"Adesso tocca a noi, agli uomini senza talento. È arrivata la nostra ora!"

Sándor Márai

Luigi Paolillo

Illusioni, coreografie, apparenze di vita reale

Mentre Karl (Sandro Lombardi) – un tempo giocoliere, star internazionale al Lido, a Baden Baden, a Londra – mette nel lettore il CD di Mosè ed Aronne, di Schönberg – “Eh, lo so, Brahms lo preferisci a tutti!” – suo fratello Robert (Massimo Verdastro) – ex attore interprete memorabile del Torquato Tasso di Goethe – sembra letteralmente ammosciarsi sulla sua poltrona: già poco prima, nel lungo monologo che apriva questo L’apparenza inganna, di Thomas Bernhard, per la regia di Federico Tiezzi, in scena in questi giorni qui a Napoli, al Teatro Nuovo, l’anaffettivo e solipsista Karl ci aveva avvertito: “Io posso ascoltare Schönberg per ore/lui si annoia...” e così, quasi per ripicca ad una osservazione di Robert riguardante il suo nuovo vestito scuro, inaugurato al funerale di Mathilde, moglie di Karl (“un vestito da società / come tu hai sempre odiato. / − Veramente? / − Sempre odiato questo tipo di vestiti! / − Questo tipo di vestiti? / −Ti sei sempre rifiutat / d’indossare un vestito così / − Veramente? / − Veramente! / − Può darsi che sia vero”) sceglie di ascoltare la musica atonale che profondamente annoia il fratello.

Schiocchi e tocchi tra casta diva e bossa nova

Una cosa è certa: è un bel vedere ventisette giovani ventisette che su un palco di teatro donano il meglio della gioventù loro – entusiasmo serietà forza allegria – al rispettabile pubblico che affolla il Teatro Nuovo qui a Napoli in questa assolata ma freddina vigilia di San Silvestro, fa bene all'occhio e al cuore. E, per dover di critica, pur essendo lo spettacolo (Passioni e storie d'amore – Comico in… canto) frutto non acerbo di due laboratori teatrali che Ernesto Lama ha condotto durante l'anno, nessun sapor dolceamaro di saggio di fine anno ha la messa in scena, se non l'età dei protagonisti: alcun dilettantismo, infatti, potresti scorgere, pur con insistenza – confesso – cercandolo, alcuna incertezza nell'atteggiamento loro, alcun incentivo al ricordo, insomma, di recita scolastica; altri, se mai, come vedremo, gli appunti, le riserve, le note a margine d'un tal allestimento: ove mai presenti falle, abbiamo certezza che questo non riguardi loro, gli assoluti protagonisti che, in fondo, han salvato la serata, meritando pienamente sia gli auguri del (quasi) metaforico brindisi del capocomico che aprono il sipario, d'un anno pieno di grandi soddisfazioni, sia gli applausi che, dopo due ore, quel sipario chiudono nel giusto tributo che si deve a veri attori.

L'odissea d'un giovane bufalo

È stretto il passaggio, tra due muretti bassi (ti arrivano all'altezza degli occhi) rivestiti di piastrelle; anche a terra, le stesse piastrelle bianche: ti muovi – anzi, in verità, ti pare di venir trascinato, tirato, condotto a forza – entro quel budello illuminato da luce implacabile; eppure è come se fosse lontana la tua coscienza e tutto ciò avvenisse in sogno: perfino ciò che vedi – a malapena riesci a interpretarlo – t’appare come al di qua d’un velario traslucido, e pure i rumori ti giungono ovattati, da un altrove ignoto né vicino né amico. Getti uno sguardo a sinistra, al di là del muretto, e un vitello nero di bufalo ti guarda e il suo occhio vuoto ti accompagna mentre, infine, volti la testa in avanti e il mondo all'improvviso diventa come quell'occhio che ti seguiva, vuoto e nero e buio.

Le città invisibili dell’uva e del vino

Sono passati trent'anni, e non fai in tempo a pensarci che già luogo comune e frase fatta m'aspettano insidiosi al meditare sulla brevità della vita: esattamente trent'anni fa Claudio Ascoli, teatrante di famiglia teatrante napoletana d'antica tradizione, non poté far altro che lasciare la città dei mille teatri, e tentare di portare altrove quel seme che qui, evidentemente, più non voleva attecchire; certo, qualche primo germoglio c'era stato, il "Teatro Comunque" aveva cominciato a percorrere le sgarrupate e poi terremotate strade d'una città traslunata delusa stanca che d'un tratto si mostrava perfino estranea: via, con il coraggio che dà la giovinezza delle mille (ri)partenze, a cercare risposte ai tanti nonso dell'anima e del cuore, a Pontassieve, prima, poi a San Salvi, ai Tetti rossi di Firenze, la città invisibile dei matti incistata nella città dei "sani" e dei "normali".

