“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 23 Marzo 2017 00:00

Ahia, la vita!

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Uffa!

Proprio “sulla soglia della pensione” – si dispera il topo che lavora allo sportello dell'Ufficio Nascite – “mi doveva capitare un guaio così grosso”: l'anima di una bambina che non si decide a nascere. Eppure oggi viene al mondo una balena – eccone infatti l'ombra scorrere sulla parete – e viene al mondo senza emettere neanche un suono di lamento, senza soffiare neanche uno spruzzo di protesta; eppure – aggiunge ancora il topo – oggi viene al mondo anche un elefante: certo, trema un po' facendo traballare la proboscide, ma non fa i capricci e infatti – prospettiva ottica generata dalle proiezioni nello spettacolo – eccolo superare l'infilata di letti di questa camerata, che sembra un reparto neonatale, e dirigersi lontano. Lei invece non vuole sentire ragioni: “Io non voglio nascere” afferma quest'anima, “né ora né mai”.
Se ne sta qui, cocciuta, e si ostina a non voler uscire: riposa rannicchiandosi – addosso una coperta colorata mentre i piedi fuoriescono da un letto diventato troppo piccolo –; si prende cura di una pianta (“s'è messa in pianta stabile” d'altronde di lei dice il topo) e risponde al telefono rifiutando ogni offerta promozionale: “Le ho detto che non mi interessa, io non voglio nascere”. Alla destra del letto un comodino, sul comodino un bicchiere, nel bicchiere una dentiera. Sotto al letto, invece, una valigia impolverata con dentro gli abiti che le farebbero da corredo se solo si decidesse ad affrontare ciò che più le fa paura: il futuro, con le sue incertezze, e la vita, coi suoi possibili dolori.
Il topo – sia chiaro – le tenta tutte: la esorta, la sprona, la sgrida o l'asseconda, le fa da consigliere e da compagno, tuttavia più spesso l'imbroglia con l'unico fine di sbrigare la questione, di ottenerne la firma, di chiudere la pratica. Ad un punto s'inventa un quiz – dall'alto cala una cornice televisiva, risuona la sigla di Lascia o raddoppia, “vuole la busta A o la busta B?” il topo chiede – consegnandole un premio assai farlocco: la sicurezza di una vita “senza dispiaceri”, “senza problemi e problemucci”, “senza ahia”. Niente da fare. Allora il topo inventa scherzi di parole, racconta storie, le mostra anche il Piccolo Sindaco ovvero il gioco cioè che ha ricevuto quand'era un cucciolo: lo adora – le spiega – al punto che non riesce a smettere di usarlo; lo adora nonostante lui avrebbe voluto invece il Piccolo Chimico e, dicendo questo, le dà involontariamente una lezione: “Sono gli imprevisti della vita”, afferma infatti – io avrei voluto un gioco ma i miei genitori me ne hanno regalato un altro – e questi imprevisti possono essere bellissimi. Non devi averne paura.



