"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 16 Febbraio 2016 00:00

Una scrittura geopoetica testimone di guerra

Scritto da 

 "Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione".
                                             (Cesare Pavese, La casa in collina)

  
"Bella la vita dentro un catino,
bersaglio mobile di ogni cecchino,
bella la vita a Sarajevo città,
questa è la favola della viltà".
(CSI, Cupe vampe)


Come nota Bertrand Westphal, il principale esponente della geocritica – una branca della critica letteraria che presta particolare attenzione ai luoghi – negli ultimi anni la nozione di spazio (soprattutto paesaggio e spazio urbano) ha assunto un'importanza sempre maggiore in letteratura. Infatti, nella contemporaneità – scrive ancora Westphal – assistiamo ad una “spazializzazione del tempo”: la stessa scrittura è creatrice di spazio, inanella nel suo incedere luoghi anche estremamente diversi tra loro. Si può così parlare di “geopoetica”, “ossia un’esperienza discorsiva che si fa creatrice di mondi”.

Uno scrittore che presta particolare attenzione allo spazio è Alessandro Bertante: la città di Milano, luogo scrutato dall’autore veramente con occhio geopoetico, era stata al centro di alcuni suoi precedenti romanzi, come Malavida (2000), La magnifica orda (2012), ma soprattutto Estate crudele (2013), in cui sono indicate con precisione le strade dove il protagonista vive e si trova ad agire; i suoi spostamenti potrebbero benissimo essere ripercorsi, dopo aver letto il libro, con cartina alla mano. Adesso, nel suo nuovo romanzo, Gli ultimi ragazzi del secolo, ad affiancare Milano incontriamo Sarajevo, la Bosnia, i territori martoriati da una guerra crudele: le due città si trasformano in spazi letterari inanellati dal libero fluire della memoria e del ricordo. Il tempo, fin dalle prime pagine, diventa spazio: la memoria procede come il viaggio che l’io narrante Alessandro, lo stesso autore, sta facendo assieme all’amico Davide, a bordo di una Panda, nell’estate del 1996 nei territori della ex Jugoslavia usciti da poco dall’inferno della guerra. Il primo capitolo, incentrato su questo viaggio, è l’elemento propulsore del ricordo che diventa luogo; dalla turistica Croazia, dopo un incontro con tre ragazzi di Sarajevo, Alessandro e Davide si spostano verso l’interno, verso i luoghi più martoriati. I tre ragazzi, angeli dannati che portano sul loro corpo le terribili ferite della guerra, invitano i due italiani a recarsi a Sarajevo per vedere da vicino il vero dramma, ciò che non può essere rimosso dalla viltà e dall’ipocrisia di un Occidente che non ha esitato a bombardare quei territori. Il viaggio e, insieme, anche la spinta narrativa e il flusso del ricordo, nascono perciò da un incontro casuale; lo stesso spostamento assume quasi una veste picaresca e casuale nel volgersi verso Sarajevo e, contemporaneamente, verso i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autore che hanno un preciso epicentro topografico, “Milano metropoli degli anni Ottanta”, luogo emblematico che costituisce il palcoscenico privilegiato per osservare i mutamenti della società italiana a cavallo fra anni Settanta e Ottanta. Alessandro e Davide danno quindi inizio alla loro ‘deterritorializzazione’, un allontanamento dagli spazi sicuri, turistici, ‘occidentali’ per giungere ad uno spazio ‘nomadico’, fuori dalle rotte turistiche, una vera e propria terra di nessuno. Il tempo del ricordo che diventa spazio segue quindi due direttrici precise: da un lato il viaggio verso Sarajevo, nel 1996, dall’altro un’immersione nella realtà italiana, filtrata dal palcoscenico di “Milano Metropoli degli anni Ottanta”. Due scenari di guerra, due guerre, vengono così affiancate l’una all’altra: quella che ha devastato Sarajevo e la ex Jugoslavia e quella che ha mutato i costumi, spento le ideologie e smorzato gli ideali negli anni del riflusso in Italia.
