“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 26 Novembre 2013 01:00

Manicomio! Manicomio!

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“Posso soltanto dire che, senza sapere d’averli cercati, me li trovai vivi davanti, vivi da poterli toccare, vivi da poterne udire perfino il respiro, quei sei personaggi che ora si vedono sulla scena. E attendevano, lì presenti, ciascuno col suo tormento segreto e tutti uniti dalla nascita e dal viluppo delle vicende reciproche, ch’io li facessi entrare nel mondo dell’arte, componendo delle loro persone, delle loro passioni e dei loro casi. Nati vivi, volevano vivere”.

A casa Pirandello si può andare a qualunque ora, non occorre prendere appuntamento e basta bussare per sentire cigolare la porta, aperta da una mano invisibile. Nessuno dice “Prego”, nessuno dice “Buongiorno”, nessuno dice “Desidera?”: si ha così libero accesso all’interno.
Di fronte all’uscio c’è un attaccapanni su cui, anche d’estate, pende un cappotto di lana grigia. Sulla destra – dalla cucina – il borbottio delle pentole o lo scroscio di una fontana o il rumore di una posata mentre, nel corridoio che inizia a sinistra, si notano quattro porte – chiuse, queste – dietro cui risiedono i figli, la figlia, la moglie: come ospiti segreti, come anime in pena, come carcerati, reclusi o semplicemente come solitari che se ne stanno nelle stanze, passandovi gran parte della giornata.
Nel corridoio si notano: rari ritratti, posti in cornice su una carta-parati verdognola, che tende a dare freddezza, idea o sensazione di umido; un vaso con dei fiori, non particolarmente freschi; un tavolo su cui sono poggiate chiavi, una o due penne, un paio di orecchini. D’improvviso si inciampa in una piccola brandina, in un lettuccio di riserva o d’urgenza: sopra c’è una coperta di lana azzurra, coi rilievi turchesi, in fondo un piccolo guanciale quadrato, coi ricami rosa e rossi. Dev’essere questo il giaciglio su cui Pirandello è costretto a dormire quando la gelosia della moglie si manifesta in tutta la sua furia, in tutto il suo spavento, in tutta la sua follia. 
Il Maestro – una testolina pelata, con il decoro di un pizzetto che finisce a punta – è nell’ultima stanza: seduto (è sempre seduto) e indaffarato (è sempre indaffarato). “Avanti, avanti” sembra di sentire: in realtà nessuna parola è stata pronunciata davvero.
Lo studio ha una finestra laterale da cui la luce, entrando di sbieco, batte la tappezzeria color tabacco tramutandola in beige. Basta una guardata furtiva, veloce, curiosa per avere un’idea completa dell’arredo: quattro mobili modesti, una poltrona di stoffa, due librerie di volumi sgualciti; a muro la foto di quando Pirandello aveva vent’anni (l’unica in cui si riconosce davvero) mentre, in terra, giace un tappeto dai colori svaniti. Poi la scrivania: piccola, senza cassetti, di legno scuro, simile a un tavolino da “maestrina, da nonna che tiene i conti di casa, da medico di provincia” che annota il numero degli ammalati o dei morti. Sopra – componendo un mucchietto di carta appallottolato o ingiallito – vi si trovano: lettere del Capuana, biglietti di Giovanni Cena, inviti a teatro; risposte negative degli editori, ritagli di giornali, fresche polemiche di critici alle prime armi; qualche rivista, qualche appunto su opere composte o da fare, una o due lettere personali che Pirandello ha scritto ma che ha deciso di non inviare.
