“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Sabato, 08 Giugno 2019 00:00

La storia del buio secondo Nina Edwards

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È da poco stato tradotto in italiano il volume Storia del buio (Il Saggiatore, 2019) di Nina Edwards, opera che andrebbe letta insieme all’affascinante Breve storia dell'ombra (Il Saggiatore, 2015) di Victor I. Stoichita, saggio che passa in rassegna la storia dell’ombra e dei significati che, strada facendo, ha assunto nella cultura occidentale dal mito pliniano delle origini della pittura all’Incarnazione del Verbo nelle Annunciazioni, dalla demonizzazione secentesca all’iperbolizzazione espressionista, dall’ombranalisi alla vertigine della proliferazione dei simulacri.

Di fronte all’oscurità, sostiene Edwards, si può provare spavento ma anche attrazione, anche se quest’ultima resta parente stretta della paura. Curiosamente, sostiene l’autrice, se i modi in cui l’oscurità è stata pensata nelle diverse culture sono numerosi, “le risorse linguistiche utilizzate sono simili nella maggior parte dei casi” e se “esiste un’idea generale dell’oscurità fisica, allo stesso modo esiste il concetto astratto di oscurità, che va dalla convinzione che rappresenti il male, il peccato o un qualche stadio ultimo di negazione, fino all’idea di una libertà svincolata dal gioco caotico dell’esperienza visiva”.
Nel teatro tragico rinascimentale, ad esempio, l’oscurità non di rado è legata al razzismo. “Iago insinua che Otello, ‘il barbaro’ e ‘lo stallone berbero’, abbia ingannato l’innocente Desdemona e l’abbia attratta verso il suo ‘nero petto’ tramite il potere dell’oscura attrazione animale, ‘pecorella bianca’ per un ‘caprone nero’”. Anche nella Tempesta, come accaduto per Otello, “Calibano viene associato a ‘oscurità e sporcizia’ e ci si riferisce ripetutamente a lui come a un mostro e un ‘mezzo diavolo’ e, nella lista dei personaggi nell’indice, come a uno ‘schiavo deforme e selvaggio’. Prospero lo riduce in schiavitù per il tentato stupro della figlia Miranda, riferendosi a Calibano come ‘fango schifoso’, ‘marcio come sei’ e alla sua ‘vile razza’. Qui Shakespeare gioca sulla paura dell’incrocio delle razze molto diffusa nella sua epoca; la pelle scura, come nell’Otello, è sinonimo di lussuria sfrenata”. E ancora, nella letteratura vittoriana frequentemente gli uomini alti, scuri e terribilmente attraenti e le donne passionali dalla pelle scura venivano associati con gli istinti sessuali più smodati e con seducenti sentimenti di ribellione”.
La stessa pelle inscurita dall’abbronzatura è stata letta nel corso del tempo in maniera variabile. In Occidente, ad esempio, l’epidermide abbronzata pur essendo a lungo stata vista come segno di appartenenza a quanti sono costretti al duro e umile lavoro nei campi, a cui si contrapponeva il candore dei ricchi, è divenuta anche uno status symbol per i più abbienti che possono permettersi di oziare, magari in pieno inverno, sulle lontane spiagge esotiche assolate o sulla neve in alta montagna, mentre i “comuni mortali” sono costretti al lavoro quotidiano nelle tetre città.
Edwards ricorda come ancora oggi la pelle scura, nell’immaginario occidentale rappresenti un segno di negatività; basti pensare alla propensione con cui gli agenti americani – e non solo americani – estraggono la pistola e facciano fuoco di fronte alla pelle scura del sospetto, non di rado tale proprio a causa del colore della sua epidermide.
La storia del buio tocca davvero un numero spropositato di ambiti e l’autrice, consapevole di non poterli indagare tutti, nei diversi capitoli si sofferma su alcuni di essi. Il viaggio proposto prende il via dal mondo antico e dalla mitologia, per poi attraversare l’Eneide virgiliana e la Commedia dantesca, i lavori di John Milton, William Blake, Joseph Conrad, Mary Shelley e, soprattutto, l’opera shakespeariana, dunque la pittura dal Cinque-Seicento fino a Francisco Goya, J. M. William Turner e gli impressionisti.
Spazio viene concesso anche agli “oscuri divertimenti” che toccano la fantascienza, i fumetti, il romantico, il fantasy fino al paranormale, con annessi maghi, streghe e vampiri. Parlando del rapporto tra luce e buio, non potevano mancare pagine dedicate al diffondersi dell’illuminazione nelle grandi città, alla fotografia ed al cinema, con un occhio di riguardo alle pellicole espressioniste. Ad essere trattate sono anche le modalità con cui le diverse culture affrontano la notte e il sonno, con inevitabili riferimenti alla storia sociale del sonno di A. Roger Ekirch (At Day's Close: A History of Night Time, 2005).
Una parte interessante del volume di Nina Edwards è dedicata alla “moda oscura”, al suo oscillare tra alta moda e scelta alternativa, a testimonianza di come il nero sia il colore del buio, dell’ambiguità. “Simbolo del dissenso politico e del non conformismo liberale, il nero ha guadagnato anche un diverso valore simbolico, esemplificato dalle Camice Nere di Mussolini e dagli austeri militanti delle SS. È il colore del vestire formale, di chi rispetta la legge, del Romanticismo, dei fanatici religiosi, del lutto e dei lavoratori. È una difesa contro lo status quo ma viene anche considerato erotico ed è stato adottato dall’industria del sesso. È di gran lunga il colore, o non colore, più famoso per pantaloni, gonne e scarpe adatti a ogni occasione. Formale o informale, il nero è diventato ‘il colore emblematico della modernità’”.
In conclusione di volume, l’autrice ammette che nonostante l’intenzione di parteggiare per l’oscurità, “La relazione tra luce e oscurità non è di opposizione”; si tratta, come per lo yin e lo yang, di “un dualismo di percezione, mutualmente dipendenti, interconnessi e complementari”. Eppure, termina Nina Edwards, “dall’Illuminismo in poi il pensiero occidentale ha posto troppa enfasi nella luce a discapito dell’oscurità”.
È davvero un viaggio affascinante quello nel buio proposto dalla studiosa, al pari di quello nell’ombra di Victor I. Stoichita e nel sonno di A. Roger Ekirch.





Nina Edwards
Storia del buio
Traduzione di Andrea Ricci
Il Saggiatore, Milano, 2019
pp. 294

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