La scrittura di Bertante si inoltra in questi due scenari prestando particolare attenzione ai luoghi e allo spazio. Il viaggio verso Sarajevo è scandito da diverse tappe: Mostar, il paese di Jablanica, la Neretva, e ogni luogo si carica di un valore simbolico, poetico, legato al suo passato e alle recenti distruzioni. Ogni spazio attraversato è caricato di senso, di valore umano e storico, oltre che letterario. Protagonista di questo viaggio è il narratore Alessandro, che si muove nella notte di Sarajevo sfidando il coprifuoco e i posti di blocco dei soldati della Nato, in strade cittadine che stentano a tornare alla loro normalità quotidiana, che cammina nella notte di Milano, alla fine degli anni Ottanta, per rientrare a casa a piedi dopo una serata al Leoncavallo. Allora, l’occhio geopoetico dell’autore torna a scrutare la sua Milano, e il rientro a casa assume movenze epiche come se fosse descritto il ritorno a Coney Island di un nuovo “guerriero della notte”. I luoghi si dipanano nell’oscurità insieme all’angoscia e al tormento, al senso di sfida, al dolore profondo che emana dal territorio urbano devastato da un’altra guerra, quella degli anni Ottanta in Italia, una guerra silenziosa che ha livellato le coscienze: sfidando bande di teppisti, la camminata notturna, cadenzata dalla musica del gruppo punk jugoslavo ascoltato al concerto, prosegue lungo Corso Buenos Aires, Porta Venezia, Piazza Cavour, Brera, il Castello Sforzesco (“Il Castello Sforzesco mi aspetta con la sua stentorea bellezza, ogni volta mi sembra più grande, è impossibile ricordare ogni momento, le storie si accavallano e io sono ubriaco e fatto di anfetamina, sono invulnerabile, sono il guerriero ramingo che vaga nella notte”), fino a Piazzale Lotto, la “Coney Island del mio tormento”.
Gli spazi urbani attraversati nella notte dal narratore sono, come accennato, due scenari paralleli di guerra: da una parte quella terribile e reale, degli anni Novanta, in Bosnia, dall’altra quella metaforica, degli anni Ottanta, in Italia. Da un lato territori ancestrali, monti antichi e misteriosi dilaniati da una guerra generata e portata avanti più dagli interessi dell’Occidente che non dai conflitti etnici, dall’altro uno spazio urbano e sociale come quello italiano devastato nella coscienza da una nuova classe politica e dalla vuota ideologia di un nuovo benessere introiettato dalle tv commerciali. La guerra di Milano, dell’Italia e dell’Occidente ricco, con l’esplosione della bomba-eroina, ha mietuto molte vittime giovani, molti amici, persone incontrate tutti i giorni: “Scoprimmo che i giovani potevano morire e quando accadeva era considerato normale, succedeva e basta, e sarebbe potuto accadere a chiunque. L’assuefazione alla perdita matura solo durante le guerre, le carestie o le grandi pandemie, non dovrebbe riguardarci”. L’eroina ha ucciso, ha devastato, ha distrutto, insieme a risse, incidenti stradali, suicidi, negli anni Ottanta dell’intrattenimento televisivo, di Drive In e del Maurizio Costanzo Show, di Dallas e di Dinasty. Chi resta e sopravvive si sente in colpa, sconfitto, devastato dentro; come scrive Cesare Pavese ne La casa in collina, dopo una guerra civile, “ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”, mentre “al posto del morto potremmo essere noi”. Così nella Milano anni Ottanta: “Eppure tutti questi ragazzi non li ricorda nessuno, non pronunceremo più nemmeno i loro nomi, abbiamo fatto finta di dimenticare i momenti passati insieme, le gioie e tutte le speranze condivise durante quegli anni vulnerabili, durati troppo poco. Come se la loro morte fosse una cosa della quale dobbiamo vergognarci, un effetto collaterale dell’ultima modernità che sarebbe consigliabile dimenticare”. La scrittura del romanzo di Bertante, come un reportage giornalistico in forma di poesia, testimonia la guerra vissuta, appunto, dagli “ultimi ragazzi del secolo”, un secolo che si chiude, emblematicamente, col sanguinoso conflitto nella ex Jugoslavia. Al narratore Alessandro è affidato il delicato compito di testimoniare, come un sopravvissuto, le sue esperienze, di narrare le ferite che dentro gli sono rimaste.
La testimonianza si chiude con un altro impulso all’erranza, alla libertà di una nuova ‘deterritorializzazione’ non solo nello spazio ma anche nel tempo: gli “ultimi ragazzi del secolo” sono gli alfieri di una nuova disseminazione in uno spazio senza padri, “maestri” e “profanatori”, saranno “più poveri” e “più soli”, ma anche indubbiamente più liberi, persi nel flusso di un nuovo Millennio, nuovi nomadi in nuove ere. 

 

 

 

 

Alessandro Bertante
Gli ultimi ragazzi del secolo
Giunti Editore, Firenze, 2016
pp. 224

 

 

 

Riferimenti bibliografici:
Alessandro Bertante, Malavida, Leoncavallo Libri, Milano, 2000
Id., La magnifica orda, Il Saggiatore, Milano, 2012
Cesare Pavese, La casa in collina in Id., Prima che il gallo canti, Einaudi, Torino, 2007. 
Bertrand Westphal, Geocritica. Reale, Finzione, Spazio, trad. it. di A. Flabbi, Armando, Roma, 2009.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook