“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Sabato, 25 Giugno 2016 00:00

Alla ricerca inesausta di un senso

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Il senso di una fine, recita il titolo sulla copertina di questo libro che per qualche settimana ho tenuto tra le mani. Mi sono domandata spesso di quale fine parlasse, nonostante lo leggessi nel frattempo e la fine a cui si riferiva diveniva sempre più chiara. Me lo sono chiesta, però, fino all'ultima pagina e, adesso che ho terminato questa strana lettura, forse non ho capito ancora il senso di quale fine cercassero l'autore, il protagonista ed io stessa.

Sarà che alla fine di qualsiasi cosa non solo non ci si abitua o rassegna mai, ma è proprio la smania e la spasmodica ricerca di un senso alle cose che terminano e ci lasciano a condurci quasi sempre fuori strada, facendoci stranieri nei luoghi più bui della mente, quando sarebbe più onesto cercare il significato, l'ontologia delle cose vissute e perdute. L'opera di Julian Barnes possiede un gusto estremamente colto, sia a livello stilistico sia contenutistico, pregna di interrogativi filosofici e virtuosismi narrativi. L'intera storia è una romanzata speculazione sul tempo, su quello oggettivo e quello personale, intimo, il tempo che ognuno di noi porta come un proprio mondo all'interno del polso, dove puoi conoscere solo tu la maniera e la pesantezza del ticchettio delle lancette.
Il protagonista è un uomo qualunque, un cittadino mansueto e innocuo che ha sempre e da sempre optato per un sano quieto vivere in tutte le sue espressioni esistenziali, un individuo che ha conservato il furore delle passioni nei libri, optando per una vita tranquilla dedita alla sopravvivenza e alla conservazione. Il suicidio di un vecchio amico di scuola, il più intelligente e il più enigmatico del gruppo, toccherà profondamente il protagonista, ma dobbiamo aspettare molti decenni prima che questa scossa possa far vibrare la struttura ordinaria della sua vita. Molti personaggi si alternano nella memoria e negli eventi, personaggi non sempre limpidi, alcuni abbastanza chiari e ascrivibili alla realtà più prossima e pianificata di Tony (il protagonista), altri dai contorni confusi e incerti appartenenti alla sua vita passata, quella rinnegata e lasciata indietro che adesso torna a chiedere conto sotto forma di un'eredità misteriosa e dolorosa. Poi c'è il tempo, o forse c'è sempre stato, nel racconto, nella nostra dimensione di lettori, nelle storie che abbiamo vissuto in prima persona o che ci hanno solo sfiorato lasciandoci l'illusione di aver compreso qualcosa, quando invece su questo nastro sottile passa tutto con un ritmo proprio per ognuno. Il caos o il caso, la narrazione degli eventi, l'ordine che abbiamo attribuito alle cose accadute, questa religiosa esigenza di raccontare e fermare in attimi significativi il disordine e la ridondanza degli accidenti.
Quanto di reale e quanto di inventato esiste nel racconto che divulghiamo della nostra vita? Le responsabilità, le colpe e i meriti e infine le assoluzioni sono oggettive oppure il frutto di casualità che ci premuriamo di strutturare affinché tutto rientri in un quadro semplice e sensato? La fine di qualcosa può avere davvero un senso se, guardando a ritroso, neppure l'inizio di quella determinata cosa ne possiede uno?
Accumuliamo oggetti, persone, perdite e vittorie, addizioniamo nel corso dell'esistenza ogni genere di eredità ricavata dall'esperienza, gamme di sguardi, di mani, di fallimenti, giornate a vuoto e vuoti colmati appena, stili di vita pieni di coraggio o rassegnazione, qualità e sogni presto barattati con istinti pragmatici, dottrine che ci rendono grandi e gesti scadenti che ci fanno invisibili. Eppure non accumuliamo soltanto, come in un grosso serbatoio pronto a svuotarsi con la morte, accresciamo soprattutto la nostra borsa, non tutto ha un peso simile, non tutto può essere conteggiato per uno, ci sono persone, luoghi e momenti che valgono qualcosa in più, sia nella perdita sia nella vittoria. In questa moltiplicazione il senso sfugge, l'andamento è irregolare, il sistema ponderato fallito, lo scompenso nella cadenza regolare aggrava o impreziosisce la scorta delle nostre ricchezze e povertà, allora il tempo inquieto lascia sul nastro spezzato il significato di una fine, mai il senso, perché la vita non è un'armonia, una catena, ma una serie di frammenti i quali, come sassi nel mare, sprofondano ognuno con il proprio tempo, producendo silenzio, alcuni, o forti boati, altri.

 

 

 

N.B.: Su Il senso di una fine si veda anche:
Vincenzo Mazzaccaro, "Il senso di una fine" di Julian Barnes, un piccolo capolavoro (Il Pickwick, 7 luglio 2013)

 

 

Julian Barnes
Il senso di una fine (The Sense of an Ending)
Einaudi, 2012 Torino
traduzione Susanna Basso
pp. 160

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