“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Sabato, 03 Agosto 2019 00:00

Spagna, vuoto a rendere

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Diceva Montesquieu che la Spagna ha fatto enormi scoperte nel nuovo mondo, ma ci sono intere zone di se stessa che le restano ancora sconosciute. La frase, insieme ad altre citazioni, si trova in esergo a La Spagna vuota (trad.: M. Nicola, Sellerio 2019), il bel libro di Sergio del Molino nel cui concetto di “vuoto” il lettore italiano troverà forse un corrispondente della nostra idea di “profondo”.

In un Paese come l’Italia, con una vecchia “questione meridionale” e uno storico divario fra Nord e Sud, tutto ciò che è in ritardo sulla tabella oraria del progresso, e che per questo motivo risulta problematico, si dice “profondo”: l’Italia “profonda” è quella che, come il paradigmatico Sud, sta sotto, in basso, geograficamente in fondo allo Stivale, ma anche simbolicamente sprofondata al di sotto di una qualche soglia minima di visibilità e accettabilità. Paradossalmente, ma anche molto logicamente, agli inizi degli anni ’90 i primi vagiti della Lega udibili su tutto il territorio nazionale, nonché lo scandalo (dapprima solo milanese) di Tangentopoli ci rivelarono l’esistenza di un altro Paese “profondo”, quello che, dal titolo di un celebre e assai urlato programma televisivo di Gad Lerner, rimase etichettato come “Profondo Nord”.
In Spagna, dove pure non mancherebbe una questione andalusa e dunque meridionale, ma che negli ultimi decenni ha fatto parlare di sé soprattutto per questioni legate al proprio profondo Nord (basco e catalano), del Molino fa una mappatura diversa del problema (nel libro la mappa c’è davvero ed è a pagina 55). Chiunque abbia viaggiato per aria o per terra in quella che Mario Praz chiamava “penisola pentagonale” avrà notato che esistono, fra un capoluogo e un altro, sterminati spazi non necessariamente bianchi, perché più spesso fatti di terra secca, ma certamente in bianco. Ossia vuoti, appunto. Alcuni di questi deserti rossi fecero a suo tempo la fortuna del western all'italiana; altri, perduti in anfratti montagnosi, risultano ancor meno visibili e dunque più vuoti. È lì che si è introdotto l’occhio allenato del reporter del Molino, coadiuvato da un altro occhio, quello dell’intellettuale che non si ferma alla superficie del qui e ora, ma sa guardare al passato e alla realtà seconda, la second life che su un luogo specifico proiettano sempre le produzioni culturali, dalla letteratura al cinema, dalla Tv alle canzoni.
Si parla di inurbamento e spopolamento, ma nella prefazione all’edizione italiana l’autore ci mette in guardia: La Spagna vuota non è un trattato socio-antropologico su questo o quel fenomeno demografico, ma “un saggio letterario con risvolti cronachistici in cui prevale il mio personale sguardo sul paese”. Nel libro, del Molino l’aveva già scritto: “La Spagna vuota è soprattutto un paese immaginario, un territorio letterario, uno stato (non sempre alterato) della coscienza”. E altrove aggiunge: “La Spagna vuota è sempre stata per me una miniera di storie che molti credevano esaurita”. Non a caso, “qui succedono cose”  gli dice, come in un film horror, un fosco abitante del villaggio sperduto sui Pirenei dove Del Molino si è recato da cronista per raccontare il fenomeno dei “neorurali”, ossia quella borghesia urbana che ha deciso di abbandonare la città e tornare a vivere nella provincia più “profonda”, più “vuota”. Su quegli stessi monti l’autore sarà costretto a tornare per coprire un omicidio che, come si usa dire in gergo giornalistico, ha scosso la quiete dell’abitato.
Del Molino lo chiama il Grande Trauma: “Il Grande Trauma (lo scrivo così, con le maiuscole) consiste nel fatto che l’urbanizzazione del paese è avvenuta in un istante”. Un’urbanizzazione a tappe forzate che tra gli anni ’50 e i ’70 del secolo scorso ha fatto davvero grandi le grandi città spagnole (ma il discorso potrebbe estendersi al Portogallo) lasciando tutt'intorno spazi vuoti dove, come da buona educazione ambientale del vuoto a rendere, qualcosa si restituisce alla Spagna piena. Quella restituzione è spesso un ritorno del rimosso.
Ecco, l’interesse maggiore di questo libro non risiede tanto nelle curiosità per viaggiatori colti, che pure abbondano a ogni pagina e ne fanno un ottimo compagno di vacanza, quanto nella profonda (e stavolta non vuota) analisi di questo ritorno del rimosso nazionale. Ogni nazione, ogni comunità ha il suo, che è poi la sua “autobiografia”, come diceva Gobetti del fascismo italiano. E il vero colpo d’ala del libro arriva quando si parla del “carlismo”.
