“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Lunedì, 10 Maggio 2021 00:00

Domenico Scarlatti, un jazzista del Settecento

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Esiste una storia della musica che è fatta di piccole consapevolezze condivise intorno alla vita di alcuni geni musicali e al loro rapporto con la società, i committenti o, in ultima analisi, con il potere. Magari si tratta di versioni un po’ snellite dalla forza della sintesi; luoghi comuni, certo, che tuttavia non sono lontani dalla realtà.

Mozart, per esempio, è forse il caso più famoso. Lo si deve a un film come Amadeus, di Miloš Forman, ma anche a un sociologo come Norbert Elias, che gli dedicò il saggio Mozart. Sociologia di un genio. L’immagine che ne vien fuori è quella del genio in livrea, artista e lacchè, come dice Paolina Leopardi (sorella di Giacomo) in una biografia mozartiana che Sandro Cappelletto ha avuto il merito di rispolverare nel suo recente Mozart. Scene dai viaggi in Italia. Insomma, originalità e sregolatezza sì, ma asservite alla società ancien régime, in cui un arcivescovo poteva serenamente prenderti a pedate nel deretano. In questo senso Beethoven è già un esemplare della generazione successiva, artista indipendente e borghese per eccellenza, spesso incompreso proprio da quella borghesia da cui proviene e sulla cui massa anonima svetta (già si prefigura la polemica di Schumann contro i “filistei” e poi tutta l’arte fatta per épater les bourgeois). E cosa sono gli “anni di galera” di cui si lamentava Giuseppe Verdi se non lo stress di un artista di successo incatenato ai ritmi di produzione di una moderna industria dello spettacolo? Se poi ci tuffiamo nel periodo preclassico, abbiamo l’immagine di un Bach artigiano privo di bizze, genialmente ma diligentemente al servizio di una solida comunità di credenti, i pii commercianti tedeschi che associavano l’ordine della partita doppia a quello del sistema tonale ben temperato.
Da qualche mese a questa parte il nuovo romanzo di Alberto Riva, Il maestro e l’infanta, ha aggiunto un altro ritratto a questa galleria essenziale di maestri. È il ritratto di Domenico Scarlatti. Classe 1685 – dunque coetaneo di Johann Sebastian Bach e di quel G. F. Händel che fece trionfare l’opera italiana a Londra – Domenico era figlio di Alessandro, uno che l’opera italiana aveva fortemente contribuito a lanciarla, da Napoli al resto d’Europa. Sappiamo che con l’opera ci provò anche il figlio, però qualcosa non dev’essere andata come previsto. Nel romanzo di Riva c’è un momento che sembra una scena madre (o scena padre, se vogliamo), con Domenico al capezzale di Alessandro morente. Questo sta per sussurrargli qualcosa, le ultime parole famose, e invece non lo riconosce e gli chiede semplicemente: “Ma tu chi sei?”. Forse peggio dello schiaffo del padre di Zeno Cosini, nel romanzo di Svevo.
Ecco, di Scarlatti si potrebbero ipotizzare un rapporto irrisolto con il padre famoso e una certa insoddisfazione per una vita fin troppo nascosta presso due corti europee fastose ma decadenti. Perché a un certo punto, di una vita di cui si sa tutto sommato poco, c’è di sicuro che il re Giovanni V del Portogallo gli fa una proposta. Domenico è uno “stupore del tasto” (come già si era detto di Frescobaldi), cioè un brillante clavicembalista, così si trasferisce a Lisbona e diventa, fra l’altro, il maestro di clavicembalo di Maria Barbara di Braganza, la figlia del re.
In quanto artista alla corte di Giovanni V, un cammeo letterario di Domenico Scarlatti lo si può trovare in Memoriale del convento, di Saramago. Quel romanzo parlava di un’epoca della storia portoghese particolarmente ricca sul piano del mecenatismo e della spesa pubblica, gli ultimi fuochi di un regno che si sarebbe inabissato con uno dei terremoti più tristemente noti della storia (nel 1755), ma dove allora cominciavano ad arrivare oro e pietre preziose dal Brasile (come nella cappella di San Giovanni Battista del Vanvitelli, nella chiesa di San Rocco a Lisbona) e si costruivano conventi grandi come montagne di pietra (come quello di Mafra che dà il titolo al libro). Il tutto filtrato dagli occhi di due proletari: un soldato-operaio e una donna-strega (e lo scrittore marxista ortodosso che dava loro la voce). In quest’ottica Scarlatti era l’ennesimo genio-lacchè, l’artista che sognava di parlare attraverso la musica tessendo discorsi fatti hegelianamente di tesi e antitesi e invece finiva per prendersi cura dei ditini della principessina sulla tastiera. Genio sottratto all’umanità.
Riva, al contrario, in questa svolta portoghese e poi spagnola (il maestro seguirà l’infanta dopo il suo matrimonio con il principe di Borbone, poi re Ferdinando VI, legandosi a lei per tutta la vita fino alla morte di entrambi, a distanza di circa un anno, fra l’estate del 1757 e quella del 1758) immagina per Scarlatti una forma di felicità possibile. La stessa felicità che consigliava al giovane apprendista, nella prefazione ai suoi Esercizi per gravicembalo, editi a Londra nel 1739. Qui, nella sua unica pubblicazione in vita, mescolando dritte di diteggiatura e consigli di vita, l’autore raccomanda: “Mostrati dunque più umano che critico”, per concludere: “Vivi felice”.
Questo Scarlatti di Riva mostra che una felicità è possibile e qualcuno forse la trova dove non se l’aspettano gli osservatori esterni. Magari anche solo standosene ostinatamente ricurvi su una tastiera, come lo Schroeder dei Peanuts; magari la felicità colpevole della vita nascosta (come consigliava Epicuro) anche se là fuori la Storia miete regolarmente le sue vittime, come quando in Spagna il vescovo di Oviedo e lo stesso Ferdinando VI concepiscono e ordinano la gran redada, una deportazione in massa di gitani spagnoli, proprio quegli zingari da cui Scarlatti, racconta Riva, aveva imparato tanto andandoli ad ascoltare nelle bettole. Lo Scarlatti di Riva è appunto un artista molto attento alla musica che gli gira intorno, un improvvisatore che suggerisce alla regale allieva di cercare, quando si insegue una melodia già ascoltata altrove, il bello e non la memoria. Lui nella musica che vola come i gabbiani (in questo libro, tra la foce del Tago e i ricordi di Venezia, di gabbiani ne passano parecchi) insegue anche la gioia e le ritrova entrambe, musica e gioia, sulla punta delle dita, nell’equilibrio provvisorio di un passaggio riuscito, una scaletta agile, una modulazione sorprendente.
La forza consolatoria e volatile dell’opera realizzata coinvolge anche Maria Barbara, che diventa una clavicembalista provetta. Perché l’altro scandalo di questo Scarlatti felice risiede nell’aver trovato nella sua regale allieva non una padrona bensì un’interlocutrice all’altezza, ragazza au pair in casa del genio. Sarà lei a conservare le 555 sonate di questo jazzista del Settecento, il quale si curò pochissimo di lasciare qualcosa di scritto, a futura memoria. La musica che gira intorno è quella che non ha futuro. A meno che una più o meno lunga catena di posteri non decida che qualcuno meritava di essere salvato.





Alberto Riva
Il maestro e l’infanta
Neri Pozza Editore, Vicenza, 2021
pp. 272

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