamento è stato utilizzato come vera e propria tortura per indurre alla morte.
Ciò che stupisce è che a chiedere di essere scorticata sia la vittima stessa, ovvero una delle due sorelle all’altra; partendo con ordine, come protagoniste della favola di Basile ripresa e portata in scena da Emma Dante, vi sono due sorelle vecchie e decrepite, che dopo varie peripezie, stratagemmi e tentativi di andare in sposa al Re, comprendono l’impossibilità di maritarsi alla loro veneranda età col carico di anni e di bruttezza che si portano addosso. Una delle due, colei che si è innamorata del Re e che da costui si vede prima corteggiata e poi abbandonata, chiede all’altra di farsi scorticare nel tentativo insano di rinascere a nuova giovinezza. Chiede la morte, e si inganna che sia la rinascita.
Emma Dante mette così in scena una favola antica, che fa tappa a Napoli al Teatro Bellini fino al 3 febbraio. La regista siciliana, gemma preziosa del teatro italiano, tra i nomi più quotati degli ultimi anni, riprende così una storia antica, un linguaggio arcaico che rimane aulico anche nei momenti più volgari, e attualizza fatti e sentimenti umani antichi con musiche contemporanee. C’è una versione moderna cantata da Pietra Montecorvino di Comme facette mammeta, e c’è per esempio Pino Daniele con Cammina cammina che chiude la storia e sintetizza drammaticamente la condizione di solitudine e la sensazione di inutilità dei vecchi.
La scena è completamente spoglia; pochissimi gli oggetti presenti, due sedie, una scala, un baule, una coperta e poco altro. Le luci essenziali, mai invadenti o troppo assenti. Gli attori in scena, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, sono di grande spessore: la loro prova attoriale è notevole, la prestazione fisica di gran rilievo. I loro corpi sono espressione pura del personaggio in scena: schiene inarcate, pelli cadenti, abiti slabbrati, sembianze animalesche (a ripresa delle figure animali solitamente protagoniste delle favole), espressioni del viso contrite. L’esecuzione dei movimenti in scena è matematica: gli attori occupano lo spazio con precisione geometrica, nulla è lasciato al caso.
Lo spettacolo si dipana nell’arco di sessanta minuti con leggerezza e momenti di puro divertimento, tanto che il finale, lascia in bocca un amaro improvviso e spiazzante.
La favola messa in scena si conclude: i piani di realtà e fantasia in cui continuamente si sono mossi gli attori ritornano al loro posto.
Ben riuscita la scelta di affidare a due attori uominii personaggi femminili; i loro corpi diventano corpi di vecchi e la vecchiaia è rappresentata come un terreno neutrale in cui il tempo non passa mai e invano si attende la luce del giorno. C’è però qualcosa che Emma Dante non dimentica di rappresentare ed è la speranza che pure appartiene al mondo dei vecchi: la voglia di innamorarsi, il desiderio della carne, l’attesa di un riscatto finale.
La scorticata chiede un triste finale solo quando le sue attese sono state definitivamente disilluse e le sue speranze si sono confermate verità tristi, dalle quali le appare ormai impossibile emanciparsi.

 

'Ncopp a l'evera ca addore se ne scennene e' culure
e cammina o vicchiariello sotto 'a luna
quante vote s'è fermato pe' parlà cu qualcheruno
e nun ce sta mai nisciuno che se ferma po' sentì
E cammina, cammina vicino 'o puorto
e rirenno pensa a' morte
se venisse mò fosse cchiù cuntento
tanto io parlo e nisciuno me sente
Guardando o mare penso a Maria ca' mo nun ce sta cchiù
so sulo tre anni e ce penso tutte 'e sere
passo 'o tiempo e nun me pare o vero
E cammina, cammina vicino 'o puorto
e chiagnenno aspetta a' morte
sotto a' luna nun parla nisciuno
sotto a' luna nisciuno vo' sentì


(Cammina cammina, Pino Daniele)


 

leggi anche:
Valentina Mariani, “La scortecata” o l'illusione della giovinezza (Il Pickwick, 30 gennaio 2018)



La scortecata
liberamente tratto da  Lo cunto de li cunti
di
 Giambattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
foto di scena ML Antonelli-AGF, Festival di Spoleto
coproduzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo
in collaborazione con Atto Unico, Compagnia Sud Costa Occidentale
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
lingua napoletano antico
durata 1h
Napoli, Teatro Bellini, 29 gennaio 2019
in scena dal 29 gennaio al 3 febbraio 2019

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