“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Mercoledì, 20 Novembre 2019 00:00

Ricordare Palermo. La geopoetica di Viviana Fiorentino

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Il recente romanzo di Viviana Fiorentino, Tra mostri ci si ama, uscito per i tipi di Transeuropa, si presenta come un interessante esperimento di geopoetica. Rientrano all’interno di questa categoria quelle opere letterarie che compiono una riscrittura creativa dello spazio e del territorio: quelle, cioè, che rappresentano uno spazio reale e ben determinato rendendolo, per certi aspetti, ‘fantastico’ e letterario. I personaggi di tali opere si muovono perciò sullo sfondo di uno spazio ben riconoscibile e quest’ultimo assume una tale importanza nel testo da diventare quasi un protagonista.

La scienza letteraria che studia la geopoetica o, meglio, che si concentra con sguardo critico sulla rappresentazione dello spazio nelle opere letterarie, si chiama invece “geocritica”. Il massimo esponente di questa branca della critica letteraria è Bertrand Westphal il quale, nel suo saggio Geocritica. Reale Finzione Spazio, parla della polisensorialità del testo che descrive un paesaggio; quest’ultimo viene osservato per mezzo di una pluralità di sensi: “Ogni volta che si scrive, si dipinge o si gira un film, il testo viene inscritto in uno schema visivo, olfattivo, tattile e auditivo la cui estrema variabilità, già notata dai geografi e dai semiologi, è strettamente determinata dal punto di vista. La polisensorialità concerne l’insieme degli spazi umani e il geocritico ha il compito di osservarla con occhi nuovi, di ascoltarla con orecchie attente alle vibrazioni sensoriali del testo e degli altri supporti della rappresentazione” (Westphal, 2009, p. 170).
Tra mostri ci si ama trasferisce sulla pagina due città reali, Berlino e Palermo, indagate con sguardo geopoetico. Esse ‘si letterarizzano’, se così si può dire, nella loro realtà, tratteggiando all’interno della rappresentazione letteraria i loro luoghi reali, pure se, in qualche caso (soprattutto relativamente a Berlino), coperti da “omissis”. Sono le vere strade e le vere piazze delle due città quelle che vengono attraversate dai personaggi e, in questo modo, esse si caricano di senso, si rivestono di connotazioni ‘fantastiche’, scaturite dalla penna della scrittrice, allontanandosi dalla realtà. Il romanzo è costruito secondo la struttura del viaggio: Alice – percorrendo un nuovo “paese delle meraviglie” – si reca da Berlino a Palermo, sua città di origine, rincorrendo il fantasma di Elena, una vecchia amica e compagna di scuola. Come doppio di quest’ultima emerge la figura di Elisa, una giovane aikidoka e studentessa di lettere classiche a Berlino, della quale finisce per innamorarsi. Della trama meglio non svelare di più, per non rovinare a nessuno il piacere della lettura. Il viaggio si srotola da Berlino a Palermo ma anche all’interno di Berlino e di Palermo. Il paesaggio urbano e quello che contorna le due città si riveste anche di importanti valenze fisiche e corporee (secondo quella plurisensorialità già ricordata da Westphal). È soprattutto Palermo a essere rivestita di connotazioni corporee, poiché essa fa indelebilmente parte del corpo stesso della protagonista (e dell’autrice, palermitana che vive a Belfast). Una volta scesa dalla nave, appena giunta in città, Alice sembra percorrere uno spazio che fa da contrappunto alle dinamiche fisiche del suo corpo:

“Cammino lungo la Cala, mentre i pensieri mi chiudono gli occhi. La spessa carne del cuore pompa il sangue alle tempie. Allu scuru canticchio, mastico e inghiotto le parole. E mentre mastico, pesto i piedi per terra e immagino quello che non è Palermo. E desidero che la città sia quel non essere e camminando sottraggo, sottraggo le parole e le cose. Sottraggo e lascio tutti i no delle cose che non voglio essere. La città si ritrae dentro il cuore e si aggruma attorno alle ferite. Io dentro di lei, ancora più piccola, fino alla radice” (Fiorentino, 2019, p. 23).

