“Sin da ragazzo gli piaceva disegnare navi, vascelli alberati, brigantini, e più c'erano alberi e vele e sartie più godeva, specie a tratteggiare battaglie navali, le nuvolette che fanno i cannoni quando sparano. − Mi piaceva disegnare il vento, − ha detto quasi commosso, come scoprisse qualcosa di sé che prima non sapeva. − Era un po' come disegnare la libertà, la forza. La vita”.

Emilio Salgari / Ernesto Ferrero

Martedì, 16 Gennaio 2018 00:00

L'arte di raccontare le curve

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In Italia i primi gruppi organizzati di tifo calcistico nascono sul finire degli anni Sessanta coniugando, probabilmente, la passione per il calcio con il desiderio di partecipazione e protagonismo tipici del periodo e, pur mutati i tempi e il contesto, probabilmente questo intreccio di passione sportiva e protagonismo è ancora alla base di quel che resta del mondo ultras. Alla ricostruzione di questo fenomeno, che si avvia al mezzo secolo di storia, Pierluigi Spagnolo dedica il libro I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano (Odoya, 2017).

Si tratta di un mondo eterogeneo che ha cambiato pelle più volte nel corso dei decenni al pari dei cambiamenti che hanno attraversato la società italiana, un mondo che i media hanno sempre semplificato mettendone in luce quasi esclusivamente le condotte violente: “Teppisti che non meritano di essere chiamati tifosi”, “delinquenti”, “drogati” e via di questo passo. Scrive Enrico Brizzi nella prefazione al volume: “Perché dunque i media si ostinano a dipingere gli ultras come un blocco di individui poco raccomandabili, e non sottolineano con altrettanto vigore la capacità del 'movimento' di attrarre individui di classi diverse [...] la lunga tradizione d’impegno sociale, o il tema delle amicizie e dei gemellaggi? Perché gli stessi organi d’informazione sono ancora così restii ad ammettere che una curva non è necessariamente una monade, ma un arcipelago di gruppi con orientamenti, amicizie e stili talora incompatibili fra loro? Crediamo che la risposta stia negli stessi valori che la sottocultura ultras porta inscritti nel proprio patrimonio genetico: la lealtà verso il gruppo come legge più forte di quelle dello Stato, la goliardia esasperata e il ricorso allo scontro fisico come extrema ratio per risolvere le contese erano istanze inaccettabili per il potere”.
I ribelli dello stadio di Piero Spagnolo ricostruisce, dagli albori, a cavallo del Sessantotto, fino ai giorni nostri, la storia del fenomeno-ultras italiano che, in un modo o nell'altro, nel bene o nel male, è parte integrante del sistema-calcio nazionale. “Quasi cinquant’anni vissuti in curve traboccanti fede ed entusiasmo, rabbia e amarezza. Milioni di chilometri percorsi, sotto la spinta del tifo, verso ogni angolo d’Italia, d’Europa e del mondo. Un fiume di slogan, battaglie, prese di posizione anche politiche, affidate a cori e striscioni. Un mare di bandiere sventolate, di tutti i colori, nella buona e nella cattiva sorte. Ma dietro la coltre di torce e fumogeni, direttamente o indirettamente legati al fenomeno del tifo estremo e della violenza negli stadi, ci sono anche una ventina di morti e un esercito di persone ferite, di tifosi arrestati, denunciati e diffidati. Episodi di razzismo, di teppismo, di prevaricazione, di violenza. Verso altre tifoserie, verso le forze dell’ordine, calciatori e dirigenti”.
In una società sempre più smembrata e atomizzata, ove i legami interpersonali sembrano ormai essere delegati alle reti di amicizie virtuali del web, le curve degli stadi risultano uno degli ultimi luoghi di incontro e aggregazione collettiva “fisica”, in carne ed ossa, ove è possibile sentirsi parte di una comunità identificata in bandiere, simboli e colori. “Gli ultras si pongono come gli ultimi baluardi di un mondo del pallone che è profondamente cambiato, con stadi sempre più vuoti e blindati, con un calcio sempre più ricco e indebitato allo stesso tempo. Poco trasparente, patinato, frivolo e senza anima. E forse, proprio per questo, sempre meno romantico, meno istintivo, poco passionale. È il cosiddetto ‘calcio moderno’. Proprio quello che agli ultras sembra piacere sempre di meno”.
