“Solo tu puoi mandare in scena quel ricordo. Proprio quello”

Nadia Terranova

Lunedì, 05 Agosto 2013 02:00

Le pagine bianche

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Sergio Solmi: “Un uomo può essere grande in quanto realizza un tipo nuovo, in quanto crea un nuovo rapporto umano. La sua grandezza può stare nella rinuncia, la sua grandezza può stare nel silenzio”.
Jean de La Bruyère: “La gloria o il merito consiste nello scrivere bene; quello di altri consiste nel non aver scritto più”.
Jacques Derrida: “Dunque, perpetuamente ed essenzialmente, i testi corrono il rischio di andare perduti per sempre. Chi mai saprà di simili scomparse?”.
Per Olov Enquist: "Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte".

 

C’è una storia della letteratura fatta di pagine candide, di trame interrotte, di libri non scritti. Milioni di opere che sono state pensate, ripensate, mentalmente composte, frettolosamente annunciate, anticipate agli amici e preventivamente discusse, apprezzate o stroncate e che – d’improvviso – sono sparite come sparisce il coniglio, nel mezzo del trucco del mago, o quel vecchio vestito che non ci serve e che nascondiamo in soffitta, in un ripostiglio, in un baule o una scatola, rendendolo uno straccio in disuso.
Non sono state seppellite, non sono state rifiutate, non sono state censurate. Nessuna Accademia ne ha dato giudizio, nessuna Corte ne ha dichiarato l’arresto, nessun Parlamento ne ha discusso la legittimità. Il Commercio non le ha poste in vendita, il Commercio non ne ha decretato la fine. Esse, semplicemente, non sono. Opere possibili, probabili – alcune quasi certe – che sono finite senza finire davvero: una pagina qualsiasi è diventata l’ultima pagina, una qualsiasi parola non ha più trovato il suo seguito.
In un piccolo Sellerio, da poco a scaffale, Eugenio Baroncelli elenca ed accenna a 55 libri che non ho scritto ovvero a storie da lui iniziate ed abbandonate senza alcuna evidente ragione d’addio: sollevatesi col furore con cui si solleva la polvere, sono sparite come sparisce la polvere: nel nulla. Tra i libri che Baroncelli non ha scritto colpiscono:

 

Don Lisander. Vita del conte Alessandro Manzoni in cinque donne e un sogno di cui possiamo leggere l’inizio di pagina trentasette senza conoscere nulla delle trentasei pagine precedenti: “Più tardi si dirà di lui che è un erotomane tutto potta e libri”.

Un tetto e un letto. Cronaca abusiva delle case che ho abitato che comincia così e così quasi termina: “In una sono nato. Ora guarda una spiaggia mangiata dal mare, stupita dal mio oblio (l’ho venduta per non dimenticarla ma lei non vuole crederci). In questa, salvo complicazioni, morirò. Guarda una pia chiesa in cui non ho mai messo piede”.

Spilli per trafiggere la farfalla di un’idea che è un Trattato amatoriale sull’arte di lasciar cadere spunti che nessuno raccoglie e di cui esistono soltanto il titolo ed il sottotitolo che abbiamo appena trascritto.

 

Tra gli altri volumi lasciati in bianco: Lassù. Breve storia del cielo; Fra tante ante. Storie degli armadi che mi ricordo; In breve. Lunga storia del mio tempo ma anche La lieta lista. Elenco dei miei elenchi preferiti; Il doppio dell’oppio. Ventidue vite stupefacenti ed il magnifico Non ci sono parole oneste per raccontare di donne che si fingono Sophie Calle.

