“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 18 Gennaio 2018 00:00

Visioni in fibrillazione nei versi d'una poetessa polacca

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La poetessa polacca Krystyna Dąbrowska (1979) ha pubblicato diverse raccolte di versi, tradotte in molte lingue e insignite di prestigiosi riconoscimenti. Con questo volume ha vinto il premio Valigie Rosse 2017, ed è appunto l’omonima casa editrice toscana che l’ha pubblicato, con una approfondita introduzione del curatore Leonardo Masi.

Masi nel sottolineare la vitalità della poesia novecentesca in Polonia (ricordando i tre celebrati maestri Miłosz, Herbert e Szymborska, e i più recenti Zagajewski e Lipska), evidenzia come la nuova generazione – aprendosi anche a un più coraggioso sperimentalismo e all’assimilazione di influenze soprattutto statunitensi – si stia caratterizzando per un deciso rinnovamento semantico e un’acquisizione di stili più audaci e originali.
Tra i giovani poeti, proprio Krystyna Dąbrowska si è messa in luce per la semplicità della sua scrittura, vivace e ironica, attenta alle persone, curiosa verso ogni avventura del cuore e del pensiero, estranea alla metafisica e alla profondità meditativa: una scrittura energica, in movimento, immersa nel quotidiano. La sua poesia, così legata alla visualità, è debitrice a una formazione artistica di tutto rispetto: Krystyna, esperta di pittura, viaggiatrice e fotografa, si è laureata all’Accademia delle Belle Arti di Varsavia, e proprio nel ritratto ha trovato il suo particolare accento interpretativo.
“Variazioni sul tema dello sguardo, di uno sguardo declinato in tanti modi diversi”, commenta Leonardo Masi: “Da che punto guardare per vederti? / Da vicino o da lontano? E da che tempo? / Se mi allontano per inquadrarti / dalla testa ai piedi, come una tela sul cavalletto, / sento che sei tu a prendermi, / a cambiarmi, aggiungere e togliere colore”.
Il guardare della poetessa si misura con il fuori da sé: nella metropolitana (“Il lampo di uno specchietto. Come in un piccolo acquario / si presentano occhi, sopracciglia, bocche voraci. / Nella folla che spintona, una ragazza con mano sicura / traccia una linea sulla palpebra, si trucca le ciglia. // Giornata calda. Coppia di anziani, tesi, in silenzio, / con un nipote magrolino, tutto imbacuccato. / Nel vagone quasi vuoto stanno davanti alla porta / come se dovessero scendere tra un attimo. Ma vanno oltre”). A Gerusalemme, davanti al Muro del Pianto, dove i vecchi rabbini pregano su sedie di plastica bianche. Confrontandosi con un ballerino di flamenco truccato da donna per ricordare la sorella uccisa durante la guerra. Con due persone nel parco e due uccelli sugli alberi, diversi e uguali nell’essere indifferentemente coppie. Con una venditrice di scope. O nel bellissimo trittico dedicato al vicino di casa, “un professore / a cui è morta la moglie // ... un signore impeccabile / che attraversa la sua vita ordinata / come ogni mattina attraversa il cortile”.
Tante facce, in questi versi, e dietro le facce tante storie. Anche la storia di una Polonia ferita, divisa, straziata da persecuzioni e dittature, ma raccontata con inquadrature di sbieco, spiazzanti e
pudiche, come in improvvisi flash di una Polaroid recuperata dal ripostiglio. Allora l’omaggio a Henry Cartier-Bresson (Il tale con la Leica) è doveroso e riconoscente, perché il maestro fotografando “Era loro ed era a lato, girovagava, scrutava, / paziente, veloce, modesto e sfacciato // ... Che conosceva la gente / lo si capiva da come ne mostrava l’assenza”.
Così si propone di fare Krystyna, nei suoi versi, fissando facce e gesti, silenzi e urla, solitudini e
affollamenti. Con un occhio che è il suo, e avvicinandola agli altri contemporaneamente la
allontana, distanziandola anche da chi ama ed è amata: “Non so dire noi, a meno che noi / non sia
quel trattino fra l’io e il tu / che conduce la scintilla e a volte / è il prolungamento di una linea”.



AD UN INCROCIO

All’incrocio di due strade strette e trafficate
‒ una ripida come cascata
si rovescia impetuosa nella corrente dell’altra ‒
stanchi e affamati facciamo una sosta.

Nella vetrina luminosa di un bar, il padrone
scuote la saliera come un aspersorio
sul cartoccio con le melanzane
e i fiori di zucca caldi in pastella.

Cornucopia croccante! Ci sediamo davanti al bar
sugli sgabelli come trampoli fra la spazzatura
e guardiamo la gente. Donne sugli scooter
nella folla di pedoni, coi bimbi penzoloni come scimmie,

un branco di ragazzine alla caccia serale,
gli ombelichi all’aria, come mirini all’erta.
Emigranti: africani, slanciati come alberi
(la gente del posto al confronto sono cespugli tozzi)

e donne del Pakistan che con la fiacca negli occhi,
portano il silenzio nel clamore. Ad un incrocio
la gioia che si incontrano i nostri sguardi,
si biforcano e convergono, distanti e intrecciati.

Tu vedi gli strati, le tribù,
io pesco le singole facce,
come se insieme dipingessimo un quadro.
E in questi quadri abbiamo una casa in comune.




Le foto a corredo dell'articolo sono di ©Krzysztof Dubiel

 




Krystyna Dąbrowska
La faccia del mio vicino
a cura di Leonardo Masi
Vecchiano (PI), Valigie Rosse, 2017
pp. 91



Bibliografia:
AAVV, Inattese vertigini. Antologia della poesia polacca dopo il 1989, Forum Edizioni, 2010
AAVV, Il vetro è sottile. Poeti polacchi contemporanei tradotti da poeti, Casagrande, 2012
www.valigierosse.net

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