"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 08 Dicembre 2014 00:00

Il gioco del genio e la religione dei mediocri

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Eratostrato, chi era costui? Come don Abbondio vado ruminando tra me e me seduto sulla rossa poltrona in platea, davanti al palcoscenico qui al Mercadante. E che c'entra – anzi, perché c'entra – questo carneade con Amadeus e l'inclite gesta sue d'infrenabile irregolato genio? C'entra, perché Eratostrato è colui che per passar alla storia incendiò il tempio d'Artemide, che gl'antichi avevano in conto esser gran meraviglia del mondo allora conosciuto: incapace com'era d'impersonar con qualche probabilità di successo ruoli d'eroe o d'artista o di benefattore delle genti, niente trovò di meglio, per tramandar la memoria sua ai posteri, che distruggere un monumento famoso e celebrato: ogni volta che nella storia dell'umanità qualcuno avesse fatto memoria di quell'opera, inevitabilmente, fatalmente, inesorabilmente, avrebbe insieme dovuto ricordare, inestricabilmente raccordato ad essa, il nome di colui che inopinatamente e gratuitamente quell'incanto aveva sottratto al godimento umano.

Anche per Salieri – il personaggio Salieri protagonista dell'Amadeus di Peter Shaffer, che al vero musicista Antonio Salieri s'ispira – è così: Principe della Mediocrità, Sacerdote della Religione dell'Invidia, nella lucida coscienza di non possedere in sé alcun bagliore della luce creativa di Dio, non avrebbe trovato altro mezzo, per essere ricordato dalle future genti – le ombre del futuro, lui ch'è ombra, ormai, del passato – che uccidere Mozart e così essere accomunato per sempre alla fama eterna che a quel genio è accordata: leggenda antica, ripresa da Puškin in un prezioso poemetto suo, messo in musica da Rimskij-Korsakov, riscritta poi adattandola all'idealità contemporanea da Shaffer e traslata per il cinema, come tutti sanno, da Miloš Forman, che grazie ad Amadeus conquistò ben otto Oscar.
E allora, dalla stanza buia e ammuffita e supposta maleodorante delle rancide secrezioni e degl'acidi liquami d'una vecchiaia immemore e demente e disperata, Salieri (Tullio Solenghi) vecchio e rancoroso evoca noi, ombre del futuro, nell'ultima insonne notte di sua vita, per farci conoscer la propria visione circa l'epoca in cui visse, i rapporti ch'egli intrattenne col potere imperiale di Vienna, la musica da lui composta e quella di Mozart, messia dell'arte più astratta e incorporea nel quale Dio aveva deciso – con imperscrutabile decisione incapace di logica umana ragione, perché le sue vie non sono le nostre vie – d'incarnarsi, corpo insignificante che diventa inconsapevole strumento di tale potenza creativa: e infatti, a diventar bersaglio dell'odio di Salieri è alla fine Dio, indecifrabile arcana entità muta e sorda ai bisogni e alle preghiere dell'Uomo, leopardianamente indifferente nel suo infinito sense of humour, tanto da sceglier una persona che nella sua stessa vita, coi suoi nevrotici tic, le scurrilità scatologiche, gli eccessi fanciulleschi, quella stessa forza dell'ingegno – più vasta impronta – in pieno contraddicesse, perché più fulgidamente risplendesse di propria luce. Si volta verso i non-ancora-nati, Salieri, e s'alza dalla sedia su cui vecchiaia lo costringe – e quei muri polverosi che delimitano lo spazio scenico, dalla serica tappezzeria sudicia e muffita e scrostata e in più punti strappata, ai nostri occhi attoniti appaiono angusti cubicoli d'arse case pompeiane, incapaci a trattenere alcun barlume della scordata felicità – mette su una parrucca nera e si (ri)porta insieme a noi, con piroetta elegante, a Vienna, in un passato reso luminoso e vago dalla freschezza dell'età, dal calore del potere, dalla consapevolezza della propria virtù.