Dopo essere scesa dalla nave, Alice percorre a piedi le vie di Palermo e la città, mentre lo spostamento continua, assume caratteristiche nuove, corporee, magiche, reali e letterarie insieme. È lo spostamento che crea lo spazio. A questo proposito, si può ricordare quanto Westphal osserva relativamente al viaggio di Giasone e degli Argonauti nelle Argonautiche di Apollonio Rodio: gli eroi, secondo lo studioso, “inanellano i luoghi come perle sulla collana di parole del poeta” (Westphal, 2009, p. 114). La particolarità letteraria dei luoghi sorge proprio in virtù dei viaggi dei protagonisti: sono questi ultimi a caricare di senso una spazialità “mostruosa” e “pre-umana”, svuotata di qualsiasi significato. Alice compie una vera e propria mappatura letteraria dello spazio di Palermo: provenendo dallo spazio ‘altro’, eterotopico della nave, la protagonista si immerge nello spazio urbano e lo ridisegna. Si comporta, in sostanza, come i marinai di Marinai perduti (Les marins perdu, 1997) di Jean-Claude Izzo, i quali, scesi dalla loro nave bloccata nel porto di Marsiglia, conducono nelle vie cittadine la spazialità e la libertà del mare aperto, ridisegnando la cartografia urbana. Il movimento che ridisegna lo spazio cittadino, in Tra mostri ci si ama, avviene quasi in modo meccanico: “Bisogna lasciare ai piedi il compito di imboccare le strade. Poi viene da sé, si seguono le punte delle scarpe, oppure ci si lascia trascinare e si allunga lo sguardo dove i tetti aprono finestre verso il cielo, dove l’ombra della strada non arriva” (Fiorentino, 2019, p. 25).
Comunque, neppure la caratterizzazione della spazialità di Berlino sfugge a connotazioni fisiche e corporee: la metropoli tedesca viene spesso rappresentata coperta di neve, con le strade e i parchi innevati e si trasforma, appunto, in un grande corpo silenzioso che tutto abbraccia ed avvolge. Se Palermo è caratterizzata da una fisicità esuberante, calda, mediterranea, Berlino è invece avvolta da una patina nordica che la rende eterea, fantasmatica e silenziosa e la sua corporeità sembra quasi sul punto di svanire, come la Pietroburgo dei Racconti di Gogol’. Alice si immerge nel mare avvolgente e ‘primordiale’ di Palermo come, nelle sue peregrinazioni berlinesi, viene avvolta dalla neve dei parchi notturni: sono le due facce uguali e contrarie di una fisicità che si dilata nelle sue espansioni metonimiche urbane.
Il paesaggio palermitano, caricato di senso nuovo dall’incedere del passo ‘letterario’ della protagonista nonché della penna dell’autrice, è però mostrato anche nei suoi aspetti più degradanti. La geopoetica del romanzo ci rappresenta anche un affresco della degradazione dello spazio urbano, irretito nelle spire della speculazione edilizia e di un’economia legata a poteri forti e alla criminalità organizzata, che non guarda in faccia a nessuno e allestisce discariche tossiche vicino al centro abitato. Ma tale degradazione, però, ha un preciso centro irradiante: gli anni Ottanta della società spettacolare e televisiva, del berlusconismo rampante, della “Milano da bere”. E allora, la penna di Viviana ci offre – in una dimensione cronotopica − un efficace affresco di un preciso spazio entro un preciso passaggio di tempo:

“Via le vecchie casupole in conci di arenaria, i casolari abbandonati, le antiche torrette dell’acqua. Presto i Rolex sarebbero approdati sui polsi di tutti. Soprattutto su quelli dei ragazzi. Il piano a base di cemento e calcestruzzo prevedeva altro, la portata era ampia: Mtv, Albertino, Drive In, l’importanza del logo e dei brand aziendali. Quando i miei genitori uscivano il sabato sera con gli amici, io e mio fratello guardavamo questi programmi a casa della nonna, mentre lei sgranava il rosario. La zia, sorella di mia nonna, rimaneva davanti allo schermo, con la mano a coprire la bocca e gli occhi sbarrati, a guardare con noi le soubrette semi nude. Il mostro inghiottì, con questi capolavori, gli ultimi relitti incolti e le isole rurali che sopravvivevano ai bordi. La periferia diveniva il centro delle famiglie con le tende chiuse sulle porte-finestre in vetro. I balconi vuoti esponevano pomelie. Un inchino alla normalità, al cemento, all’arteria quadri-corsie di viale Regione Siciliana. Su via Ugo La Malfa c’era adesso la sede del Biscione” (Fiorentino, 2019, p. 105).

