“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 30 Aprile 2015 00:00

Ma piove piove sul loro amor

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Il libro di Antonio Dikele Distefano, Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti? – edito di recente da Mondadori dopo il successo nel self-publishing, alimentato da un fitto passaparola tra lettori – un posticino nella letteratura migrante in lingua italiana se lo è guadagnato. Certo, Distefano è poco più che un adolescente che scrive per altri adolescenti, non ha la raffinatezza dei tanti autori che ormai riempiono voci enciclopediche sulla letteratura migrante mondiale, né racconta storie di povertà estrema e avventurosa, di quelle capaci di commuovere o indignare (quasi) tutti. In quanto autore di un best-seller non ha concepito il suo libro, come fa Umberto Eco, per piacere al pensionato delle Poste e al semiologo. Per un fine esteta, insomma, temo resti bassa sociologia letteraria. Ma questa è una recensione ideologica, di quelle che guardano al sol dell’avvenire (sebbene qui si tratti di realtà più che mai presenti).

Il romanzo parla di una storia d’amore socialmente sbilanciata, contrastata dal solito genitore cattivo. L’autore è stato paragonato a Federico Moccia e Fabio Volo. Più che dei centauri coatti del primo, Distefano è allievo dichiarato del secondo, fenomeno letterario banalmente più complesso delle banalità che il web gli attribuisce. Qui aggiungerei un inciso teorico e un suggerimento pratico: quella critica, molto forte in Rete, che addita fragorose cadute di stile in libri paludatissimi e pluripremiati potrebbe essere bilanciata dall’esercizio critico opposto: rintracciare brani da maestro in libri meno nobili e prestigiosi, per scoprire magari che il Bello e il Ridicolo, categorie estetiche maiuscole, giocano insieme a rimpiattino fra le pagine dei libri.
Rispetto ai suoi maestri giovanilisti, il giovane Distefano è un autore più “social”, dunque più frammentario. Costruisce il suo libro a pezzi: capitoletti come canzonette (non a caso corredati di apposita playlist), rime sparse in versione 2.0, ponderati post acchiappa-like e frasi da ultimo sms prima dell’addio; e tutto ciò, al contrario di quel che molti potranno pensare, rende il suo libro assai più leggibile di un romanzone rosa “ben scritto” e di “ampio respiro”. Fuori piove..., scadente ogni volta che si avventura in metafore contenenti la parola “cuore”, è pieno di piccoli colpetti di genio per cui molti scrittori ben più accreditati darebbero, non dico l’anima, ma almeno un dito mignolo a Satana. La frase estratta da uno dei battibecchi tra lui e lei (“Chi rinfaccia pianifica”) potrebbe diventare il motto di ogni coppia di sposi, giusta chiosa alla nota formula “prometto di amarti e onorarti ecc... ecc...”. L’autore gioca in casa, e si sente, soprattutto quando l’amore si declina nella lingua dello sport e delle nuove tecnologie. “Da piccolo non sapevo che prima o poi tutti si lasciano, come Shevchenko e il Milan” è una frase retoricamente calibratissima; “Ricordo che ero Tim e lei Wind” è banalmente realistica e al tempo stesso surreale (le identità monadiche ai tempi della telefonia mobile); e quando lui dice di sentirsi “come un file di piccole dimensioni tra le cartelle del suo hard disk interno” farà sorridere gli intellettuali inclini alle letture psicoanalitiche, ma sappiamo che il corpo della donna, come in quel famoso film di Almodóvar, è sempre una casa (o giostra) gigantesca in cui noi maschietti ci si perde un po’ tutti.