 

 

Baroncelli non è l’unico. Pochi anni fa George Steiner ha pubblicato I libri che non ho scritto in cui, sette brevi capitoli, alludono a sette tomi mancati che avrebbero dovuto trattare: dell’invidia che tormenta gli artisti meno capaci; del sesso declinato nelle diverse lingue del mondo; della superiorità dell’amore per gli animali rispetto a quello per gli uomini; del rapporto tra intellettuale e ideologia; dell’importanza dei sistemi educativi; dell’identità ebraica dopo la Shoa; del fallimento culturale e politico.
Si tratta di composizioni seccatesi per assenza di coraggio, per assenza di tempo, per assenza di argomenti, per assenza di voglia e – tuttavia – Steiner assegna loro un’importanza pari a ciò che ha pubblicato davvero: “Un libro mai scritto è più di un vuoto. Accompagna l’opera che si è compiuta come un’ombra fattiva, insieme ironica e dolente. È una delle vite che non abbiamo potuto vivere, uno dei viaggi che non abbiamo intrapreso. È più del rifiuto di una possibilità. La privazione ha conseguenze che non possiamo prevedere o valutare con precisione. È il libro che non è stato mai scritto e che avrebbe potuto fare la differenza. Che avrebbe potuto permetterci di fallire meglio. O forse no”.

 

 

Poco dopo è Alberto Manguel – nel suo Una storia della lettura – a dedicare un intero capitolo (titolato Pagine bianche) al libro che non ha scritto e di cui pure rende ogni dettaglio: “Ne conosco perfettamente l’aspetto. Posso vederne la copertina, sentire frusciare tra le dita le sue spesse pagine color panna. Posso indovinare con morbosa precisione l’aspetto della legatura di colore scuro sotto la sovraccoperta, e i bei caratteri d’oro impressi a caldo. Conosco l’elegante frontespizio, la spiritosa epigrafe e la dedica commovente”. Manguel ne legge l’indice analitico; ne contempla le illustrazioni (un affresco della Biblioteca di Alessandria, una foto di Sylvia Plath, un disegno della stanza di Pascal, una foto dei libri fradici d’acqua salvati da un passeggero del Titanic); fissa il volto dell’autore (ovvero la propria foto) sul risvolto di copertina. E conclude il paragrafo con parole che sono perfette perché il nostro discorso cominci davvero: “Il fatto che un libro non esista non è una buona ragione per ignorarlo; come non ignoriamo i libri scritti su cose immaginarie come l’unicorno, Atlantide o l’uguaglianza tra i sessi”.

 

 

In una lettera a Barezzo Barezzi, datata 15 maggio 1591, Tasso afferma che La Gerusalemme liberata è solo la prima metà di un’opera che s’apprestava ad essere continuata e conclusa. Ciò che sarebbe venuto, pare, avrebbe descritto il ritorno degli eroi (alla maniera dell’Odissea) definendo una struttura circolare: dove s’inizia lì si finisce. È possibile immaginare l’autore mentre tenta di aggiungere nuovi canti ai vecchi canti non riuscendo a cantare più niente: “Quale fatica” – pare si lamentasse con amici e persone a lui prossime – “è modificare e migliorare ciò che già s’ama a perfezione”.
Nel Don Chisciotte la nipote dell’hidalgo, il barbiere ed il curato – dopo aver distrutto tutti i libri di cavalleria – si concentrano sui libri di poesia imbattendosi, ad un punto, in un componimento assai noto, la Galatea di Miguel de Cervantes: “Da molti anni è mio amico codesto Cervantes” – dice il barbiere – “e so che è più versato in disgrazie che versi. Il suo libro è piuttosto buono come intreccio, si propone certamente qualcosa ma  non conclude nulla: bisogna aspettare la seconda parte annunziata da lui”.
“La sto terminando”, si legge nel prologo alla seconda parte del Don Chisciotte; “È quasi finita” pare abbia annunciato ad un amico senza nome in una lettera senza data: se davvero avesse concluso la Galatea Cervantes non sarebbe finito in quest’articolo.
“Ero indeciso – scrive John Milton – tra due argomenti: quello di re Artù che sconfigge i Sassoni (il quale, essendo più lontano nel tempo, dà maggior spazio alla mia fantasia), o quello di Edoardo il Principe Nero, che sottomette la Spagna (in cui avrei colto l’occasione per rappresentare i miei amici viventi e i mecenati delle famiglie più nobili)”. Risultato? “Dati il mio esiguo compenso e la mancanza di prospettive di una sussistenza futura, venni poi scoraggiato al principio del mio tentativo”. Due poemi abbandonati in luogo di uno solo.