Il fenomeno del carlismo del Molino lo spiega benissimo. Per necessità di sintesi, qui diremo grosso modo che è un fenomeno di conservatorismo politico aggrappato a questioni dinastiche, per cui si riconosceva erede legittimo del re Fernando VII non sua figlia Isabel, ma suo fratello don Carlos. Detto così sa di poco, ma in sostanza si tratta della reazione di una certa Spagna (profonda?... vuota?...) al liberalismo e alla monarchia costituzionale trionfanti. È un fenomeno che ritroviamo anche in Portogallo (dove si chiamerà “miguelismo”, sempre per via di un fratello di un altro re) e che, nelle sue varie declinazioni, accende focolai di guerra civile per buona parte del XIX secolo in Paesi dove il liberalismo si era affermato ben prima che in Italia e senza neppure la necessità di guerre per l’unificazione territoriale.
In Spagna, ci racconta del Molino nelle pagine più sorprendenti del suo libro, queste sacche di reazionarismo saranno così resistenti da andare ad alimentare anche le falangi franchiste, sebbene dallo stesso franchismo siano poi state tradite quando il caudillo avvia quel processo di industrializzazione e di conseguente urbanizzazione che lascerà sempre più vuota la Spagna vuota. E il carlismo longevo ripiegherà su forme più addomesticate di mitologia, come spiega l’autore parlando di un presentatore radiofonico oscuro alla maggior parte dei lettori non spagnoli, dicendo di lui che: “Non era carlista, ma la sua biografia è rappresentativa di come il carlismo, la maggiore ideologia antiurbana della storia spagnola moderna, fosse riuscito ad adattarsi alla trasformazione del paese e abbia contribuito a rendere meno acuto, come una pomata lenitiva, il dolore del Grande Trauma”.
Ma il capolavoro del carlismo sarà svincolarsi dal franchismo e riconvertirsi “in forza democratica progressista dopo una delle capriole ideologiche più sconcertanti della storia delle idee”. È qui che la vecchia ideologia antiurbana, messa alla porta da una certa idea di modernità, rientra dalla finestra e conquista i nuovi centri di potere della “Spagna piena”. Del Molino rintraccia l’origine della Spagna di oggi, nazione democratica e plurale che tuttavia stenta a reggersi come nazione unita, proprio in quel vagheggiato Paese presettecentesco. “Buona parte della retorica del nazionalismo catalano e di quello basco – dice – è un’eredità del carlismo. Ciò non deve sorprendere, perché il foralismo, la volontà di tornare alla Spagna dei fueros, anteriore al Settecento, prevedeva il ricupero delle lingue vernacole e delle identità periferiche. Sul finire dell’Ottocento, quando i nazionalisti baschi e catalani cominciarono a erigere i loro edifici ideologici, si accorsero che i carlisti avevano già fatto quasi tutto il lavoro. Nelle zone di influenza carlista l’uso del catalano e del basco veniva incentivato. Una parte della stampa carlista era scritta nelle lingue locali, in quanto si rivolgeva a contadini che avevano difficoltà a servirsi del castigliano”. Ed ecco che una delle più giovani e forti democrazie europee del nostro tempo si impianta su istituzioni che, almeno su un livello lessicale (che non è mai soltanto lessicale), rispolverano questa nomenclatura d’altri tempi: “I carlisti avevano ricuperato antiche istituzioni medievali che intendevano contrapporre all’amministrazione moderna e liberale. In luogo delle province, gli antichi regni. In luogo dei governatori, le juntas, le generalidades e i lehendakari. In luogo della costituzione, i fueros [...]. Né la Francia, né l’Italia e nemmeno il Portogallo, quasi nessun paese dell’Europa occidentale ha sentito il bisogno di andare a cercare in antiche cronache manoscritte e codici conservati nei monasteri i nomi dei propri organi di governo. In nessun paese d’Europa la nostalgia per l’Ancien Régime è stata vigorosa e duratura come in Spagna”.
La Spagna vuota mostra che il vuoto di ogni nazione è come il baule o la soffitta dei nonni dove da un lato sarebbe meglio non tornare mai, dall’altro sarebbe urgente fare un po’ d’ordine.





Sergio del Molino
La Spagna vuota
Traduzione di Maria Nicola
Sellerio Editore, Palermo, 2019
pp. 393

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