Allora intendiamoci e prendi appunti
Io – afferma l'anima della bambina al topo, in cerca di rassicurazioni preventive – “sarò speciale e, soprattutto, sarò bellissima”; “appena nata non verserò neanche una lacrimuccia”; “le campane suoneranno a festa” – nell'aria si sentiranno i tuoni prodotti dai fuochi d'artificio – e “verranno tutti i vicini, accorreranno anche il sindaco, il parroco, due carabinieri a cavallo”. Il mio papà guiderà l'aeroplano, “per lavoro conterà le nuvole” e, quando sarà in pausa, “prenderà il caffè con gli albatri e i cormorani” mentre la mamma “sarà una grande artista, sarà sempre in giro e visiterà il mondo intero”. E io? Sarò una cantante e farò grandi viaggi – su una nave, ad esempio – esibendomi “anche a New York”: la bandiera a stelle e strisce, il tappeto rosso, l'accoglienza trionfale, gli “ooohhh” del pubblico e le foto, i fiori, la firma degli autografi. Diventerò una cantante dopo essere stata una studentessa dotta ed altruista: sarò infatti l'unica amica di Pino, il mio compagno di banco, che tutti chiamano “la mosca” per via dei suoi occhiali squadrati e giganteschi. Infatti Pino “sembra un insetto piccolo”, è taciturno ed impaurito, “non parla con nessuno tranne che con me”; Pino – nonostante sia preparatissimo – non parla neanche alla maestra e così, quand'è interrogato, fa scena muta. Ebbene: sarò io ad aiutarlo.
E invece.
Appena nata piangerai; le campane saranno le sirene dell'allarme mentre i tuoni che sentirai sono quelli prodotti dalla guerra e non accorrerà nessuno, neanche il medico che avrebbe potuto salvare la tua mamma, morta dunque per il parto. L'aereo guidato da tuo padre sarà quello militare mentre la grande nave di cui parli – e che ti porterà in America – è quella su cui s'imbarcano migliaia di italiani, migranti accolti altrove come oggi noi accogliamo i migranti che sbarcano da noi. Non sarai una cantante famosa e nessuna folla (post)oceanica ti attenderà al mattino: diventerai invece una maestra e, ogni giorno, la tua classe ti farà da pubblico. A loro insegnerai quant'è bello leggere e scrivere e lo farai pensando a quando –  incastrata nel banco, alle elementari – tutti ti chiamavano “la mosca” per via degli occhiali squadrati e giganteschi che portavi; tutti tranne Pino, che ti aiuterà e che deciderà di starti accanto: per il resto della vita.
Crescerai, alternerai felicità e dolori, soddisfazioni e gioie miste a frustrazioni, fatiche, a fitte dure che ti sembreranno insopportabili. Piano piano invecchierai, senza neanche accorgertene: un giorno userai il bastone, un altro noterai che le parole ti arrivano all'orecchio debolmente. I capelli diverranno bianchi. Imparerai quanto può essere preziosa la lentezza e quant'è importante ogni ricordo. Piangendo comprenderai che le lacrime contengono bellezza e che nell'addio risiede anche la gratitudine: lo scoprirai quando dovrai salutare tuo padre per l'ultima volta o quando morirà Dodo, il cane che accucciandosi ai tuoi piedi ti ha fatto sentire meno sola; lo proverai quando andrà via Pino, prima che ad andare via sia tu.
Anche questo sarà la tua vita: urterai contro lo spigolo del mobile, correndo in corridoio; cadrai mentre t'insegnano ad andare in bicicletta; assaggerai l'amaro credendo fosse dolce; nessuno potrà salvarti dai dispiaceri e sarai delusa da persone che pensavi fossero meravigliose ma – al tempo stesso – inizierai a correre senza urtare più e, una volta imparato, schizzerai in bicicletta senza cadere, dopo l'amaro tornerà il sapore dolce e, nelle delusioni e nei dispiaceri, riconoscerai le persone irrinunciabili: il compagno che ti aiuta con l'interrogazione; la postina alla quale consegni una lettera perché giunga a tua mamma che sta in cielo; tuo padre che, per anni, ti ha raccontato la storia de La principessa senza ahia perché diventasse la tua storia e perché – della tua storia – ti ricordassi quando lui non ha potuto raccontarla più. Sei lo stesso disposta a nascere?
Guardato il libro dei ricordi futuri (la proiezione di foto in bianco e nero, biografiche e reali, che avviene sulla parete laterale della stanza), l'anima della bambina decide di venire al mondo: si veste a festa, chiude la valigia, risistema il letto, saluta la pianta, si assicura che con lei venga anche Dodo – uno strano uccello che ogni tanto le fa compagnia e che, lui sì, vuol nascere a tutti i costi nonostante i “suoi antenati sono estinti” – e passa il telo su cui ha veduto il bello e il brutto della sua esistenza: andandole adesso incontro, mentre in platea – nella penombra – cominciano gli applausi.

 

