“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Venerdì, 14 Giugno 2019 00:00

Il Conte incubo del nostro immaginario

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Come scrive Franco Pezzini in un suo articolo inserito in Immaginari alterati (un interessante volume, uscito lo scorso anno per Mimesis, che raccoglie alcuni saggi dei redattori di Carmilla online), Dracula (1897) di Bram Stoker si presenta come “un’autentica opera mondo pop” (e qui l’autore riprende il concetto di “opera mondo” fornito da Franco Moretti): un romanzo apparso “sul parapetto ultimo di un’età vittoriana che ha rappresentato davvero le prove generali del nostro mondo globalizzato, e vede un precipitato prodigiosamente fitto di suggestioni”.

Se ci pensiamo bene, in Dracula entrano svariati temi di economia nonché provocazioni sociali come il dibattito sulla donna, il tema dello straniero e del diverso, la dialettica fra Oriente e Occidente, le paure legate al sesso e al contagio della malattia. Il romanzo di Stoker si configura come un vero e proprio serbatoio di immaginario per le epoche successive fino a trasformarsi in fenomeno di cultura, grazie anche all’enorme diffusione operata prima dal teatro e poi, soprattutto, dal cinema fino ad arrivare alla musica, al fumetto e ai videogiochi. Dracula il vampiro, con tutto quello che si porta dietro (la Transilvania, le notti in cui ululano i lupi, i cacciatori di vampiri e molto altro), è diventato a tutti gli effetti un fenomeno culturale sedimentato nell’immaginario collettivo.
Adesso, lo stesso Pezzini, al romanzo di Stoker dedica un denso saggio. È da poco uscito per Odoya Il Conte incubo. Tutto Dracula, vol. I, un volume di oltre cinquecento pagine che ripercorre e spiega, con uno stile affabulatorio e accattivante, il Dracula di Bram Stoker. E, dopo aver letto questo primo volume, sinceramente, non si può che aspettare con trepidazione l’uscita del secondo, per immergersi di nuovo in un mondo fantastico che non parla altro che di noi stessi. Il nuovo saggio dell’autore torinese si inserisce nella collana di Odoya, da lui stesso curata, dedicata ai “classici pop”: Pezzini ha già pubblicato interessanti opere sulla Londra vittoriana, sul Frankenstein di Mary Shelley, su Edgar Allan Poe, sulle Metamorfosi di Apuleio, sul Satyricon di Petronio e, fresco fresco di stampa, anche un saggio sull’Eneide. Anche Dracula, nelle mani esperte di Pezzini, diventa una “macchina per pensare”, come già il romanzo della Shelley: uno strumento narrativo e poetico per farci riflettere sulle problematiche della nostra epoca e per farci sorgere sempre nuovi interrogativi sulle innumerevoli contraddizioni di carattere sociale, economico e politico che la contraddistinguono. I “classici pop” non sono, insomma, opere appartenenti a una letteratura lontana e ammuffita, che non hanno ormai più nulla da dirci, ma diramazioni vive di un pensiero e di un sentire culturale che dalle loro epoche giungono fino a noi per farci pensare e riflettere ma anche per accarezzare il nostro immaginario con sempre nuovi stimoli desideranti. Come scrive lo stesso autore, la sua è “solo una lettura tra le infinite possibili” del romanzo di Stoker: è tuttavia una lettura che ci permette di accorgerci che esso “contiene molto di più di quanto sospettassimo”. L’importante non è chiederci se Stoker sia o non sia un grande scrittore, se Dracula sia o non sia un grande romanzo, ma renderci conto di come esso diventi “una prodigiosa combinazione di miti, sogni e angosce del moderno Occidente”: “una sorta di ‘manifesto’ espressivo di istanze sociali, morali, religiose, economiche, politiche del proprio tempo e insieme, in qualche modo, già prefigurante i secoli successivi”.
Il libro ci accompagna in un vero e proprio viaggio seguendo dapprima l’incedere di Jonathan Harker verso i Carpazi, verso quella Transilvania (la Terra oltre la foresta) considerata allora un po’ come l’Oriente d’Europa, un territorio sconosciuto e selvaggio. Fin da ciò che, effettivamente, in Dracula non c’è, cioè un capitolo espunto dalla versione definitiva in cui il viaggiatore inglese, dopo una sosta a Monaco, durante la magica “notte di Valpurga”, si imbatteva in una vampira, la contessa Dolingen di Graz, morta suicida. La Stiria e la Transilvania, all’epoca appartenenti all’Impero austro-ungarico, erano infatti terre dense di leggende e di mistero. E, successivamente, sarà il Conte Dracula a compiere un viaggio, stavolta però verso Occidente, come un nomade che incessantemente si muove dalle proprie steppe lontane. Perché, in Dracula, “si delineano geograficamente due poli contrapposti: da una parte Londra, la metropoli imperiale di ricchezza e cultura (il British Museum), il centro del mondo il cui peso simbolico sarà evidente nelle dinamiche del romanzo. Dall’altro il suo ideale negativo fotografico: la Transilvania nel ferro di cavallo dei Carpazi [...], un immenso omega pronto a inghiottire la luce e l’alpha imperiale di Londra”. Si tratta della Londra vittoriana, cuore pulsante dell’imperialismo marittimo dell’epoca, la stessa da cui partono le navi dei romanzi di Joseph Conrad dirette verso i “cuori di tenebra” di un Oriente in cui si profila l’incontro con un ‘diverso’ guardato con superiorità e, spesso, anche con disprezzo. Lo stesso Harker si configura come il viaggiatore inglese diretto verso Oriente il quale, secondo l’interpretazione di Edwuard W. Said, compie il suo percorso con spirito di superiorità muovendosi su un territorio assoggettato alla corona inglese. È il raziocinio del British Museum (Harker afferma infatti di avervi fatto ricerche, prima di partire, sugli usi e costumi della Transilvania) che si scontra con un informe e irrazionale ‘vuoto’ cartografico.