 

 

Goethe struttura un’immensa esposizione scientifica, il Romanzo dell’Universo, di cui non verga neanche una pagina; Novalis ha un progetto assai simile (una storia della scienza universale): ne redige solo parte dell’indice; Jane Austen inizia I Watson ma presto si cruccia di aver assegnato all’eroina una condizione troppo servile e getta tutto al macero. Flaubert pensa ad una satira sul socialismo, pensa ad una trama ambientata in Oriente, pensa ad una propria versione del Don Giovanni: non scrive nessuna delle tre.
Il Pentamerone di Doudet e La Quinquengrogne di Victor Hugo sono capolavori cui i loro autori devono ancora mettere mano, al pari della Gaia di Thomas Mann.
“Egli si impegola con la generazione più giovane, gli atei, i filoslavi e gli europei, i fanatici religiosi russi, i monaci ed anche i preti; si lega molto, tra gli altri, a un propagandista gesuita, un polacco; scende addirittura al livello della setta dei flagellanti e, alla fine, ritrova la fede in Cristo e nella Russia”. Di quale degli umili e offesi eroi di Dostoevskij stiamo parlando? Ma del protagonista di Ateismo: un funzionario statale mediocre, scuro nel volto e folto di barba, di anni quarantacinque che – naturalmente – perde la fede in Dio per poi ritrovarla. Non avete letto Ateismo di Dostoevskij? Non è stato neanche iniziato. 
Gogol brucia il continuo de Le anime morte, insoddisfatto del suo sviluppo ulteriore; Kafka dona al camino la prima metà di un racconto sugli omicidi rituali mentre Thomas Eliot dà fuoco ad una “piccola burla” che tratta di economia compiendo, così, lo stesso gesto di Joyce che – alle fiamme – dà Stephen Hero. Bruciano più lentamente, invece, alcuni capitoli su Dostoevskij scritti da Bachtin: l’autore − infatti − dopo aver usato l’intera Bibbia che aveva a scaffale, comincia a strapparli in brandelli e ad arrotolarli: gli occorrono altre cartine per le sigarette. Possibile che la stessa fine abbia fatto anche la pagina su cui Gregrory Corso improvvisa una magnifica poesia beat ascoltata da Allen Ginsberg e recante la frase “La carne ti dia un’ora di vita”. Evidentemente il componimento viene aspirato in meno tempo.

 

 

Coleridge, a causa di un’’indisposizione allo stomaco, assume un sonnifero: viene vinto in breve dal sonno e, nel sonno, un testo sull’edificazione di un palazzo da parte di Kublai Khan – l’imperatore reso celebre da Marco Polo – comincia a germinare. Egli scorge le immagini nitide, chiare, nette, concrete e tangibili per cui, come di getto, trascrive su un foglio immaginario un poema immaginario di ben trecento versi. Risvegliatosi di soprassalto, non gli rimangono che poche parole: “Scopersi, con non piccola sorpresa e mortificazione, che sebbene ritenessi in modo vago la forma generale della visione, tutto il rimanente, tranne otto o dieci righe isolate, era sparito come le immagini sulla superficie di un fiume nel quale si getta una pietra ma – ahimé – senza la successiva ricostituzione di quelle”. 

 

 

Agatha (ispirato alla vicenda reale di Agatha Hatch) è il romanzo cui giorno e notte pensa Melville: analizza la trama, la divide in capitoli, inventa nuovi nomi per nuovi personaggi, riflette sul finale modificandolo ripetutamente poi – di colpo – scrive una lettera ad Hawthorne in cui possiamo leggere: “Ripensandoci mi è sovvenuto che questo soggetto appartiene a un genere con cui voi avete particolare dimestichezza. Per farla breve, credo che, in questo argomento, sareste più bravo di me”.
Hawthorne, ricevuta la lettera, accetta la sfida: analizza la trama, la divide in capitoli, inventa nuovi nomi per nuovi personaggi, riflette sul finale modificandolo ripetutamente poi – di colpo – scrive una lettera a Melville in cui possiamo leggere: “Occupatevene voi”. Non se ne occupa più nessuno.
E d’altronde cosa poteva attendersi Melville da un uomo − Hawthorne − che scrive: “Sono qui, nella mia solita stanza, dove mi pare d’essere sempre. Qui ho portato a termine molti racconti, molti che poi ho bruciato, molti che senza dubbio meritano quell’ardente destino. Questa è una stanza stregata, perché migliaia e migliaia di visioni hanno popolato il suo spazio, e solo alcune ora sono visibili al mondo”?

