“Il desiderio del tuo fragile corpo d'attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie”

Leo de Berardinis, in una lettera indirizzata a Enzo Moscato

Sabato, 02 Febbraio 2019 00:00

La scorticata che, rirenno, pensa a' morte

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Storia dei due fratelli è un componimento egizio del XIII secolo a.C. considerato la più antica favola della letteratura antica. È la storia di due fratelli, Anubi e Bata, uno Re, l’altro suo schiavo, che alla fine degli eventi, vedranno la loro condizione mutarsi, con la salita al trono di Bata.

Vi è in questa favola, come carattere distintivo del genere, un momento finale a cui è affidato il messaggio supremo, la Morale della storia che illumina e induce alla riflessione ossia la verità che, emergendo dalle tenebre della menzogna, porta il bene a vincere sul male.
Ben diverso, invece, è ciò che accade in uno dei racconti di Giambattista Basile: al centro della favola La scortecata, contenuta nell’opera Lo cunto de li cunti, vi sono due sorelle e il loro comune destino di solitudine. Non vi è in questo caso un esito positivo della storia, né una Morale consolatoria per il genere umano. L’epilogo è triste e ribalta in tale maniera la consuetudine moralistica della tradizione a cui Storia di due fratelli aveva dato avvio. La scena finale, infatti, è sigillata dal momento drammatico di uno scorticamento (da scorticare, [lat. tardo excŏrtĭcare, der. di cortex -tĭcis “corteccia”, col pref. ex-].
Lo scorticamento è una prassi antica, praticata sugli animali con la finalità di rimuovere loro la pelle allo scopo di consumo alimentare della carne o per ricavarne pellicce. Praticato sugli esseri umani, lo scorticamento è stato utilizzato come vera e propria tortura per indurre alla morte.
Ciò che stupisce è che a chiedere di essere scorticata sia la vittima stessa, ovvero una delle due sorelle all’altra; partendo con ordine, come protagoniste della favola di Basile ripresa e portata in scena da Emma Dante, vi sono due sorelle vecchie e decrepite, che dopo varie peripezie, stratagemmi e tentativi di andare in sposa al Re, comprendono l’impossibilità di maritarsi alla loro veneranda età col carico di anni e di bruttezza che si portano addosso. Una delle due, colei che si è innamorata del Re e che da costui si vede prima corteggiata e poi abbandonata, chiede all’altra di farsi scorticare nel tentativo insano di rinascere a nuova giovinezza. Chiede la morte, e si inganna che sia la rinascita.
Emma Dante mette così in scena una favola antica, che fa tappa a Napoli al Teatro Bellini fino al 3 febbraio. La regista siciliana, gemma preziosa del teatro italiano, tra i nomi più quotati degli ultimi anni, riprende così una storia antica, un linguaggio arcaico che rimane aulico anche nei momenti più volgari, e attualizza fatti e sentimenti umani antichi con musiche contemporanee. C’è una versione moderna cantata da Pietra Montecorvino di Comme facette mammeta, e c’è per esempio Pino Daniele con Cammina cammina che chiude la storia e sintetizza drammaticamente la condizione di solitudine e la sensazione di inutilità dei vecchi.
La scena è completamente spoglia; pochissimi gli oggetti presenti, due sedie, una scala, un baule, una coperta e poco altro. Le luci essenziali, mai invadenti o troppo assenti. Gli attori in scena, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola, sono di grande spessore: la loro prova attoriale è notevole, la prestazione fisica di gran rilievo. I loro corpi sono espressione pura del personaggio in scena: schiene inarcate, pelli cadenti, abiti slabbrati, sembianze animalesche (a ripresa delle figure animali solitamente protagoniste delle favole), espressioni del viso contrite. L’esecuzione dei movimenti in scena è matematica: gli attori occupano lo spazio con precisione geometrica, nulla è lasciato al caso.
Lo spettacolo si dipana nell’arco di sessanta minuti con leggerezza e momenti di puro divertimento, tanto che il finale, lascia in bocca un amaro improvviso e spiazzante.
La favola messa in scena si conclude: i piani di realtà e fantasia in cui continuamente si sono mossi gli attori ritornano al loro posto.
Ben riuscita la scelta di affidare a due attori uominii personaggi femminili; i loro corpi diventano corpi di vecchi e la vecchiaia è rappresentata come un terreno neutrale in cui il tempo non passa mai e invano si attende la luce del giorno. C’è però qualcosa che Emma Dante non dimentica di rappresentare ed è la speranza che pure appartiene al mondo dei vecchi: la voglia di innamorarsi, il desiderio della carne, l’attesa di un riscatto finale.
La scorticata chiede un triste finale solo quando le sue attese sono state definitivamente disilluse e le sue speranze si sono confermate verità tristi, dalle quali le appare ormai impossibile emanciparsi.

 

'Ncopp a l'evera ca addore se ne scennene e' culure
e cammina o vicchiariello sotto 'a luna
quante vote s'è fermato pe' parlà cu qualcheruno
e nun ce sta mai nisciuno che se ferma po' sentì
E cammina, cammina vicino 'o puorto
e rirenno pensa a' morte
se venisse mò fosse cchiù cuntento
tanto io parlo e nisciuno me sente
Guardando o mare penso a Maria ca' mo nun ce sta cchiù
so sulo tre anni e ce penso tutte 'e sere
passo 'o tiempo e nun me pare o vero
E cammina, cammina vicino 'o puorto
e chiagnenno aspetta a' morte
sotto a' luna nun parla nisciuno
sotto a' luna nisciuno vo' sentì


(Cammina cammina, Pino Daniele)


 

leggi anche:
Valentina Mariani, “La scortecata” o l'illusione della giovinezza (Il Pickwick, 30 gennaio 2018)



La scortecata
liberamente tratto da  Lo cunto de li cunti
di
 Giambattista Basile
testo e regia Emma Dante
con Salvatore D’Onofrio, Carmine Maringola
elementi scenici e costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
foto di scena ML Antonelli-AGF, Festival di Spoleto
coproduzione Festival di Spoleto 60, Teatro Biondo di Palermo
in collaborazione con Atto Unico, Compagnia Sud Costa Occidentale
coordinamento e distribuzione Aldo Miguel Grompone, Roma
lingua napoletano antico
durata 1h
Napoli, Teatro Bellini, 29 gennaio 2019
in scena dal 29 gennaio al 3 febbraio 2019

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