“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Martedì, 24 Marzo 2020 00:00

Ciao, scrittore corsaro e menippeo

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Alberto Arbasino, scomparso domenica scorsa all’età di novant’anni, non è stato soltanto un lucido e disincantato testimone delle più svariate vicende sociali, culturali e di costume che hanno interessato l’Italia contemporanea, da ben più di cinquant’anni a questa parte, ma anche un indiscusso sperimentatore e innovatore di diversi stili e generi.

È stato probabilmente uno dei pochi scrittori italiani (insieme a Luciano Bianciardi e a Pier Paolo Pasolini) a comprendere la complessità del periodo che va dagli anni Cinquanta ai Settanta e che vede un’Italia ancora povera e disastrata dalla Seconda Guerra Mondiale trasformarsi rapidamente grazie al boom economico, con tutte le sue mille sfaccettature e contraddizioni. E, per comprendere meglio l’ambiguità di questo periodo Arbasino si è rivolto indietro, agli antichi. Ha fatta sua l’antica categoria della satira menippea come è stata codificata da Michail Bachtin e l’ha utilizzata come una sorta di filtro formale per guardare alla società contemporanea. Nelle letterature classiche, la satira menippea funzionava come un vero e proprio genere, aperto al pastiche e alla contaminazione stilistica, caratterizzato dall’alternanza di versi e prosa e da un andamento serio-comico, in ambientazioni che affiancano l’uno al’altro la sordidezza delle taverne e della quotidianità a mondi oltreumani come gli Inferi o l’Olimpo. Bachtin ha poi trasformato questo genere chiaramente codificato in una sorta di linea culturale che attraversa diversi stili e generi, caratterizzata da libertà formale associata alle tematiche del basso, del corporeo, del grottesco, dell’osceno.
C’è da dire, però, che il teorico contemporaneo dal quale Arbasino riprende la sua idea di menippea è Northrop Frye. Lo studioso canadese, nella sua Anatomia della critica, del 1957, riconduce la satira menippea ad una “forma di fiction in prosa” che denomina “anatomy” per distinguerla da “novel”, “romance” e “confession”. In Certi romanzi (1964), Arbasino si lascia andare ad un divertito gusto classificatorio e suddivide le opere degli scrittori italiani contemporanei in “novel” e “anatomy”. E poi si rivolge indietro, chiedendosi, “saranno poi romanzi-romanzi quelli di Swift, Rabelais, Sterne, Voltaire, Apuleio, Petronio, Sant’Agostino, De Quincy, Butler….” No, sicuramente non sono romanzi-romanzi; sono opere attraversate da quella linea culturale menippea, quell’ “anatomy” fluida e corrosiva. E, di opere di questo tipo, Arbasino ne ha anche scritte, e non poche. Basti ricordare quello che è il suo capolavoro, Fratelli d’Italia (1963, poi sottoposto a due riscritture, nel 1976 e nel 1993), Super Eliogabalo (1969 e 1978), Specchio delle mie brame (1974), Le Muse a Losa Angeles (2000), Dall’Ellade a Bisanzio (2006).
Fratelli d’Italia srotola un viaggio attraverso l’Italia e attraverso svariate forme culturali: è un romanzo menippeo perché in esso è riflessa tutta l’ambiguità di un periodo fra mode passeggere e infatuazioni, alta e bassa cultura, teatro, cinema e di tutto ciò i personaggi imbastiscono conversazioni infinite, servite al lettore come le tante portate di un banchetto. La letteratura diventa cibo, la satira diventa satura lanx (la parola “satira” deriva infatti dall’antico termine culinario lanx satura) e viene imbandita al lettore. Questa è la menippea, la quale distende però anche uno sguardo serio e malinconico sulla contemporaneità, non con sguardo moralistico, ma lucido e partecipato, proprio come in uno dei principali modelli letterari di Arbasino, il Satyricon di Petronio (I sec. d. C.). Petronio fornisce allo scrittore la chiave per entrare con spirito lucido e disincantato nella realtà che lo circonda, incurante dei tanti moralisti, quei “Catoni” superciliosi che inorridiscono scandalizzati di fronte alle avventure basse ed oscene di Encolpio, uno dei protagonisti del romanzo di Petronio. Come il Satyricon, i romanzi di Arbasino sono delle vere e proprie ‘enciclopedie’ di costume nei quali rientra la società nei suoi più svariati aspetti. Ecco lo sguardo menippeo che si solleva dall’alto e che, con una leggerezza mista a seriosità e malinconia, individua subito gli aspetti più contraddittori di un’epoca.
Il paradigma dell’antico compare anche nel Super Eliogabalo dove, fin nel titolo, l’antichità classica è presente a fianco dell’Eliogabalo di Antonin Artaud. La rivisitazione dell’antico avviene entro un universo ludico e scanzonato, in cui l’imperatore Eliogabalo e il codazzo dei suoi lacchè si spostano a Ostia per un “weekend con delitto”, in un corteo di automobili e motociclette. All’interno dei complicati ingranaggi del contemporaneo romanzo sperimentale (ricordiamo che Arbasino è stato anche uno dei principali esponenti del Gruppo ’63) il classico non può che essere riproposto come parodia e pastiche.
Anche ne Le Muse a Los Angeles l’antico viene, se così si può dire, ‘disambientato’ e portato nelle sale del Getty Center for Arts di Los Angeles e, in un viaggio attraverso il museo, si articola il libro. In un movimento  nel regno di un labirinto postmoderno in cui non si riconoscono più i paradigmi spaziali tradizionali, l’arte classica (e l’arte tout court) subisce una rivisitazione all’insegna di un divertimento macchiato sempre, però, da malinconiche riflessioni (e in questo spostamento di paradigmi Pausania può benissimo trasformarsi nella “Guida Michelin della Grecia antica”). Fino a Dall’Ellade a Bisanzio, un nuovo viaggio menippeo, più recente, una nuova scorribanda letteraria all’insegna dell’ “anatomy”. Per mezzo di essa, di una satira menippea rivisitata e fatta propria, assimilata a livello formale e stilistico in pressoché in tutte le sue opere, Arbasino è stato un lucido e disincantato testimone di questi anni così cruciali.
Ciao, scrittore corsaro e menippeo, ci mancherai.

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