“Sii dolce con me. Sii gentile. È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano”.

Mariangela Gualtieri

Lunedì, 08 Dicembre 2014 00:00

Come mosche da bar

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Assistere nell’arco di soli tre giorni a due spettacoli diversi (ma poi neppure troppo, come si potrà leggere più avanti), portati in scena da parte dello stesso sodalizio artistico consente di avere una visione più approfondita del lavoro svolto e delle modalità con cui lo si svolge; e non solo per la dilatazione del proprio sguardo, cui si offre opportunità di sporgersi di un tanto più in là allargando la panoramica, ma anche – e forse soprattutto – grazie al fatto che è proprio soffermandosi sulle peculiarità che si ripetono, sulle iterazioni, su quelli che chiameremmo tòpoi – e quindi, di fatto, restringendo il cono visivo, fino a lasciare che lo sguardo si soffermi sui dettagli specifici e non sulla visione d’insieme – che il nostro occhio ha la possibilità di entrare in un sistema drammaturgico che sembra identificativo di una poetica.

È quanto avvenuto con la drammaturgia di Spiro Scimone e Francesco Sframeli; e se di Nunzio c’è già nelle pagine di questo giornale approfondita recensione, che scandaglia anche l’intera drammaturgia del duo messinese, per quanto riguarda Bar, diventa difficile pronunciarsi senza incorrere nella ripetizione. Questo perché, oltre a riproporne gli stilemi, Bar di Nunzio sembra una sorta di calco, di continuazione, o se preferiamo una variazione su scheletrico canovaccio di temi e forme che in Nunzio erano assai strutturati e che in Bar conoscono una deriva più leggera ma non per questo meno articolata e complessa.
Ricorrono, quasi fossero collaudati cliché, temi e personaggi: madri, foto, prostitute, quadri di vita esterna in funzione della quale avviene quel che avviene su scena, che è fondamentalmente dialogo, vita parlata, programmata, organizzata, discussa ed infine rimuginata, ma mai fisicamente agita in ribalta: è la parola a raccontare l’azione che altrove avviene, è la scena a fornirne i dettagli, attraverso il suo mutare da un quadro all’altro, attraverso il mutato atteggiamento dei due personaggi da un quadro all’altro.
Un orologio fermo è il primo oggetto cui si fa riferimento.
Lo spazio scenico di Bar riprende l’angustia scalcinata dell’interno che ospitava Nunzio, identificandolo meno (sappiamo che è l’interno di un bar perché ce lo dice la presenza di una cassetta di bottiglie in centro di scena, appoggiata ad una parete, e perché ce lo rivelano i dialoghi dei personaggi), e comprimendolo di più (la parete di fondo sposta in avanti più o meno a metà il fondale di scena, rendendo più compressa l’ambientazione). Non solo: come in Nunzio, le azioni salienti attorno a cui ruota il dialogare dei due personaggi avvengono fuori dalla visibilità di scena, la scena, quel che vi si dice, quel che avviene, è propedeutico ad un’azione destinata a svolgersi altrove, o anche lì stesso, ma in un momento diverso da quello dell’azione scenica; basti pensare alle quattro sedie in scena impilate, che impilate resteranno e che rappresentano l’unica traccia che ci dice che in quel bar avrà luogo una partita a carte tra quattro persone che non vedremo mai sedute a giocare attorno allo stesso tavolo.
All’angustia dello spazio, che una finestra posta in alto sembra confinare in un seminterrato (compressione ulteriore), corrisponde l’angustia delle vite dei due personaggi in scena, Nino e Petru, esemplari di un’umanità marginale e perennemente in balìa degli altri, ai quali si demandano ciecamente le proprie sorti, ed ogni minimo tentativo di ribaltamento pare destinato a fallire miseramente, ad infrangersi come i bicchieri che Nino invano fracassa per far da complice a Petru nel giocare truffaldinamente alle carte.
Questo spazio compresso, specchio della compressione di chi lo abita, è animato da gesti e parole, da dialoghi che contemperano il comico e l’assurdo, condensati nel gioco iperbolico del nonsense, nella ripetizione parossistica delle frasi e dei concetti e nell’accompagnamento, alle parole – soprattutto, se non quasi esclusivamente, da parte di Nino – di una mimica e di un registro tonale marcatamente comico. Eppure, questa tonalità colloquiale, che a tratti sfiora il macchiettismo, in taluni passaggi subisce repente un’alterazione, un brusco variare in direzione dell’esacerbazione rabbiosa, per poi altrettanto repentinamente stemperare e ritornare al registro usuale.
L’interrelazione tra i due personaggi sembra avvenire alla luce di un rapporto di forze interne sbilanciato, in cui ci sono una figura più forte (Petru) ed una più debole (Nino); questo rapporto sembra essere definito da livelli di malizia differenti, anche se poi viene ribaltato nell’ultimo dei quattro atti, allorquando è Nino ad assurgere a deus ex machina della scena; a denotarlo, oltre al contesto dialogico, sono, ancora una volta i segni parlanti della scena, per cui notiamo un’inversione di ruolo e posizione fra i due, che occupano versanti opposti rispetto a quelli fino ad allora occupati sul palco e soprattutto non è più Nino, ma Pietro a fermare la musica (rigorosamente “americana”, come quella che Nino s’augura di poter far suonare in un futuribile bar in cui preparare gli aperitivi), musica trasmessa da una radio in scena, che raccorda sonoramente ciascun quadro col successivo.
In attesa di una rivincita che non si giocherà mai, metafora di un destino dal sovvertimento improbabile, e che comunque passa necessariamente attraverso un’azione, Nino e Petru permangono sulla scena come mosche da bar, fino a che uno dei due, sovvertendo sorte di vita e compito di scena, lascerà intuire di aver compiuto un’azione gravida di conseguenze. Da quel momento in poi, come a voler lasciar intravedere una possibilità pregnante di cavarsi dalla stagnazione, dalla compressione e dall’angustia, l’orologio può tornare a funzionare ed a scandire un tempo differente.
Ma è un tempo fuori dal tempo (ci sono ancora le lire e non interessa aggiornare), la vita vera e reale è fuori, non dal bar, ma dalla scena; quel che in ribalta avviene non è vita, ma visione della vita attraverso lo specchio del teatro, che distorce, fa iperboli, s'avvale del grottesco e distorcendo, facendo iperboli, avvalendosi del grottesco, sospende il tempo reale, offrendo del reale visione filtrata dalla scena, che mediante la finzione fa del vero scansione profonda.

 

 

 

Teatrografie – II Edizione
Spiro Scimone e Francesco Sframeli. Tra pensiero critico e straniante evasione
ideazione e direzione artistica Vincenzo Albano


N.B.: Le foto a corredo dell'articolo sono di Andrea Coclite. Fonte: www.scrimonesframeli.org

Bar
di
Spiro Scimone
regia Valerio Binasco
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone
produzione Compagnia Scimone Sframeli
lingua dialetto messinese
durata 55’
Salerno, Teatro Nuovo, 5 dicembre 2014
in scena 5 dicembre 2014 (data unica)

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