Il viaggio testuale in cui ci accompagna Il Conte incubo prosegue approfondendo sia svariati aspetti della biografia dell’autore sia le possibili fonti da lui utilizzate per la creazione del personaggio di Dracula, attingendo a storia, folklore, letteratura. In relazione a quest’ultima, due sono le opere più significative in quanto a personaggi ‘vampireschi’: Carmilla (1872) di Joseph Sheridan Le Fanu (irlandese come Stoker) e il penny dreadful (cioè la popolare “letteratura da due soldi”) Varney il vampiro (1845-1847), in cui il protagonista è un “trickster malinconico” che “permette la messa a fuoco dei vampirismi sociali, fa esplodere le contraddizioni nei rapporti coi beni, col tempo e con la stessa interiorità”. Talmente noto, all’epoca, che “quando a fine 1847 viene scritta la celebre frase ‘Uno spettro si aggira per l’Europa’ subito dopo il Secondo Congresso comunista di Londra, per un lettore inglese è insomma immediato connetterla allo spettrale, popolarissimo Varney, a zonzo nel Vecchio Continente, e che da due anni intrattiene il pubblico con le sue avventure”. Queste notizie, nel libro di Pezzini, le ricaviamo da un “box”, una finestra che si apre all’interno del testo per approfondire diversi aspetti che esulano in senso stretto dall’approfondimento della trama di Dracula: aspetti di carattere sociale, antropologico, politico, economico nonché aperture al cinema per sondare i più svariati film (dal filone della commedia a quello erotico) che alla celebre figura del vampiro letterario si sono ispirati.
Il percorso affabulatorio del saggio approfondisce poi altre figure del romanzo, come Lucy, Mina, il dottor Seward e, soprattutto, il dottor Van Helsing. Se Lucy, pur non configurandosi come una “sciocchina capricciosa che una lettura superficiale potrebbe stigmatizzare”, resta comunque una donna del “Mondo Vecchio”, una sorta di Europa ancien régime, Mina appare invece come una “Donna Nuova” e lo è “nel senso di saper affrontare sfide inedite con disponibilità, intraprendenza e understatement”. Ma è soprattutto il dottor Van Helsing a rivestire un ruolo importante nel romanzo, configurandosi come una sorta di opposto-antagonista di Dracula. Van Helsing, dotto studioso che si pone al confine tra filosofia, metafisica e scienza, si inserisce da un lato nel contesto positivistico dell’epoca ma dall’altro tende verso l’area dell’irrazionale “che faceva interagire Lombroso e Flammarion con gli spiritisti”. Nella sua caratterizzazione, lo scienziato assume quasi caratteristiche da fool (si esprime infatti, essendo olandese, in un linguaggio buffo) e, addirittura, da sciamano: è colui che riesce a vedere ‘oltre’ e a rendersi conto dell’effettivo problema del contagio di cui è stata vittima Lucy e che si potrebbe espandere (e il vampirismo viene quasi assimilato alla sifilide, temuta malattia dell’epoca). Anche per questi suoi tratti ‘ambigui’ e irrazionali, sarà proprio Van Helsing a capire che le ferite riscontrate al collo di alcuni bambini sono opera di Lucy la quale non è morta, in seguito alla sua malattia provocata – come si saprà in seguito – dal morso di Dracula, bensì è stata trasformata anch’ella in vampira. E qui il testo scoperchia tante angosce dell’epoca, dal tema terribile delle aggressioni e uccisioni di bambini fino alla paura della sepoltura prematura, tematizzato precedentemente in letteratura da Edgar Allan Poe.
Ed è proprio nel punto della rivelazione di Van Helsing a Seward riguardo alla ‘non morte’ di Lucy e alla presenza di Dracula che si interrompe il primo volume de Il conte incubo lasciandoci col desiderio di continuare questo viaggio nell’immaginario. Un viaggio e una vicenda – quella del Dracula – che, a dispetto di molte riletture cinematografiche che ci mostrano paesaggi innevati e notti invernali, si dispiega da maggio a novembre. Il viaggio di Harker in Transilvania avviene infatti ai primi di maggio mentre l’arrivo di Dracula in Inghilterra si colloca verso la metà di agosto. Il racconto di Pezzini, mossosi sulle pagine di diario e sulle lettere di svariati personaggi del romanzo, si interrompe alla fine di settembre: resta la parte più ‘autunnale’ delle vicende del romanzo che non vediamo l’ora di leggere nel volume II. Quest’ultimo, date le premesse, si configura come un altro affascinante viaggio sulla scorta non solo di un romanzo ma di una inesausta “macchina per pensare” dispensatrice di un immaginario incessante e nomadico.



 

 

 

Franco Pezzini
Il Conte incubo. Tutto Dracula – vol. I
Odoya, Bologna, 2019
pp. 535

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