“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Mercoledì, 02 Aprile 2014 00:00

La forza muta delle parole non dette

Scritto da 

Un pugno nello stomaco.
Gli anni bui della dittatura militare in Argentina scorrono in sessanta, intensi minuti sul palco di Galleria Toledo di Napoli dove è andato in scena Pedro e il Capitano per la regia di Lia Chiappara. Il testo, scritto dal drammaturgo uruguaiano Mario Benedetti nel 1979, ripercorre i drammatici momenti del dialogo tra la vittima e il suo carnefice, qui rappresentati dal capitano del regime e da Pedro, giovane perseguitato dagli esponenti del regime marziale che per anni hanno imperversato con metodi repressivi su gran parte dei territori ibero-americani.

La scena si apre con le luci soffuse di una stanza del posto di polizia, una sedia e una scrivania sono l’unica concessione d’arredo all’angusto posto presieduto dall’ufficiale incaricato. Da subito la situazione appare chiara, ancora di più a seguito dell’irruzione in scena del torturato, incappucciato e malmenato. I toni del dialogo si attestano sulla disparità di ruoli e gerarchie, a dire il vero nella prima parte del dramma, non si sente che una voce, quella del capitano che incalza il suo sottomesso a “parlare”.
Nomi, numeri di telefono, informazioni sui cosiddetti compagni dissidenti, vite umane in cambio della sopravvivenza. Questo è quello che il meschino ufficiale, diviso tra il desiderio di salvarlo per pulirsi la coscienza e allo stesso tempo condannato al rispetto della divisa che indossa, chiede al seviziato che ha di fronte. Ma il silenzio di Pedro è costante, più eloquente di mille parole, rappresentativo di un residuo di dignità che soffoca ogni seppur minima replica verbale.
Continua quindi il sordo e sordido iter previsto dal potere, alla resistenza si risponde con la violenza crescente, bestiale, da parte dei cosiddetti “uomini elettrici”, programmati unicamente per devastare fisicamente e moralmente i loro stessi simili. Ma Pedro non molla, e durante l’ennesimo interrogatorio, gli viene concesso di scoprire il suo volto che rivela i segni eloquenti del dolore.
Il giovane fatica persino a reggersi in piedi, e quindi il capitano lo implora nuovamente e per qualche attimo le parti sembrano invertirsi. Ora è lui, il poliziotto per così dire “buono” che fa appello alla sua vittima affinché ammetta ciò che sa, affinché venda la sua verità in cambio della vita perché solo così una volta rientrato a casa forse riuscirà a guardare con meno rimorso e rancore sua moglie e i suoi figli. Sì, perché se ancora c’è un residuo di umanità, di ragionevolezza, in questo folle gioco al martirio, allora è proprio negli affetti familiari che qualche anelito di salvezza ancora resiste.
I toni verbali si fanno ora più tenui, quasi onirici. Se fisicamente Pedro è ancora presente, seppure quasi in fin di vita, la sua anima è oramai altrove, si è librata nel rifugio sicuro dei ricordi, del mare che si staglia all’orizzonte, tra i granelli di sabbia con cui suo figlio gioca, nel sorriso complice di sua moglie Aurora. E così il suo ultimo soffio di vita è dedicato ai luoghi lontani che lo portano via da quella stanza dell’ufficio di polizia dove oramai giace solo il suo corpo senza vita, di fronte a un uomo sconfitto dal suo stesso potere.
Il messaggio del testo portato in scena dalla bravura di Santi Cicardo e Matteo Contino, arriva forte e chiaro allo spettatore che rimane inchiodato alla scena, con il fiato sospeso, sperando in cuor suo in un lieto fine, pur sapendo che non sarebbe la degna conclusione.
Soprattutto nelle ultime battute pronunciate da un Pedro moribondo, lo spessore recitativo raggiunge decisamente momenti di alta intensità, toccando le corde più profonde di un pubblico che non vuole chiudere gli occhi davanti ai soprusi e alle brutture di milioni di persone scomparse nel nulla, fantasmi che non trovano quiete se non almeno nella testimonianza storica, di cui il teatro si fa promotore.

 

 

 

 

 

Pedro e il Capitano
di Mario Benedetti
regia e costumi Lia Chiappara
con Santi Cicardo, Matteo Contino
luci Gianfranco Mancuso
musiche Antonio Guida
produzione Teatro Libero Palermo
paese Italia
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 29 marzo 2014
in scena dal 28 al 30 marzo 2014

Lascia un commento

Sostieni


Facebook