“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 12 Maggio 2020 00:00

Le storie di Belfast di Sam Millar

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Sam Millar è uno scrittore e sceneggiatore di Belfast proveniente da una famiglia della working class di padre protestante e madre cattolica, con un passato di militanza nell’Ira e otto interminabili anni di carcere duro. Quel che basta per sapere quanto gli esseri umani possano essere spietati nei confronti dei loro simili.

A far conoscere lo scrittore in Italia è stato il memoir intitolato On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese (Milieu, 2016), uscito in lingua originale nel 2003. Il libro, che ricostruisce una fetta importante della vita di Millar, nella prima parte è ambientato nelle strade di Belfast, tra pub di quartiere e fish and chips all’angolo, e il carcere di Long Kesh, la risposta britannica ai Troubles, ove un giovane, come tanti altri, viene imprigionato senza neppure sapere il perché trovandosi così a compiere scelte estreme al fianco di Bobby Sands e compagni.
“In realtà cercavo vendetta per essere stato sbattuto al Kesh con l’unica accusa di essere irlandese [...]. La rivalsa sarebbe stata tremenda. Sarei diventato una spina nel fianco del governo britannico e avrei insegnato a quegli stronzi le buone maniere”.
Anche se le cose non sono andate proprio come sperato, ancora oggi Millar rivendica orgogliosamente la sua origine e la sua irriducibile sete di libertà. “Il mio essere irlandese significa soprattutto non lasciarsi vivere sotto il dominio inglese. Se questo significa combattere per riconquistare la libertà, allora così sia. Non potrei mai vivere come uno schiavo. Preferirei morire, piuttosto”.
Nella seconda parte del romanzo ci si sposta invece negli Stati Uniti, ove ritroviamo il protagonista, una volta lasciata la militanza alle spalle, alle prese con un rapina restata nella storia.
“Finì che sollevammo oltre mezza tonnellata di banconote in meno di quindici minuti. Un record olimpico. Ogni 45 chili di banconote erano, all’incirca, un milione di dollari. Non me ne frega niente di quel che dice la gente, con un incentivo monetario di quel tipo le chiacchiere stanno a zero”.
Anche in questo caso, le cose non sono girate per il verso giusto.
A qualche anno di distanza da On the Brinks, arriva in Italia I cani di Belfast (Milieu, 2019), opera narrativa, uscita originariamente con il titolo Bloodstorm (2008), che sin dalle primissime pagine catapulta brutalmente il lettore in una cava della periferia di Belfast del 1978, ove una donna brutalmente seviziata sta per essere assalita da un branco di cani randagi.
“Con la poca forza rimasta, le dita stanche scavarono una breccia attraverso i brividi incrostati delle sue palpebre e lentamente permisero agli occhi di respirare di nuovo. La vista la terrorizzò. Un grosso pezzo di osso le spuntava dalla gamba sinistra come un periscopio sbiancato, il ginocchio destro si protendeva con un’angolazione strana. Il corpo, parzialmente nudo, coperto di cenci strappati e sangue secco, puzzava di vomito e piscio. Di quelli?
Delle voci cominciarono a echeggiare nella testa, come se le rimbalzassero dentro al cranio.
“Assicurati che sia morta”.
“Stai scherzando, vero? È morta da un pezzo. Ci siamo fottuti un cazzo di cadavere!”.
Risate maniacali... Iene.
“Tagliale la gola. Che non si sa mai”.
Uno degli aggressori si era avvicinato. Lei aveva trattenuto il respiro. Aveva piazzato la sua faccia davanti a lei, tanto che le arrivava la puzza letale del whisky insieme ad altri odori che facevano a gara con l’afrore acido del corpo di lui; riuscì ad annusare la propria paura quando una lama fredda le toccò il collo”.
Chi l’ha ridotta così? Chi sta facendo di tutto per insabbiare questa storia? A due decenni di distanza tocca a Karl Kane – un investigatore privato decisamente irregolare mosso da un personale desiderio di vendetta maturato sin da bambino quando si è trovato ad assistere al brutale omicidio della madre – tentare di rispondere a questi interrogativi in un contesto abitato da criminali pronti a tutto, sbirri corrotti e secondini sadici.
Con I cani di Belfast i lettori italiani inaugurano la serie di romanzi di Millar incentrati attorno alla figura dell’investigatore Karl Kane che probabilmente, sull’onda del successo internazionale, verrà via via tradotta in italiano. Il personaggio, ha avuto modo di spiegare lo scrittore nel corso di numerose interviste, è costruito attorno alla figura del padre, socialista sempre pronto a difendere i reietti e i perseguitati, e del detective Jim Rockford, protagonista fuori dagli schemi della celebre serie televisiva statunitense Agenzia Rockford (The Rockford Files, NBC 1974-1980) ideata da Roy Huggins e Stephen J. Cannell.
“Karl entrò nella casa di riposo con tutta la trepidazione di un condannato a morte che avanza verso il patibolo. Aspettò che gli arrivassero alle narici i consueti fastidiosi lezzi, roba da voltastomaco: urina, escrementi e cibo bollito e privo di immaginazione, e la puzza che spiccava sopra tutti gli altri, la puzza della solitudine”.
Tra gli autori da cui afferma di aver tratto ispirazione per la sua opera letteraria, Millar ama citare lo scrittore e drammaturgo irlandese Walter Macken, che si è spesso occupato della lotta irlandese per la libertà, e lo statunitense Cormac McCarthy, conosciuto dai più grazie al romanzo No Country for Old Men (2005) – Non è un paese per vecchi, (Einaudi, 2006) – da cui nel 2007 i fratelli Ethan e Joel Coen hanno tratto l’omonimo film.
“Nel cielo basso incombevano dei nuvoloni che minacciavano pioggia e assorbivano tutti i colori del paesaggio circostante. Sembrava tutto nero o marrone, persino il grigio era stato scacciato via.
Tempo perfetto per un funerale... pensò Karl mentre guardava la bara [...] che veniva calata nel terreno fangoso. Certo che sei una livellatrice eccezionale, Signora Morte. Zero scuse. Zero cazzate. Zero domande. Fai il tuo lavoro con tutti quanti, principi, poveri disgraziati e investigatori privati. Fai il tuo lavoro, punto e basta”.
Quella raccontata nei libri di Millar è davvero una Belfast tetra e spietata, attraversata da ingiustizie sedimentate nel tempo come il lerciume tra i mattoni della città a cui nulla e nessuno potranno più porre rimedio, è una città in cui il lezzo appiccicoso del sudore dei pub e il puzzo di birra che impregna la moquette non riescono a coprire l’odore del sangue, della sofferenza, della paura e della solitudine.





Sam Millar
I cani di Belfast
traduzione di Marta Milani
Milieu Edizioni, Milano, 2019,
pp. 228


Sam Millar
On the Brinks. Memorie di un irriducibile irlandese
traduzione di Marta Milani e Marianna Mastrorosa
Milieu Edizioni, Milano, 2016
pp. 326

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