Il testo di Pierluigi Spagnolo si inserisce nel solco di ormai numerosi lavori, di spessore decisamente variabile, dedicati nel corso dei decenni al mondo ultras. Vale forse la pena citare almeno alcuni “classici” irrinunciabili per chiunque intenda conoscere meglio la galassia del tifo calcistico italiano.
Una delle prime narrazioni del mondo delle curve priva dei paraocchi con cui i media hanno guardato al fenomeno è il documentario Ragazzi di stadio (1980) di Daniele Segre: si tratta di un documento audiovisivo girato in 16 mm in bianco e nero, registrato sul finire degli anni Settanta e da cui è stato tratto anche un libro fotografico (Mazzotta Editore, 1979) che riporta, insieme alle immagini, numerose interviste realizzate tra il maggio 1977 ed il maggio 1979. Il lavoro di Segre racconta il mondo degli ultras torinese, sia di sponda granata che bianconera, ai suoi albori ed è probabilmente la prima narrazione che lascia modo ai protagonisti di raccontarsi direttamente. I giovani discutono delle coreografie in vista del derby cittadino, di repressione, dei rapporti con le società e con il resto del pubblico, dei rapporti con le altre tifoserie e di politica. Il merito di Segre è quello di lasciare che siano gli ultras stessi a raccontarsi, evitando di ergersi a censore e giudice.
Sull'argomento non può che essere indicato anche il lavoro del compianto Valerio Marchi che nel suo Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d'Europa (ultima edizione: Red Star Press, 2015), oltre a ricostruire la nascita e l'evoluzione del tifo inglese attraversando la nascita del fenomeno hooligans e la normalizzazione imposta a suon di repressione e spettacolarizzazione, si concentra sulla storia del tifo italiano, sulla nascita del modello-ultras per poi proporre una riflessione sui suoi sviluppi negli anni Novanta del Novecento. Marchi affronta il fenomeno del tifo da sociologo e da storico dei movimenti giovanili, da scrittore e libraio ma anche da militante antifascista, skinhead e ultrà della Roma. Insomma, affronta il mondo di cui parla avendolo vissuto in prima persona con estrema lucidità e su posizioni politiche ben precise: “Dentro di noi c'è un grumo di rabbia antica, mai sopita, che ci spinge oltre il limitato orizzonte della battaglia e ci conduce ineludibilmente alla guerra di classe” (Valerio Marchi, Lettera agli Ultras).
Occorre, inoltre, citare il saggio di Alessandro Dal Lago e Roberto Moscati, Regalateci un sogno. Miti e realtà del tifo calcistico in Italia (Bompiani, 1992), testo in cui viene indagato il fenomeno nella convinzione che i fenomeni sportivi debbano essere analizzati collocandoli puntualmente nei contesti sociali, culturali ed economici in cui si sviluppano, nella convinzione della capacità di questi di rivelare “le metafore nascoste di una società” che “proietta, trasfigura o traveste in certi giochi e sport alcune [sue] caratteristiche profonde”.
Pierluigi Spagnolo, che non manca di dichiarare i suoi debiti nei confronti di questi studi relativi al mondo del tifo, assembla I ribelli degli stadi proponendo un percorso di quasi trecento pagine che tocca aspetti come: la nascita del tifo organizzato; i cori e le coreografie; la conflittualità tra i tifosi; l’influenza degli hooligans; gli ultras come sottocultura; i gruppi principali; i gemellaggi e le rivalità; la politicizzazione delle curve; gli slogan e gli striscioni leggendari; la violenza e le leggi speciali; la recente fuga dagli stadi; i brani e i gruppi musicali di riferimento; la filmografia che ha toccato l'universo del tifo.
Si fa presto a dire ultras, ma occorre sapere di cosa si sta parlando. Il volume di Spagnolo può sicuramente essere d'aiuto in tal senso.

 




 

Pierluigi Spagnolo
I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano

Odoya, Bologna, 2017
pp. 288

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