 

 

“Perché non scrivo? Perché è morto lo zio Celerino, che mi raccontava le storie. Lui chiacchierava sempre con me. Ma era molto bugiardo. Mi raccontava menzogne allo stato puro e, quindi, ho scritto menzogne allo stato puro”. Lo zio Celerino ha permesso, con le sue menzogne, a Juan Rulfo di scrivere due piccoli capolavori messicani: Pedro Paramo e La pianura in fiamme. Sepolta l’ispirazione del vecchio anche l’ispirazione del giovane è finita sotto terra.
A diciannove anni Rimbaud termina le proprie parole cancellando, di volta in volta, le poesie che si trova a comporre suo malgrado; Mallarmé riempie migliaia e migliaia di pagine di calcoli commerciali per il suo Livre e poi getta tutto in un vecchio pozzo o – come sostengono altri – nel buio centro di un fiume o − come ancora sostengono altri − nel fondo profondo del proprio silenzio; Marcel Bénabou, invece, argomenta: “Non creda, il lettore, che i libri che non ho scritto non siano niente. Al contrario e che sia chiaro una volta per tutte: sono come sospesi sopra la letteratura universale”, facendone parte.
Francisco Ferrer Lerín sta per entrare nella storia della poesia iberica quando sceglie di abbandonare Barcellona, la carta scritta, le rime ardite per darsi all'osservazione degli avvoltoi; Jean Paul, a forza di pensare alle digressioni che avrebbe voluto scrivere, non scrive mai il suo capolavoro digressivo; ad Emanuel Carnevali invece appartengono questi versi con cui abbandona i suoi versi: "Volevo maledire i miei occhi encefalitici, / ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c'era pace nel mio cuore".
Racconta J.G. Fischer: “Chiesi a Hölderlin alcune righe su un qualunque tema e lui mi rispose chiedendomi se volevo che scrivesse sulla Grecia, sulla Primavera o sullo Spirito del Tempo. Gli risposi che preferivo l’ultimo argomento. Allora, mentre nei suoi occhi brillava qualcosa come un fuoco giovanile, si accomodò allo scrittoio, prese un grande foglio e una penna nuova e scrisse, scandendo il ritmo con le dita della mano sinistra sullo scrittoio ed esclamando un ‘hum’ di soddisfazione al termine di ogni riga, mentre muoveva la testa in segno di approvazione”.
Non sapremo mai cosa Hölderlin scrisse poiché –  ciò che Hölderlin scrisse –  Hölderlin distrusse.
Bazlen rimanda il proprio romanzo oltre la fine dei suoi giorni: che lo stia terminando mentre noi imbrattiamo questo articolo? Clement Cadou impiega l’intera esistenza a dimenticare l’idea di voler fare il narratore: nel frattempo non riempie una pagina.
In una storiella (che io rubo a Vila-Matas che l’ha rubata all’autore) Jean-Yves Jouannais narra del giovane Félicien Marbœuf: egli desidera essere un letterato ma – non appena tenta di scrivere – sente le sue dita di legno, le sue mani di legno, le sue braccia di legno, le sue spalle di legno, la sua testa di legno, il suo cervello di legno: le sue idee gli sembrano, perciò, trucioli. Così chiude in un baule (di legno) racconti, abbozzi di romanzi e lettere e si dedica alla pittura: “Mi sento un mobile e, che io sappia, i mobili non scrivono”. Sarà un mobile che dipingerà solo mobili, per tutta la vita, firmando le composizioni Autoritratto. Sempre.