E il gioco teatrale di tutta la pièce, diretta da Alberto Giusta, risiede appunto qui, in questo continuo entrar e uscire dalla scena del personaggio Salieri, che narra il suo punto di vista e la sua verità al pubblico: le scene, i dialoghi, non sono che esplicitazioni, drammatizzazioni, visioni da macchina del tempo, teatrini dell'immaginario cui Salieri partecipa ma che liberamente commenta rivolgendosi verso la platea, a realizzar null'altro che lungo monologo del protagonista, che di fatto non si interrompe mai, se non fra il primo e il second'atto, come lui dice, tanto per non allontanarsi troppo da temi scatologici e geriatrici, "per esigenze di vescica". Gli stessi personaggi agiscono in virtù di Salieri, quasi fosse lui a muover i fili di questo mondo, metateatro dall'apparenza dorata e luminosa ma dietro al quale s'intuisce la lotta per il potere, il successo, la fama: l'imperatore Giuseppe (Davide Lorino) altalenante spesso tra vaporoso senso comune e fatua tolleranza; il Barone Cottfried van Swieten (Roberto Alinghieri) entusiasta sostenitore della visione progressista e fideista massonica, che all'inizio proteggerà Mozart e l'abbandonerà poi, nell'incomprensione dei suoi eccessi e delle sue stranezze; il Conte Franz Orsini-Rosenberg (Andrea Nicolini) direttore dell'Opera che combatterà Mozart con tutte le sue forze in nome della difesa d'una obsoleta tradizione; Mozart (un ottimo Aldo Ottobrino) e la moglie Constanze (Arianna Comes) che s'amano d'un amore bambino giocando a rimpiattino nelle dorate sale di palazzi severi e antichi. Maschere, ombre, burattini che non hanno (chissà?) alcun riscontro nella realtà, ma che vivono solo nella mente e nel ricordo di Salieri, che con i personaggi storici cui fanno riferimento hanno in comune con certezza solo il nome: che senso ha chiedersi se Mozart sia stato veramente così? Il Mozart personaggio di Amadeus in definitiva ha poco a che vedere con l'accurata ricostruzione storica: avulsa dal tempo e dallo spazio – e in particolare da quel tempo e quello spazio, pur con i costumi d'epoca – la vicenda si rivela tuttavia occasione di meditata riflessione sull'essenza del genio e la sua definitiva incomprensibilità, sul tormentoso e mai pacificato rapporto tra talento e studio, tra innovazione e tradizione, tra giovinezza e vecchiezza. E se alla fine Salieri s'accuserà del delitto di Mozart sappiamo già in anticipo che l'assassinio, pur avvenuto solo in mente sua, non per questo risulta men vero e meno reale – per lui – che se fosse storicamente avvenuto: cos'è, infatti, la realtà – e la verità – se non ciò che rimane dopo che il filtrato delle nostre percezioni viene da noi stessi (ri)elaborato? Moderno sentimento di laica relatività delle nostre povere esistenze mediocri, agitate da passioni talora nobili, talaltra impure, sempre consunte dalla vita, che trovano fine e compimento e (forse) senso solo con la morte.
Di questa macchina teatrale Tullio Solenghi rappresenta il motore, il centro, la stella polare: nei panni di un Salieri a volta a volta patetico, ammiccante, orgoglioso, insinuante, odioso, simpatico, compiacente, presuntuoso, implorante è sempre credibile: certo i suoi trascorsi affiorano nel mondano cortigiano un po' blasé, cinico ed esperto navigatore nelle infide acque del palazzo imperiale, certo non resiste ogni tanto a piazzare la battuta finemente ironica tutt'uno con l'inarcarsi d'un sopracciglio e il leggero piegarsi d'un labbro; ma anche quando il personaggio richieda rabbia o paura o sconforto o pianto è sempre pienamente in parte. Come lui meritevole di menzione il Mozart sciroccato e distocico, leggermente odiosetto e su di giri, di Aldo Ottobrino, che fa di tutto per rendere (in)credibile la sinfonia degli opposti che spesso è alla base della creazione artistica. Uno spettacolo gradevole e profondo, dunque, che le musiche di Mozart, evocate anch'esse da un sempre più sconfortato Salieri a sottolineare i momenti salienti, contribuiscono a sorreggere nella sua architettura, senza un attimo di stanchezza nonostante la ragguardevole lunghezza (due ore e mezza circa), che trascorrono agevolmente e senza noia alcuna.

 

 

 

 

Amadeus
di Peter Shaffer
regia Alberto Giusta
con Tullio Solenghi, Aldo Ottobrino, Roberto Alinghieri, Arianna Comes, Davide Lorino, Elisabetta Mazzullo, Andrea Nicolini
scene e costumi Laura Benzi
luci Sandro Sussi
produzione Teatro Stabile di Genova, Compagnia Gank
durata 2h 30'
Napoli, Teatro Mercadante, 5 dicembre 2014
in scena dal 2 al 7 dicembre 2014

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