“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Martedì, 23 Maggio 2017 00:00

La mia Patria, lì dove l'erba trema

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Mezzogiorno padano lo si potrebbe definire un testo politico, un saggio sulla società italiana, un libro di geografia. Un percorso interiore dell'autore che ci porta con la sua visione sofferta e attraverso una galleria di personaggi in viaggio in un'Italia incompiuta e magnifica. C'è tutta la natura del Mezzogiorno, il sole bruciante di Matera, il vento e l'orizzonte della Puglia, l'asprezza delle coste cilentane. C'è il raccoglimento di una città padana e la disperazione della Terra dei Fuochi. C'è l'eroismo professionale in una Napoli arcaica e impossibile. Ci sono un Sud e un Nord che si incontrano e dove i Piemontesi non sparano più sui briganti.

In ognuno dei capitoli del libro viene voglia di prendere una carta geografica dell'Italia fisica perché la conoscenza dei luoghi è diretta e precisa. La natura è spesso protagonista e umanizzata e accompagna il lettore lungo il filo delle pagine e il golfo della Guinea si unisce, nel dolore, a quello di Napoli. Stesse terre martoriate, stesso mare abusato.
La galleria di volti che si incontrano − insegnanti, ingegneri, barbieri, venditori ambulanti, prostitute e medici brillanti − vivono la fragilità delle loro esistenze in un mondo che non è il loro eppure li ospita, consumandone speranze e buoni propositi. E il personaggio forse meglio riuscito, Fittipaldi Ernesto da Rotonda (che potrebbe essere considerato l'alter ego di Sandro Abruzzese) ovvero l'insegnante sessantenne sbarcato nel Nord padano per accompagnare la moglie neo immessa in ruolo, spiega ad un suo alunno cosa sia l'identità, lui che − strappato alla sua terra sulla soglia del pensionamento − ne sa qualcosa, dice che “l'identità è la linea di demarcazione tra te e tutto ciò che non vorrai mai essere”. Con l'ingenuità tipica di un insegnante, rivendica giustizia almeno alla poesia del suo misconosciuto mezzogiorno. E inattese arrivano le giovanili letture dei suoi alunni perché “qualsiasi cosa accada, nessuno mi persuaderà mai che gli adulti siano migliori dei ragazzi”. Queste esistenze segnano tutte una via d'uscita, ma sono percorsi individuali attraverso conquiste esclusive e sofferte.
Nell'ultimo capitolo, si intrecciano i ricordi dell'autore la cui voce tocca letterature straniere − Camus e i russi − ma ritorna puntuale a De Sanctis e Scotellaro e la cercata patria, alla fine, non si costruisce nel puzzle scomposto dei personaggi perché “la patria è dove l'erba trema”. L'erba di Sandro Abruzzese trema nelle terre di Scotellaro e sotto lo zampettare delle capre in mezzo al camminare compunto e fiero dei contadini di Carlo Levi. Ciononostante alla fine, però, la distanza e la demarcazione restano forti, come la ferita dolorosa della frontiera e del confine lontano. E dall'autore l'invito a rimanere “a riparo sotto la semplice ombra dolente del nostro filo d'erba, che ci ha avvolto le valigie e tolto la voce”.

 

Nota sull'autore
Sandro Abruzzese è nato in Irpinia e vive a Ferrara dove insegna materie letterarie in un Istituto d'Istruzione Superiore. Blogger, fondatore del progetto Racconti viandanti, attraverso cui promuove incontri sul tema dell'erranza, collabora con la rivista online Erodoto108, il Reportage di Viaggio. Il viaggio, lo sradicamento sono tematiche che nel suo lavoro si intrecciano alla questione nazionale, meridionale e settentrionale.



Leggi anche:

Valeria D'Agostino Il Mezzogiorno padano di Sandro Abruzzese e la ricerca continua di una Patria (Manifest, 22 settembre 2016)
Francesco Forlani La mezza padana (Nazione Indiana, 24 gennaio 2016)



Sandro Abruzzese

Mezzogiorno padano
prefazione di Vito Teti
Roma, Manifesto Libri, 2015
pp. 127

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