La sedia su cui giace piegato, rannicchiandosi fino a sembrare minuscolo, è di legno chiaro, ha scheggiature evidenti sul dorso ed è il pezzo più decrepito di questa vecchia stanza di cose vecchie. Sembra raccattata da un negozio d’usato, da un antiquario, da un vicino che sta compiendo il trasloco. Varrà pochi spiccioli. A sensazione sembra assai scomoda.
“Sto scrivendo una bella pagina” sibila, senza alzare lo sguardo.
“Capisce? È come se li vedessi qui, ora, e dovessi soltanto ricopiare il loro dramma”.
“Sarà la più originale di tutte le commedie” dice ancora, poi piega la bocca in un sorriso indemoniato e calca ulteriormente la mano, imponendole di muoversi in fretta.
Il gomito destro compie piccoli spasmi frenetici, l’avambraccio sembra una lancetta impazzita, le dita saltellano come tante puntine su un disco: ad ogni affondo una lettera, dopo una lettera una parola, dopo una parola una frase. Unica sosta per il cambio della penna. Inchiostro rosso per le didascalie, inchiostro nero per le battute.
“Sono al secondo atto, ieri ho scritto il primo, l’indomani scrivo il terzo”. Non ne sorride.
Osservarlo mentre compone significa notare – su un viso che sembra di cera – piccole deformazioni improvvise: le sopracciglia s’incrinano, le labbra flettono una smorfia, lo sguardo s’agita per un istante, il capo china di lato; una ruga compare sotto l’occhio destro, una vena s’ingrossa sul collo, la tempia sembra pulsare, una goccia di sudore scivola verso l’orecchio.
È, scrivendo, colmo di vite diverse e in conflitto: “Immedesimato nella vita del personaggio, passa, come la battuta rapidissima vuole, da un’anima all’altra, dall’una all’altra passione e di ciascuno gli sorge dentro, modellandosi entro la maschera del suo viso, il volto e il grido e il riso e il pianto”.
Col sospetto che sia preso dalla follia o da chissà quale altra strana malaria, lo si lascia allo scrittoio, allontanandosi piano, senza farsene accorgere. Visto da qualche metro sembra una figurina da carillon, che scatta a molla; fissandolo nel ricordo invece appare come il personaggio di una di quelle vecchie cartoline in bianco e nero che si ritrovano, all’improvviso, nei libri in disuso: sagome gentili, accomodate, ben vestite, apparentemente placide, in buona salute, anche economica, ma che pure – da un particolare secondario e che si guarda solo in ritardo – sembrano confessare un tormento, un dolore, una complessità lacerante.
Da casa di Pirandello si esce come si entra. Senza annuncio, senza nessuno che stia sulla soglia, senza un’anima che ti dica “Arrivederci”, “Torni a trovarci”, “Alla prossima”.