 

 

Pare che Beckett e Joyce – riuniti per ore a discutere in salotto rimanendo rigorosamente in silenzio (Beckett guarda Joyce che guarda una finestra, poi Joyce guarda Beckett che guarda una lampada; vanno avanti così, tutti i giorni, per settimane) – pensino a decine di opere da scrivere assieme senza confessarsele mai.
Gadda promette il continuo di Quer pasticciaccio brutto di via Merulana a tre editori diversi: alla sua morte amici e profittatori alla ventura ne cercano la trama in tutti gli armadi, tra i radi scaffali coi libri, nei cassetti della sala da pranzo e della cucina, negli scatoloni dove il lombardo tiene pantofole, vecchie vestaglie, calzini rammendati assieme a copie dei suoi libri invenduti. Nessuna traccia.
Nabokov – dopo lo splendido Parla, ricordo – vuol continuare le proprie memorie con Parla, America: parlandone se ne dimentica, evidentemente.
Da almeno un decennio si favoleggia di altre Lezioni americane di Calvino: che siano rimaste segrete negli scomparti di una delle sue molte scrivanie da lavoro? E, per restare ai membri dell’OuLiPo, cosa scrivere delle pagine mancate da Georges Perec?
Un inventario di tutto ciò che mangia nel corso di un anno; un elenco dei letti in cui ha dormito; la sceneggiatura di un film d’avventure; un racconto sui libri perduti nel quale sarebbe confluito anche il suo libro perdendosi e – soprattutto – il grande progetto de L’albero ovvero la riscrittura della propria genealogia familiare.
L’idea lo ossessiona per decenni, costringendolo a continue ricerche tra gli scaffali ingrigiti dell’anagrafe francese. La polvere gli si adagia alla fronte, tra i capelli, sulle mani mentre sale, dalle vecchie carte, lo stesso odore funereo che sale dalla buca di un morto. Pallida, la luce illumina documenti divenuti carta straccia. Qui manca una data, lì un nome è incompleto, su questo foglio si afferma che… sull’altro si attesta che invece…
Perec – già schivo di suo – finisce per immalinconirsi ulteriormente: a chiunque abbia a tiro ciancica soltanto de L’albero tenendo discorsi sempre più confusi, prolissi e arruffati.
In uno dei suoi preziosi quaderni, sul retro di un foglio recante la lista della spesa, in un taccuino dedicato alle osservazioni dell’esterno appunta soltanto brandelli: la lista dei parenti scomparsi, l’attività di commerciante di perle dello zio, le interconnessioni bizzarre e curiose tra la sua ed un’altra famiglia di cui ignorava totalmente l’esistenza. Si ferma – immobilizzandosi del tutto – quando trascrive su un foglio giallognolo i nomi dei genitori, perduti entrambi in pieno nazismo: comprende di non possedere il coraggio per piangere lacrime che non ha ancora versato.

 

 

Pepìn Bello conosce, frequenta e influenza Luis Bunũel, García Lorca, Rafael Alberti ed intere generazioni successive di poeti e narratori e pittori e cineasti e registi ed autori teatrali che lo conoscono, ne ascoltano le storie, se ne lasciano cullare. Pepìn finisce nei libri di cultura e di costume, viene citato nei manuali letterari ed in quelli d’arte, a lui sono dedicati interi paragrafi di ricordi spagnoli, capitoli di saggi o di studi accademici e voci nei “Dizionari degli Autori e delle Opere” pur essendo l’autore di nessuna opera: “Ho scritto molto, però non rimane più niente. Ho perso lettere e testi perché non gli ho dato alcun valore. Ho scritto delle memorie e le ho stracciate. Il genere delle memorie è importante, ma io no. Io non sono nessuno”.
“Io non sono nessuno” continua a ripetere Pepìn affacciandosi alla finestra minuscola di una casa minuscola; aggirandosi per strade afose e deserte; sedendo al solito bar dove beve la solita acqua limonata.
“Io non sono nessuno”: lo stesso desiderio di Walser, che riduce la sua grafia fino a ridurla in granelli d’inchiostro illeggibili; lo stesso desiderio di Kafka, la cui voglia di essere uno zero non viene rispettata: “Carissimo Max, la mia ultima richiesta: tutto ciò che mi lascio dietro (ossia nelle librerie, nel cassettone, nella scrivania, sia a casa che in ufficio, o ovunque possa essere arrivato qualcosa, qualunque cosa ti capiti di trovare), sotto forma di quaderni, manoscritti, lettere mie e altrui, bozzetti e così via, va bruciato fino all’ultima pagina senza essere letto, come pure tutti i miei scritti o i messaggi in possesso tuo o di altre persone, cui ti prego di chiederli a mio nome. Le lettere che non ti verranno consegnate dovrebbero essere almeno bruciate accuratamente da coloro che le possiedono”.

