"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 27 Marzo 2017 00:00

La Siberia del sogno

Scritto da 

“Quanto sarà triste rimanere solo, completamente solo, e non avere nemmeno un rimpianto, nulla… perché tutto ciò che ho perduto non era nulla, era uno sciocco, rotondo zero, soltanto un sogno".




L’utopia è una stanza, è una mente schermata, uno spirito che reclama il suo diritto ad esistere in un altro modo, un altro mondo. L’utopia è tutto quello che ci rimane, una terra non invasa, pericolosa nella misura in cui è l’unica dimensione possibile in cui possiamo realmente esistere. Però, nell’utopia si esiste veramente, o si resiste? Non è piuttosto un luogo non luogo, come una sala d’aspetto, che ci accoglie e ci tiene al sicuro finché qualcosa la fuori, o in un’altra stanza, cambi?

Sembra così una dimensione temporanea, una sospensione dove l’azione è svilita, dove la volontà non costa fatica, in cui ci si illude di essere liberi, quando in realtà siamo solo protetti. Verità e immagini compensatorie si alternano e, lentamente, sprofondiamo in un sogno che è un delirio, trasformato in parossismo dalla frustrante realtà che là fuori tenta di coinvolgerci nei suoi volgari giochi.
Era il sogno la vera Siberia dei russi al tempo di Dostoevskij, la terrificante landa di deportazione. In un’epoca in cui il sogno romantico schilleriano si apriva un varco poderoso all’interno di circoli letterari ristretti, l’utopia estetica formava giovani e non più giovani scrittori, trasformando molti di essi in nemici privilegiati del dispotismo imperante. L’educazione al bello sembrava essere l’unica soluzione per non sprofondare nelle maglie dittatoriali della realtà, era un progetto, un’utopia, ma come tutti i più bei sogni anche questo era destinato ad essere contestato dall’interno, a causa di insofferenze e sprazzi di lucidità in quegli intellettuali ancora votati alla causa civile. L’ombra del Nichilismo gettava le sue tinte chiaroscurali e, in una guerra aperta con l’idealismo, sembrava ormai certo che il risultato di questo scontro, così impercettibile e confuso, sarebbe stato una prole pregna di illusioni e inettitudine. In una notte così nera, dove misticismo e pessimismo si abbracciano per uccidersi, nascono le notti bianche di Fëdor Dostoevskij. Nella postfazione all’edizione Oscar Mondadori, André Gide prova a dare una lettura diversa a quelle accuse mosse nei confronti di Dostoevskij e a buona parte dei suoi personaggi irretiti dalla costante onirica del sogno. L’accusa vuole disprezzare la costruzione dei caratteri dello scrittore russo, in quanto poco aderenti alla vita reale e quasi schiavi di sogni che spesso si tramutano in incubi. Dostoevskij elogia il sogno come chiave di lettura della realtà e della discontinuità dei fatti, come se nella sfera onirica in una piena libertà e senza la censura della morale gli eventi acquisissero organicità, per non dire verità. Il sogno però viene osteggiato anche per un altro motivo, pare che sia, al pari delle utopie, un elemento estraniante dell’individuo rispetto alla società. I personaggi dostoevskiani si formano sotto i nostri occhi come entità combattute, la loro vita intima è il fulcro della loro azione, ma anche la risposta ai fatti esterni. Questo li salva dall’alienazione della riflessione solipsistica, perché “per quanto rappresentativi siano i personaggi di Dostoevskij, non li si vede mai abbandonare l’umanità e divenire simbolici”.1
Il sognatore de Le notti bianche non appartiene alla tipologia di sognatori che fa del proprio sogno un lirico mondo difeso strenuamente, nel suo raccontarsi alla ragazza che incontra sul lungofiume non c’è la gioia della tristezza, quel coltivato e languido amore per la propria prigione, è piuttosto una condizione inevitabile alla quale si sente votato per natura, ma anche per difesa, rimanendo pur sempre una condanna, una stanza bruciata e chiusa che accoglierà il suo futuro e la sua vita.
Nel suo peregrinare non guarda nulla, ma contempla tutto, crea infiniti mondi sulla scorta di una semplice panchina o di una finestra appena aperta, inventa mondi compreso il suo, nutre la sua esistenza di immagini fantastiche che nella tristezza come nella felicità gli regalano attimi di passione ed euforia, rendendolo il padrone del mondo, perché unico e solo capace di vederlo. Il sognatore è un essere neutro, come un demiurgo spiritualizza la materia, ma il suo status è quello di un demone, di un semidio condannato dalla sua stessa missione. Forse è la sua pena per la vita reale, per l’informe mutismo delle cose che lo spinge a indorare con fervida immaginazione la realtà, ma “credi che una vera passione agiti la sua anima, credi che vi sia qualcosa di vivo e di tangibile in quei sogni immateriali. E quale inganno!”.
Il Demiurgo è un artigiano, opera per il bene di tutti, senza un suo proprio stile, senza un richiamo, ma la sua missione è comunitaria, indispensabile. Il sognatore no, è solo sul cuore della terra, condanna la sua esistenza perché l’arroganza della vita l’ha tradito, ma, come il poeta, muore nell’attimo stesso in cui tradisce le sue fantasie e le sue parole, nell’attimo in cui baratterebbe anni di scenari mitici per un semplice e infelice giorno da mortale. L’infelicità dell’uomo amante del bello che non sa ritrovarlo nell’orrore dei giorni trascinati, è inesprimibile. L’amore è un ponte verso quella mediocrità che rifugge, nobilita la più banale delle realtà, trascina il sognatore fuori dal suo universo d’avorio, lo ispira, riabilita la vita nelle sue sporche nefandezze, perché tutto è sopportabile. Una forza vitale rinvigorisce le notti che diventano bianche, luminose, le strade e l’umanità tutta ora appaiono come terre promesse, banchetti gioiosi ai quali anche il sognatore è invitato a partecipare. L’amore è il riscatto, se questo fallisce il nostro eroe è condannato a ritornare nella sua torre incantata, ma nulla è più così splendente quando per una sola ora si è bevuto al più pregiato dei calici. Uscire dal sogno per amare è la vittoria tra le vittorie, ma ritornare al sogno perché l’amore c’ha tradito non svilisce solo il sentimento, la vita e le sue promesse, ma anche il sogno, ormai lacerato perché barattato col suo opposto.
Il sognatore è un esule, il suo sogno è una sconfinata Siberia.

 

 

 


Fëdor Michajlovič Dostoevskij
Le notti bianche
Mondadori, Oscar classici, 2003
con uno scritto di André Gide
Introduzione di Giovanna Spendel
pp. 105



1) André Gide, Dostoevskij, Bompiani, Milano 1946

Lascia un commento

Sostieni


Facebook