 

“Lui si è presentato con questo copione e l’ha letto: magnificamente. E siamo rimasti tutti spaventati perché non avevamo idea di questa roba! Non si può rifiutare un libro di questo genere. Ma certo che teatralmente parlando a noi ci pareva impossibile che si potesse rappresentare una cosa del genere… Io non ho mai letto niente di simile. E sì che ho letto tutta la vita! Qui c’era creazione vera e propria”.
Il teatro non sembra un teatro, il palco non sembra un palco. Una landa desolata, di legno e coperta di polvere e, sullo sfondo, un mare di poltrone vuote.
Il sipario è alzato, non si vedono né quinte né scene, negli angoli il buio diventa un nero profondo. Corde da carico sono arrotolate sui lati, si notano un secchio, una scopa, brandelli di stoffa che servono, probabilmente, per pulire gli arnesi di scena. Sulla destra una sedia – di quelle da scuola elementare – con sopra qualche abito servito per le prove di chissà quale recita. A sinistra nulla. Seduti, al centro di questo posto assai misero, gli attori ascoltano il drammaturgo: il drammaturgo è Pirandello.
“Legge male ma con irresistibile efficacia. Non c’è valore d’intonazione nella sua voce, né chiaroscuri, né pause, né studiate ricerche d’effetto” ma “che irruenza nel leggere, che vertigine, che travolgente tumulto di parole, di suoni, di urla”.
Senza mai alzare gli occhi dal copione, con le mani fortemente aggrappate ai fogli, “con gli occhi scintillanti d’un’ebbrezza veramente sovrumana, con gli strani fulminei corrugamenti della fronte, grondante di sudore; con degli energici pugni sulla pagina come per ribadire certe parole, per farle entrare nella mente di chi ascolta come si picchia sul chiodo per farlo penetrare nel legno duro, Luigi Pirandello pare che legga più per sé che per gli altri: lo si sente solo con la passione dei suoi personaggi, con la loro volontà che domina la sua”. Legge tutto d’un fiato e, quando rialza il viso, “sembra meravigliato di vedere dinanzi a sé un semicerchio di persone attonite, disfatte come lui, che l’hanno ascoltato senza respirare”.
Non si accorge, Pirandello, dei dubbi, delle incomprensioni, dell’incapacità di capire; non s’accorge che gli interpreti fanno fatica a seguire, che si perdono tra le battute, che non riescono a immaginare ciò che lui ha immaginato; non sa che si danno di gomito, che si guardano reciprocamente, che reciprocamente s’interrogano: personaggi in cerca d’autore? Attori? Personaggi o attori? Ma saremo sul palco o in platea? Mascherati o a volto nudo? Il dramma che si fa da solo? Ma dovremo recitare davvero Il giuoco delle parti o è solo uno spunto? Saremo fantasmi, illusioni, figure più vere del vero o che cosa?
“L’ammirazione incominciò quando finì la comprensione. E questa finì subito” scrive Niccodemi, che aggiunge: “Era impossibile seguire quell’impeto o non lo si poteva seguire che fisicamente. Eravamo tutti travolti nel torrente, ansimanti, immobili. L’entusiasmo tra gli attori scoppiò unanime, irresistibile, convinto, e profondo. Ma nessuno aveva capito niente. Eravamo sbalorditi, nel caos”.
Adesso i suoi occhi vanno da un interprete all’altro, poi tornano alle pagine: interpreti, pagine, interpreti, pagine, interpreti, pagine. Scatta pur restando sul posto, sorride, freme, sembra approvare un pensiero segreto. Il mento gli trema convulso, i nervi del volto sono tesi fino allo spasimo, il cranio s’infuoca. Appunta ancora qualcosa al copione e, nel farlo, è come già presentisse l’opera da farsi come opera fatta.
Poi fissa l’intera compagnia, prende un attimo, ingoia un respiro, si volta verso le poltrone per tornare con lo sguardo alla compagnia: “Sarà un trionfo o una sciagura, senza mezze misure”.

 