 

 

“Stamane mi sono svegliato e ho cominciato a pensare. Che frase goffa. Al risveglio mi ha colto un pensiero. No. Tra il mio primo risveglio e l’inizio della giornata c’è una minuscola intercapedine, in cui mi rannicchio a pensare. Da varie settimane penso al”.
Frase interrotta.
Di seguito comprendiamo: “Il romanzo è a un punto morto”. Giorgio Manganelli e il suo Taccuino di una storia che non sarà mai una storia.

 

 

Fernando Pessoa inventa il Barone di Tieve, il Barone di Tieve inventa un’unica opera – L’educazione dello stoico – da cui leggiamo: “Mille idee insieme, ciascuna una poesia, che crescevano inutili. Di molte neppure potevo ricordarmi quando le avevo scritte, tanto più quando le avevo perdute”. Convinto che “sognare” sia preferibile ad “essere”, egli rinuncia allo scrupolo della precisione, all’intensità dello sforzo, all’illusione della perfezione con la lentezza che appartiene alle piccole barche di legno che, galleggiando, vengono portate via dal molo verso il largo per mezzo di un vento leggero. Ammalatosi di improduttività, diviene sterile e placido. Scrive, infine: “Ho raggiunto, con la sazietà del nulla, la pienezza del niente”. Una frase sola per dire di tutti i capolavori che non verranno mai.

 

 

“Ho un romanzo assente che ha una storia che desidero raccontare”. A parlare, con l’inchiostro è Antonio Tabucchi attraverso un narratore senza nome. Siamo in Storia di una storia che non c’è: lo scrittore ha composto un romanzo dal titolo Nessuno dietro la porta ma l’opera è stata rifiutata da un editore. Lo scritto finisce nell’oscurità di un comò, sotto “una massa di carte” da cui sbuca, all’improvviso e a distanza di anni, “come un sottomarino che sbucasse da oscuri fondali”. Lo scrittore lo guarda, lo riguarda, vi lavora di nuovo aggiungendovi soltanto una nota, una nota in più che ne muta il destino: viene accettato per la stampa. Tuttavia – in un giorno autunnale di burrasca, come in preda a ventrali dolori dell’anima – egli si avvicina all’oceano consegnandogli, pagina dopo pagina, l’intero volume.
“Difficilmente il racconto sarebbe nato. L’idea di esso, pensandoci bene, gli era venuta troppo presto, quando ancora egli era ignaro di quanta semiluce può esserci tra le stesse opacità del disinganno e quanta storia nella lunga pazienza di essere vivi”.
Mario Pomilio, scarpe da ginnastica ai piedi, cammina per via del Babuino a Roma. C’è luce piena, chiarore diurno, scaglie bianche allegeriscono il tono dei colori. D’improvviso la vista d’un’iscrizione dedicata al Principe Girolamo Napoleone, “sposo di Clotilde di Savoia, nipote del grande Imperatore” che – scosso dagli ultimi flutti tempestosi del Regno – s’adagia a sopravvivere nella risacca d’un tardo soggiorno romano. Pomilio – già per strada – elabora la trama di questo “isolato sconfitto”, mantenuto da qualche segreta “pensione del nostro Stato”, che dopo aver percepito il profumo felice della Gloria lo sente svanire. Pomilio freme per la  suggestione: la sente vibrare alle braccia, i polsi gli tremano, le dita già scrivono segnando lettere e parole e intere frasi nell’aria. Al ritorno a casa s’informa, legge, consulta, compone le prime righe di un racconto che non sarà mai raccontato. La vicenda tramonta. A distanza d’oltre un trentennio Una lapide in Via del Babuino confessa l’abiura, la sconfitta, la perdita di quella intuizione, di quella volontà, di quel desiderio.  