Lo spazio sembra avvolto da una dimensione infernale. L’inferno del ‘disimpegno’ e del rampantismo degli anni Ottanta assume connotazioni simili a quello degli anni Settanta – la criminalità di matrice fascista per le vie di Roma - tratteggiato da Pier Paolo Pasolini in Petrolio (postumo, 1992) nonché da Goffredo Parise ne L’odore del sangue (anch’esso postumo, 1997). Più specificamente riguardo agli anni Ottanta, può venire in mente lo spazio urbano milanese tratteggiato da un recente romanzo di Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo (2016): anche qui, l’ambiente devastato dalla nuova ricchezza e dalla mentalità del disimpegno viene tratteggiato come un inferno sul quale si allunga la falcidiante ombra dell’eroina. Se poi volgiamo lo sguardo al cinema, non possiamo non ricordare l’affresco della periferia romana (nonché della stazione Termini) offertoci da Federico Fellini con Ginger e Fred (1986), in cui la società appare devastata da un consumismo e da una pubblicità che si riproducono come un virus grazie alle televisioni private: su tutto svetta la figura del ricchissimo “cavalier Fulvio Lombardoni”, per mezzo della quale il regista attua un preciso riferimento a Silvio Berlusconi. Tra l’altro, si può ricordare (solo ricordare, in un accenno, per non svelare troppo) che l’ombra di Berlusconi (e delle sue feste con tanto di  “papy-girls”) si allunga anche sul paesaggio palermitano di Tra mostri ci si ama e incomberà appunto come un’ombra oscura sugli aspetti più devastati e degradati dei territori e delle coscienze.
Lo spazio urbano di Palermo si trasforma in uno spazio infernale anche in virtù di una citazione. Quest’ultima, come strategia letteraria, possiede infatti una sua peculiarità: quella di trasformare una certa situazione descritta in un testo assimilandola a quella descritta nel testo da cui essa proviene. Una certa vicenda o un certo personaggio vengono trasformati e assimilati ad un’altra vicenda o a un altro personaggio presenti nel testo da cui è tratta la citazione. E così, grazie alla citazione di una canzone dei CSI, Cupe vampe (1996) – “di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo. La città trema, come creatura” – inserita senza alcuna interruzione nel corso della narrazione, Palermo si trasforma nella Sarajevo martoriata dai bombardamenti aerei degli anni Novanta. La devastazione urbana, culturale e morale abbattutasi sulla città e sull’Italia in un certo periodo di tempo, come le bombe sulla città balcanica, ha ferito, ucciso e distrutto.
Il viaggio geopoetico di Alice verso Palermo – quasi a preannunciare un’immersione in questo universo ‘demonico’ ed ‘infernale’ − inizia con l’incontro con un personaggio anch’esso dai tratti demonici. Nell’universo separato della nave, la protagonista viene avvicinata da una strana figura: “È un signore basso e tondo. Porta degli occhialetti, tondi anch’essi, ma tanto piccoli che gli occhi sembrano allargarsi fuori dalla montatura” (Fiorentino, 2019, p. 14).
Innanzitutto, questo personaggio svolge una importante funzione informativa, cioè fornisce delle informazioni alla protagonista viaggiatrice su cosa la aspetta nel nuovo spazio di arrivo: “C’è qualcosa, in lui, che mi mette a disagio. Allora gli parlo, per rompere il silenzio e l’imbarazzo, mentre lui mi sorride. Così gli chiedo se mi sa dire quale strada devo prendere” (ibid.). Il personaggio che, all’inizio di un viaggio, reca notizie, è riconducibile al “villano” che informa il cavaliere cortese nei poemi cavallereschi, ad esempio nell’Ivain (XII secolo) di Chrétien de Troyes. Ma si può pensare anche al vilicus che, nel Satyricon (I secolo d.C.) di Petronio, informa i protagonisti (tra l’altro, proprio giunti dal mare, reduci da un naufragio) sulle strane usanze della città di Crotone, infestata dai “cacciatori di eredità”. Ma, come già accennato, questo personaggio ha in sé una connotazione demonica: “Ha uno sguardo non umano: le pupille gli si allargano sopra e sotto gli occhiali come lune e dalle labbra aperte a tendina spuntano i denti aguzzi” (Fiorentino, 2019, p. 15). Anche il modo in cui scompare lo riveste di connotazioni soprannaturali: “L’uomo si appoggia al corrimano del ponte. E salta giù, nel vuoto, mentre il sorriso non abbandona le sue labbra. Corro a guardare giù, ma l’uomo è scomparso, d’un tratto. Misuro il vuoto e mi dico che non è un sogno. La visione è un dono della città, il mostro dal volto antico” (ibid.). E allora, potrebbe venire in mente il personaggio, tra l’altro incontrato sempre su una nave, che inquieta il protagonista di La morte a Venezia (Der Töd in Venedig, 1912) di Thomas Mann: il finto giovane che assume connotazioni grottesche e, appunto, inquietanti. Infine, davvero non si può non pensare a un personaggio incontrato, prima di un viaggio nella stessa Palermo, dal protagonista del film Palermo shooting (2008) di Wim Wenders. Un giovane fotografo tedesco, prima di intraprendere un viaggio che lo porterà a vagabondare per le vie di Palermo (in modo picaresco e anche in modo non dissimile da Alice), incontra un signore vestito elegantemente che, in campagna, custodisce un gregge di pecore. Come il personaggio incontrato da Alice, egli si volatilizzerà rapidamente.
Ma cosa preannuncia, in definitiva, il magico “signore basso e tondo”?
Preannuncia un viaggio all’insegna della geopoetica, un viaggio dentro una città che è contemporaneamente anche una immersione dentro se stessi, dentro il proprio passato, i ricordi e le più recondite ossessioni. Un viaggio dentro il grande corpo di una città, un corpo meraviglioso, magico ma anche ferito e devastato come l’immaginario da cui la protagonista è avvolta. Un immaginario creatore di mondi, di spazi che ad ogni passo reinventano il mondo.





Viviana Fiorentino
Tra mostri ci si ama
Transeuropa Edizioni, Massa, 2019
pp. 224

Bertrand Westphal
Geocritica. Reale Finzione Spazio
Traduzione di Lorenzo Flabbi
Armando Editore, Roma, 2009
pp. 240

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