Incuranti di chi storcerà il naso, dicevamo che il libro va ad occupare uno spazio vacante nel nostrano panorama editoriale, dato che il suo autore è figlio di migranti angolani (motivo per cui, date le mie frequentazioni lusofone, mi ci sono imbattuto). Secondo lo jus soli Antonio Dikele Distefano, nato per caso a Busto Arsizio nel 1992 e cresciuto fra Cerignola, Afragola e infine Ravenna, sarebbe italianissimo; però in Italia, si sa, la pensiamo diversamente. E anche in questo la natura frammentaria del testo si rivela una carta vincente, perché a un certo punto l’autore divaga, si stacca dal mero fatto sentimentale e racconta un’altra storia d’integrazione difficile nel Belpaese: la povertà non drammatica, ma assillante, della famiglia; i sogni piccolo borghesi su cui è facile fare dell’ironia solo per chi certe cose ce le ha da sempre; gli sguardi degli altri sull’autobus (vera costante tematica dell’imbarazzo di essere “un punto nero su un foglio bianco”); il negozio di articoli africani della mamma, che in bocca ai ravennati diventa il “negrozio”; infine la madre della ragazza amata (interessante esemplare di ubbidiente senza una causa, gioventù ugualmente bruciata) che dà un taglio alla relazione col “vu cumprà”.
In queste pagine Distefano si conferma allievo di Volo, Pitigrilli dei nostri tempi (con gli spinelli al posto della cocaina), cantore di una classe media che si affanna quando non può permettersi il piumino Moncler ed evade il fisco per sopravvivere (affermazione che costò molte contumelie a un viceministro piddino, non tanto tempo fa, e invece circolava in uno dei libri più venduti in Italia negli ultimi anni: Il tempo che vorrei). Fuori piove... aggiunge l’elemento discriminatorio e dunque un nuovo personaggio alla galleria non ricchissima dei ragazzoni di Volo, sciupafemmine senza qualità, eternamente indecisi fra donne che danno l’anima e donne che danno il culo (l’ardita catalogazione non l’ho inventata io, è in Esco a fare due passi). C’è tutto uno specifico nazional-popolare che a Volo ovviamente sfugge e che a questo giovane italiano nero è toccato in sorte di narrare, trovando in Rete un bacino sotterraneo di lettori pronti a indentificarsi.
A differenza di quanto gli sarebbe accaduto, per esempio, in Portogallo, Paese certamente non più ricco dell’Italia, ma con una più lunga storia coloniale alle spalle, a Distefano e ai suoi lettori, in Italia, è toccata una borghesia secolarmente più provinciale, la stessa che al Nord foraggia sia lo zoccolo duro della Lega, sia un certo pensiero leghista dilagante anche in altri bacini elettorali. È una classe media globalizzata in fretta che, fino a poco tempo fa, di nero vedeva solo il tenore di turno a teatro, col viso impiastricciato per cantare l’Otello verdiano. Un razzismo ancora primitivo, che sa appunto di retropalco teatrale o di retrobottega da piccolo commerciante al dettaglio, che se stringe una mano a un nero poi si guarda il palmo per vedere se stinge. Tutto questo produce ancora, sia pur senza sangue, storielle shakespeariane d’amor proibito, che Distefano (il quale, nelle interviste, garantisce di star già lavorando al suo secondo romanzo) forse smetterà di raccontare non appena avrà trovato moglie; o forse, dato il successo iniziale, continuerà a sfornare in serie per gli anni a venire.
Parafrasando un’altra delle belle frasi del libro, la cosa più giovanile che un giovane autore possa fare è invecchiare. Per l’autore scapolo, sposarsi. Speriamo quindi che la letteratura italiana guadagni uno scrittore capace di raccontare anche il seguito della vita di una di quelle coppie, le quali, secondo un certo vocabolario che il libro ahimè non disdegna, ricadrebbero sotto l’orrida etichetta di “coppia mista”. Non è mai troppo tardi per rifare, anche a Ravenna, Indovina chi viene a cena. Ci sarà sempre qualcuno pronto a spaventarsi dinanzi a nuove forme di normalità. In un racconto di Mia Couto – scrittore del Mozambico, ex colonia portoghese dirimpettaia dell’Angola dei Dikele Distefano – un barbiere finisce in galera, ai tempi della dittatura salazarista, solo per essersi vantato di aver avuto fra i suoi clienti proprio Sidney Poitier. Il bellissimo libro in cui è incluso si trova anche tradotto in italiano e s’intitola Ogni uomo è una razza. Saggio postulato da cui consegue che ogni coppia è una coppia mista.

 

N.B.: La foto-ritratto a corredo dell'articolo è opera di Bianca Venturelli.

 

 

Antonio Dikele Distefano
Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?
Milano, Mondadori, 2015
pp. 184

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