“Alla fine è scoppiata la battaglia, la più violenta che il Valle ricordi. La lotta tra i plaudenti e i disapprovanti ha toccato intensità sonore mai raggiunte. Venti minuti dopo la fine dello spettacolo buona parte del pubblico era ancora a teatro a discutere ad alta voce, chiamando tra grandi applausi l’autore che dovette presentarsi un numero infinito di volte, mentre i più fieri avversari della commedia urlavano in coro il loro sdegno”.
“Manicomio! Manicomio!”. La parola “manicomio” ha invaso i corridoi, colmando come un fiume diretto a una diga, lo spazio che separa la platea dal palcoscenico. “Manicomio” si sente cascare, come pioggia, dall’alto; “Manicomio” tuona sul fondo, guadagnando l’uscita, la notte, l’eco dello spazio che s’apre. “Manicomio”: la parola già si diffonde per strada, conquista la piazza, volta gli angoli, si ferma nei bar per poi ripartire, veloce quanto l’aria che circola, fredda e tagliente quanto l’umidità che punge dal cielo, nonostante sia il 9 maggio, nonostante ci si scaldi tanto nel fare polemica, strepito, attacco fisico.
Si mormora che una parte del pubblico si sia levato e, fatto uno scatto da branco, si sia diretto ai camerini, al fine di braccare il drammaturgo tra gli attori, inchiodarlo al muro o allo specchio, chiedergli conto delle assurdità messe in scena. Si mormora che un’altra parte del pubblico abbia cominciato ad insultare l’autore a voce alta, dandogli del “pazzo”, del “farabutto”, del “folle”, del “buffone”. Si mormora – e lo scriveranno i giornali – che un’altra parte del pubblico ancora abbia tentato l’assalto fisico a Pirandello attendendolo fuori, sguardi torvi da minaccia e d’assalto, pugni pronti a partire ed a fare male.
Si mormora che Pirandello sia sgattaiolato come un micio nero e abbruttito tra i corridoi del teatro, che abbia salutato gli attori furtivamente e, furtivamente, si sia diretto all’uscita dal retro, cercando di sviare la folla feroce, prendendo il largo da uno stretto vicolo laterale.
Si mormora.
Morozzi (il custode) e Nerone (il portaceste) gli fanno da scudo. Una carrozza, intanto, si fa vedere dove più sono gli sguardi: si crede sia per l’autore e – per questo – viene fatta oggetto di lanci: offese, gestacci, monetine la colgono scheggiandone l’eleganza laccata, la cromatura perfetta. Volano schiaffi, spintoni sono contrastati con gli spintoni, qualcuno cade per terra, un urlo femminile, uno spavento generale. Belle dame ridono, attratte dalla bolgia; giovani dal cravattino bianco o dorato muovono le braccia, le mani, le dita in segno di disprezzo evidente.
Pirandello, tenendo per mano la figlia – bianca più di un cencio bianco e slavato – intanto cammina. Il bavero alzato, gli occhi attenti e preoccupati, il cappello calato per quanto possibile al volto. Piccoli passi fanno poco rumore, una pozzanghera schizza un po’ d’acqua, un foglio di giornale s’arrotola, carcasse di gatti morti emanano il loro fetore tra avanzi di cibo, mozziconi di sigari, brandelli di casse di legno che non servono più. L’intenzione è di eludere il mondo, fuggendo a piedi verso la prima fermata del tramvai, a Sant’Andrea; qui sperare in un passaggio immediato del mezzo e, nascondendosi sul fondo del trasporto pubblico, tornarsene a casa.
Ancora un passo, un altro. Un lampione, fioco di suo ma traditore questa notte, illumina la sagoma dell’autore. Uno spettatore ne scorge la patina, un lembo, ha una suggestione immediata che si rivela veritiera: lo riconosce, lo punta, lo indica ai compagni di bisboccia e violenza. Pirandello vede giungere il tumulto alle spalle ma, col tumulto, giunge anche un tassì: Lietta è spinta dentro a gran forza mentr’egli – il Maestro – attende ancora un attimo, uno solo, quasi volendo ricevere il vento notturno sul volto e, con esso, la scossa vivace della rabbia; quasi volendo sfidarla, questa rabbia. Poi cala il capo, piega la schiena, avanza la destra all’interno, sparisce del tutto. A meno d’un metro dal tassì gli amici proteggono la partenza. Volano ancora monetine mentre s’allontana la macchina. Sul selciato s’ode il rumore del rame, s’alza spaventoso l’oltraggio, chi dorme nei pressi si sveglia, affacciando il proprio sguardo impaurito, sorpreso o sognante.
L’auto s’avvia. Nel finestrino di dietro si fa in tempo a notare la piccola testa femminile che cala, appoggiandosi alla spalla dell’uomo dalla nuca pelata. I sei personaggi appartengono, da ora, alla Storia del Teatro.
Ancora qualche moneta. Ancora qualche schiamazzo in Piazza Sant’Eustachio, in Piazza del Pantheon, in Piazza San Silvestro. Scende, più nera ancora, la notte, cappa che sopisce ogni parola, ogni tumulto.
Un passante, tardivo, raccoglie qualche moneta intascandola. Fischiettando si reca al lavoro: tra qualche ora sarà l’alba e tocca darsi da fare.

 

 

 

 

Dario Niccodemi
L'autore alla prova

Orio Vergani

L'ora dei "Sei personaggi"

in
Luigi Pirandello
Sei personaggi in cerca d'autore
a cura di Guido Davico Bonino
Torino, Einaudi, 1993
pp. 271, pp. 189-193; pp. 197-201

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