Paradossi temporali ed altri dèmoni

 

Possiede tutto il fascino leggermente esotico e fondamentalmente estraneo – come provenisse da un tempo e uno spazio lontano e velato d'ovattate debolezze – il dipanarsi sincronico di questa pièce che Paolo Coletta con magistrale arte di scomposizione e crossing-over sapientemente trae da alcuni ricombinati frammenti di Fiori giapponesi: origine letteraria già di per sé franta, nel prezioso inanellarsi dei racconti brevi di Raffaele La Capria, ma che ancor più si (ri)mescolano traendo maggior forza proprio dal comporsi rimanendo tuttavia divisi e scissi, come inconfessato peccato originale che non del tutto riesce a lavare e salvare il ritessersi in accennata e rotta narrazione.

Shakespeare in Sud

Ha il sapore amabile e generoso d'una dolce pietanza al retrogusto leggermente amaro e screziato d'antica etnia solare e mediterranea, questo Romeo e Giulietta che Tonio De Nitto e la Factory Compagnia Transadriatica hanno messo in scena al Nuovo napoletano: e ascoltarlo rimato e ritmato al punto giusto, coi giochi di parole e calembour che intatto restituiscono il carattere sottile e avvolgente della poesia del Bardo, e ne ricreano l’artificio arguto agile e corposo al tempo stesso, è un piacere ch'accresce il gusto dell'intelligenza della forse più famosa delle tragedie shakespeariane. Più famosa, certo, ma anche più immielata e incrostata d'annosa e pervicace patina romantica ch'intorbida e avvilisce il senso ultimo della storia dell'amore degli adolescenti veronesi, diventati, loro malgrado, simbolo stesso dell'amor lezioso e sospiroso che velava lo sguardo delle signorine dell'Ottocento sentimentale e un po' patetico.

Concerto per soli, voci cantanti e orchestra

Doveva essere ospitata al Ridotto, ma invece vien trasferita sul più ampio palco del Mercadante, questa ballata in versi e prosa Il mio cuore è nel Sud, scritto da Giuseppe Patroni Griffi nel 1949 con musiche di Bruno Maderna, per la regia di Mariano Rigillo e la produzione del Teatro Stabile di Napoli e del Teatro San Carlo.

Ritratto di (alter)azioni in nero

È dedicato – e non potrebbe essere altrimenti – alla memoria di Claudio Abbado, questo Zauberflöte che lo stesso musicista, circa diec'anni or sono, decise di metter in scena insieme col figlio regista: oggi è ancora Daniele Abbado che dirige il capolavoro mozartiano in quest'allestimento che è – secondo me – una delle migliori realizzazioni per il teatro d'opera viste in quest'ultimi anni, degna incarnazione, del resto, d'un degli assoluti capolavori non solo dell'universo musicale d'ogni tempo, ma dell'intera umanità.

Il gioco del genio e la religione dei mediocri

Eratostrato, chi era costui? Come don Abbondio vado ruminando tra me e me seduto sulla rossa poltrona in platea, davanti al palcoscenico qui al Mercadante. E che c'entra – anzi, perché c'entra – questo carneade con Amadeus e l'inclite gesta sue d'infrenabile irregolato genio? C'entra, perché Eratostrato è colui che per passar alla storia incendiò il tempio d'Artemide, che gl'antichi avevano in conto esser gran meraviglia del mondo allora conosciuto: incapace com'era d'impersonar con qualche probabilità di successo ruoli d'eroe o d'artista o di benefattore delle genti, niente trovò di meglio, per tramandar la memoria sua ai posteri, che distruggere un monumento famoso e celebrato: ogni volta che nella storia dell'umanità qualcuno avesse fatto memoria di quell'opera, inevitabilmente, fatalmente, inesorabilmente, avrebbe insieme dovuto ricordare, inestricabilmente raccordato ad essa, il nome di colui che inopinatamente e gratuitamente quell'incanto aveva sottratto al godimento umano.

Baricco e la memoria ritrovata al termine della notte

Giuro, è stato un caso. Meglio, l'ha voluto il destino, di sicuro non l'ho deciso io. Perché venire alla più letteraria delle lectures baricchiane (o suol dirsi bariccole?) non è stato premeditato: altri impegni già presi, il giorno prefestivo, la combinazione con la figlia romana, il traffico favorevole, il tempo disponibile, il parcheggio possibile e l'oroscopo incoraggiante: tutto ha congiurato perché la serata fosse questa e non certo ieri, non sia mai domani. Così nella calma serata di sabato, estrema propaggine di questa insperata estate di San Martino – nell'aria, però, palpabile tensione che pioggia promette – mi siedo anch'io sulla rossa poltrona dell'ultima incarnazione del Teatro Nuovo, più volte risorto, come la Fenice del mito, dalle ceneri sue, fatale segno anch'esso di potente contraddizione e decisa antinomia, come questa parte del ventre di Napoli dov'esso trova intima sede.

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