“Sì, dimenticheranno. È il nostro destino, non ci si può fare nulla. Ciò che a noi sembra serio, significativo, molto importante, col passare del tempo sarà dimenticato o sembrerà irrilevante. Ed è curioso che noi oggi non possiamo assolutamente sapere che cosa domani sarà ritenuto sublime, importante e cosa meschino, ridicolo. E la nostra vita, che oggi viviamo con tanta naturalezza, apparirà col tempo strana e scomoda, priva di intelligenza, forse addirittura immorale”.

Anton Pavlovič Čechov

Lunedì, 31 Luglio 2017 00:00

Biopoetica. Storytelling e scienze della vita

Scritto da 

Michele Cometa, docente di Storia comparata delle culture e Cultura visuale presso l’Università degli Studi di Palermo, già autore del volume La scrittura delle immagini (Raffaello Cortina Editore, 2012), ha da poco pubblicato il suo ultimo saggio intitolato Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina Editore, 2017). In questo ultimo e corposo lavoro lo studioso si propone di analizzare la narrazione nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive a partire dal legame esistente tra la produzione di utensili e lo sviluppo di capacità narrative dell'essere umano così come sono state spiegate recentemente dall’archeologia cognitiva. La proposta di Cometa si colloca pertanto all'interno della più generale, ed eterogenea, teoria biopoetica della narrazione e di un’antropologia filosofica volta ad assegnare al bios un'importanza non inferiore a quella concessa allo spirito.

Da qualche tempo si sono conquistati spazio impianti teorici letterari che si rifanno ad un'opzione darwinista, come nel caso del Literary Darwinism e del Literary Cognitivism. Secondo tali tendenze  la narrazione è un fenomeno universale, dunque anche la letteratura lo è, seppure quest'ultima vanti durate evolutive differenti a seconda del fatto che ci si riferisca alla narrazione, alla letteratura orale o alla letteratura scritta. Le attività umane che fanno ricorso a storie sono difficilmente quantificabili, tanto che secondo molti studiosi si potrebbe affermare che esse entrano in gioco in tutti i casi in cui vengono attivati i circuiti celebrali.
Nel libro lo studioso si occupa “della capacità/facoltà di narrare – di cui la letteratura, così come la conosciamo, costituisce solo un 'tardo' e recente prodotto – e della capacità/facoltà di fingere attraverso costrutti verbali (fiction) un comportamento che non si limita alla dimensione verbale ed è disponibile anche per le espressioni figurative, musicali, performative. Dire ciò significa [...] che il comportamento narrativo ha di fatto dato forma e fortemente condizionato lo sviluppo delle capacità cognitive dell'Homo sapiens e dunque studiare la narrazione significa avere accesso, più o meno diretto, al funzionamento e alla struttura della mente umana, e con la mente anche della coscienza e del Sé” (p. 25). Analizzando la narrazione attraverso gli strumenti dell'archeologia cognitiva la narrazione sembra rivestire un ruolo importante nella costituzione del Sé dell'individuo e delle sue protesi esterne.
Sempre più spesso ambiti culturali lontani dalla teoria letteraria interagiscono con essa. Siamo così entrati, suggerisce lo studioso, nell'epoca della biopoetica, cioè “di una riflessione teorico-letteraria basata sulla biologia, sull'evoluzionismo e sulle scienze cognitive” (p. 29). La produzione teorico-letteraria basata sul nesso tra narrazione e biologia ha raggiunto una livello qualitativo e quantitativo tale che risulta impossibile per le discipline letterarie (e umanistiche) far finta di nulla. In maniera speculare le neuroscienze, le scienze cognitive e persino la biologia evoluzionista, sottolinea Cometa, stanno guardando con grande attenzione alle teorie letterarie.
Una biopoetica è dunque possibile ma, mette in guardia lo studioso, sono in agguato due spauracchi simmetrici. Da una parte le scienze della vita, nell'addentrarsi nei territori delle Humanities devono guardarsi dal riduzionismo e da quella “visione distante e immemoriale che non ci permette di distinguere più tra le vocalizzazioni dei primi ominidi e l'Ulisse di Joyce” (p. 30). Allo stesso tempo quando i letterati “cercano spiegazioni biologiche” devono evitare di cercare “conferme testuali puntuali in fenomeni parecchio complessi dal punto di vista evolutivo (e, oggi, cognitivo) e dunque di lunghissima durata e non commensurabili con i secoli brevi della letteratura” (p. 30). Soprattutto, però, continua lo studioso, “devono evitare di scorgere dietro ogni fenomeno letterario o artistico un adattamento biologico [...] o magari la prova che è in atto una forma di selezione naturale o sessuale, quando invece stiamo parlando di poche decine di anni, totalmente irrilevanti per i tempi lunghi dell'evoluzione biologica” (p. 30).
L'obiettivo di un approccio letterario basato sulla biologia è quello di capire se la narrazione può essere classificata tra i comportamenti complessi che hanno dato un vantaggio all'Homo sapiens. “La tesi di fondo da cui muove tutta l'esperienza dei darwinismi letterari è che la narrazione (nella letteratura ma anche nell'arte figurativa) offre un vantaggio evolutivo alla specie umana in quanto veicola forme di adattamento all'ambiente” (p. 40). Nel corso della trattazione Cometa mostra come la narrazione non solo è uno strumento rivelatosi utile ma è essa stessa “una diretta emanazione cognitiva dell'uso degli utensili che caratterizza l'Homo sapiens” (p. 45).
Ad essere indagate dal saggio sono, pertanto, anche le abilità cognitive dell'essere umano capaci di “incarnarsi” nella produzione narrativa tanto a livello produttivo che ricettivo ed, infine, a partire dalla “teoria della compensazione”, che vede l'uomo come essere “manchevole”, costretto a dotarsi di utensili (materiali e non) per colmare il suo “deficit ontologico”, Cometa dedica spazio al rapporto che intercorre tra letteratura ed ansia. Lo studioso indica nelle arti degli strumenti in grado di alleviare il senso di incertezza determinato dall'incremento di complessità della vita mentale sedimentatasi nel corso dall'adattamento della specie. Tale complessità ha generato nell'essere umano anche una sofferenza derivata dalla sensazione di perdere il controllo sul reale a cui l'uomo ha fatto fronte attraverso diverse “strategie di esonero”. La letteratura finirebbe proprio per svolgere un ruolo di compensazione a tale ansia. Il bisogno di compensazione ed il ricorso a pratiche di esonero possono essere rilette in chiave evoluzionistica al fine di spiegare il comportamento narrativo dell’Homo sapiens per sopperire ai suoi deficit funzionali ed esistenziali e per contenere l’ansia.

 

 

 

 

Michele Cometa
Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria

Milano, Raffaello Cortina Editore, 2017
pp. 428

Lascia un commento

Sostieni


Facebook