Il (mio) rimpianto e il coraggio (dei bambini)
La commistione dei linguaggi (teatro d'attore, di figure, d'ombre e di proiezioni); lo smascheramento del gioco scenico; la frontalità finalizzata alla relazione diretta con il pubblico. La reiterazione di una battuta, il fraintendimento comico (“Mia cara...”, “Dici a me?”, “No, alla dentiera nel bicchiere”), l'alternanza di ironia e sarcasmo e le possibilità multimediali impiegate per un racconto teatrale che ha comunque nel corpo dell'attrice il suo fondamento irrinunciabile. La bugia evidente e condivisa, per la quale un'anziana è l'anima di una bambina destinata a nascere a fine spettacolo; il topo che agisce come hypokrites da una finestra che, di fatto, è la sua ribalta e il paradosso per cui il personaggio muore (esce di scena) nell'istante in cui la persona nasce (viene alla luce): in questo c'è, d'altronde, il destino di un'arte non può che accadere rimanendo agli orli della vita. Notazioni tecniche, da taccuino critico. Ma è davvero questo che mi resta d'urgente dopo lo spettacolo?
Dopo essermi lasciato andare per un'ora, aver riso, dopo essermi chiesto "come fa Dodo a uscire da dietro al letto?", dopo essermi commosso, sul finale (il pensiero alle persone amate) per poi tornare a ridere al momento degli applausi esco dal teatro e, camminando, mi accorgo che uno dei sentimenti che in me predomina è quello dolce e amaro del rimpianto: per ciò che non sono stato o per quello che ho perduto. A cosa devo questo stato d'animo, confuso ad altri stati d'animo piacevoli? Alla galleria fotografica finale, forse: a quell'infilata di immagini vere, in bianco e nero, da vecchio album dei ricordi. Le scale della vecchia casa, i compagni di classe, il padre, l'amico, il cane, la persona che ti è stata accanto e che adesso non c'è più. L'eccezionale poesia del quotidiano − mi viene da scrivere − che con sé porta talora il rammarico tardivo, la nostalgia, una tristezza delicata che trova forma a cose ormai avvenute. E ancora: il ritorno memoriale ed emotivo alle rinunce, a tutte le volte che ho fatto marcia indietro, sono stato in silenzio, ho frenato un gesto; quando ho avuto paura di non farcela, tanto da non farcela davvero, o quando invece ho detto basta, prima ancora di iniziare.
Vale lo stesso per i bambini?
Per due giorni leggo e rileggo le loro recensioni. C'è, su questi fogli, talora un sentimento quasi adulto d'amarezza –  “quando mia madre va a Milano provo un ahia” – che viene tuttavia superato subito con forza e convinzione: “Dopo il buio”, scrive una bambina “c'è la luce” anzi: “c'è un arcobaleno di colori”. Propensione opposta alla mia, nei loro scritti domina il coraggio.
“Ho imparato” – leggo – “cose molto importanti della mia vita”: ad esempio che “anche i dispiaceri possono aiutarci ad essere felici”, che “non ci sono soltanto gioie” ma “non bisogna avere paura” e che “è stupendo nascere anche se ci sono tanti ahia”. “Una vita senza ahia” d'altronde – leggo ancora – “sarebbe piatta” perché “senza avventure” e senza “rischio”: che c'è di bello, infatti, “a vivere sempre le stesse esperienze”?
Ancora. “C'è stata una scena che mi ha fatto piangere: è stato quando l'anima della vecchina ha scoperto tutta la verità e si è decisa a firmare. Mi ha fatto capire che con la verità si ottiene tutto mentre con le bugie niente”.
Insomma: “Il mondo è pieno di ahia” ma va comunque “conosciuto” e allora “tenero è stato il vagito della bambina” che nasce sul finale (confesso di non averlo notato!): è un segno di “speranza” e di “coraggio”. “Gli ostacoli ci servono, così possiamo apprezzare le cose belle”; “la vecchietta, anche se ci sarebbero stati nella sua vita gli ahia come il dolore, la fatica e la sofferenza, ha fatto bene a firmare” giacché “ogni vita merita di essere vissuta”. Sia chiaro: “L'anima della vecchietta non ha tutti i torti perché ha scoperto che sulla terra esistono tante cose bruttissime: una delusione, un dispiacere, una tristezza” ma bisogna comunque imparare a farsi “forza” e “superarle”.
“Ogni persona” scrive ad un punto una bambina, “prova degli ahia. Per esempio quando mio padre va a Reggio Calabria per tre giorni, quando è morto mio nonno, non poter inseguire il mio sogno” ed è per questo che AHIA! è stato “uno spettacolo un poco triste ma anche tanto bello” ed “io ho capito” e “tutti abbiamo capito che senza ahia non ci sono neanche le gioie”.
Nelle recensioni dei bambini non c'è frattura tra il gioco teatrale più evidente (il topo manovrato a vista, l'uccello di cui vediamo solo il collo, la pianta finta, la camerata che compare e poi scompare) e l'apparizione della vita vera (le foto in bianco e nero) e pur essendoci piena consapevolezza tecnica – “mi sono piaciuti gli effetti speciali”, “l'arrivo della balena”, “la scatola con la scritta APPLAUSI che davvero provoca gli applausi”: “questo spettacolo è per i bambini ma anche per gli adulti” – c'è una capacità di abbandono alla favola a cui noi troppo spesso rinunciamo; inoltre: a loro resta un dato emotivo che risulta a crescere mentre il mio sentimento post-spettacolo era invece difensivo, autoprotettivo, limitante. “Ho capito che senza quegli scomodi ahia non si può costruire la felicità” scrive un bambino nel suo articolo, “e che la paura non ci deve impedire di sognare, di fare qualcosa che desideriamo, continuare a inseguire il proprio sogno” anche “se non sai mai quello che ti aspetta” o meglio: “proprio perché non sai mai cosa ti aspetta”. In fondo “è questo il bello della vita e di ogni cosa” che non ci è ancora accaduta e che invece “ci sta per accadere”.
Io non avrei saputo scriverlo. Perciò è con questo pensiero che voglio chiudere l'articolo.

 

 

 

 

AHIA!
drammaturgia e regia
Damiano Nirchio
con Lucia Zotti, Raffaele Scarimboli
scene Bruno Soriato
suoni e luci Carlo Quartararo
costumi Cristina Di Bari
pupazzi Raffaele Scarimboli
cura del movimento Anna Moscatelli
video editing e immagini Punes
assistente alla drammaturgia e alla regia Anna Maria De Giorgio
produzione Teatri di Bari
progetto Senza Piume Teatro
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro dei Piccoli, 5 marzo 2017
in scena 5 e 6 marzo 2017

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