 

 

Belyj, il geniale autore di Pietroburgo, esce di casa con gli stivali invernali: anche in piena estate. Tossisce, coprendosi la bocca ed il naso, pur stando bene in salute. Ha un cappotto foderato in pelliccia ma la sua pelliccia perde peli e gli orli sono visibilmente lisi. Porta l’ombrello arrotolato in una fodera apposita, gli occhiali in una custodia grigio-topo, la matita e il temperino in un astuccio di forma rigida. Ha ovatta nelle orecchie, il bavero della camicia rialzata, la fronte serrata da un cappello. Ma – la stranezza più grande di quest’uomo che vive foderandosi (e dunque distaccandosi) dal resto del mondo – è che abita una stanza ripiena di cartelline che – con fare ossessivo – sposta e nasconde passandole dal tavolo a un mobile, da un mobile ai suoi contenitori segreti. Dentro si celano i romanzi iniziati, scritti a metà o cui manca soltanto il finale. Spariscono con lui.
Anche Dylan Thomas ama le cartelline ed in particolare ne serba in segreto una azzurra con sopra scritto “Archivio di poesie abbandonate”. La borsa in cui Savinio pare aver posto bozzetti di opere che non hanno mai veduto la luce è – invece – un’illazione di chi scrive quest’articolo per terminare questo paragrafo. 

 

 

Ed invece come terminare l’articolo sui libri non terminati? Forse occorrerebbe spezzare la frase nel mezzo, lasciando che
oppure si potrebbe –  come Manganelli ne Il rumore sottile della prosa – optare per un’intera riga bianca, come questa qui sotto


sperando che il candore diritto, col tempo, goccioli sulle parole restanti coprendole tutte. Forse meglio ricordare – piuttosto – che i libri non scritti sono la metafora dei molti progetti che tutti noi lasciamo disperdere: sono le frasi che avremmo voluto dire e che non abbiamo detto, i gesti che avremmo voluto compiere e non abbiamo compiuto, le scelte che avremmo voluto fare e non abbiamo fatto; sono la persona che avremmo voluto tenere e che abbiamo lasciato andare via, la carezza che avremmo voluto dare e di cui ci siamo vergognati, l’attenzione che avremmo voluto offrire e che abbiamo sprecato con qualcos’altro di futile, di banale o passeggero. Sono la fatica, la rinuncia, l’abbandono; sono il fallimento evidente tra fallimenti più discreti; sono l’arrivo al limite con la consapevolezza d’essere stanchi e di aver bisogno soltanto del riposo, del silenzio, forse del crollo.
Un bambino che decide di non giocare con gli altri. Un atleta che non partecipa. Un uomo o una donna che abbassano il capo. Certi crepuscoli o certi luoghi contemplati soltanto in fotografia. Una rivelazione che non si produce. Una confessione mancata, un aiuto negato, una separazione. La condizione di chi guarda il mondo fissandosi tra le tende di una finestra; di chi trascorre un’intera giornata in poltrona; di chi s’inventa le voci che ascolta; di chi rinuncia ai suoi giorni.
L’attimo in cui posiamo le braccia, le mani, le dita; in cui posiamo la penna.
L’attimo in cui, senza attendere la fine, comprendiamo che la fine è giunta lo stesso.
Ora.

 

 

 

 

 

Eugenio Baroncelli
Pagine bianche. 55 libri che non ho scritto
Palermo, Sellerio, 2013
pp. 140

George Steiner
I libri che non ho scritto
traduzione a cura di Fiorenza Conte
Milano, Garzanti, 2008
pp. 230

Manguel Alberto
Una storia della lettura
traduzione a cura di Gianni Guadalupi
Milano, Feltrinelli, 2009
pp. 310


Enrique Vila-Matas
Bartleby e compagnia
traduzione a cura di Danilo Manera
Milano, Feltrinelli, 2002
pp. 180

Giuseppe Marcenaro
Libri. Storie di passione, manie e infamie
Milano, Bruno Mondadori, 2010
pp. 214

Jorge Luis Borges
Altre inquisizioni
traduzione a cura di Francesco Tentori Montalto
Milano, Feltrinelli, 2005
pp. 190

 

 

NB. Le immagini poste a corredo dell'articolo ritraggono opere d'arte composte da Lorenzo Perrone ed esposte − presso 'Al Blu di Prussia' di Napoli − in occasione della mostra Libri Bianchi, tenutasi nel marzo 2010.

 

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