“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Martedì, 26 Maggio 2015 00:00

Tragicomico caos

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L’aspetto che mi ha subito colpito del romanzo di Veronesi è stato il linguaggio, o meglio l’incedere, dal passo brillante, scattante. Una sorta di schiocco di frusta che lacera la pagina, facendo sgorgare una congerie di sentimenti che sembrano donare anche alla situazione più drammatica una spolverata di comicità. Quest’ironia, per emergere dal tragico, ha bisogno di un tramite, che è il cinismo, cioè quella sferzata dal sapore salato che sembra stappare l’ingorgo delle apparenze e delle costruzioni umane per far zampillare reazioni più autentiche e più spontanee.

Non è un caso che, a questo processo, si accompagnino incursioni dialettali, ma senza scadere nell’incomprensibilità o nella chiusura linguistica: il protagonista del romanzo, insieme al fratello, ha infatti origini romane, e il dettato linguistico dell’opera ha proprio il tono spontaneo e l’immediatezza caratteristiche delle genti di quelle zone d’Italia.
Questo svelamento non avviene solo tramite lo stile, o il linguaggio: è presente anche negli snodi narrativi dell’intero romanzo, i quali hanno una scorza dal carattere ufficiale, grave, davvero drammatico, e poi – rompendosi – rivelano quella veemenza comica che sa di Ciociaria.
Per comprendere come questo doppio passo, questa sorta di tragicomico, si dispieghi, è bene considerare che lo stesso inizio della vicenda è ambivalente, parte con un salvataggio in mare ad opera del protagonista Pietro e del fratello, prosegue con la morte della moglie di Pietro avvenuta pressoché nello stesso momento in cui l’ingrata sconosciuta risaliva lungo la linea della vita.
Dalla coincidenza di questi due eventi fortuiti deriva un ribaltamento del modo di vivere del protagonista che solo apparentemente sembra frutto della sofferenza. Pietro si mette ad aspettare la figlia fuori da scuola, passa le giornate davanti a quell’edificio aspettando che lei esca, incurante della fusione che sta scuotendo la sua azienda. Ebbene, dall’esterno questo sembra drammatico, una decisione dettata dalla cieca sofferenza: invece Pietro compie questa scelta proprio aspettando il crollo emotivo dovuto alla perdita e, come tutte le situazioni provvisorie, questa nuova sistemazione diventa definitiva.
Al che le persone che lo conoscono cominciano ad andare da lui, accettando implicitamente che lui passi le giornate davanti alla scuola della figlia e che lavori in macchina: Pietro diventa quindi un punto fermo. Tutte le persone che conosce – dai colleghi, ai parenti, ai ricchi e potenti superiori – si recano come in pellegrinaggio da lui, con l’intenzione primaria di confortarlo, o di farlo rinsavire; puntualmente, però, finiscono per sfogarsi essi stessi, sgravandosi dei propri problemi – secondo un curioso processo caratteristico dell’era contemporanea – parlando con un uomo che avrebbe dovuto crollare e invece si erge come una fortezza.
E la dicotomia tragicomica di cui parlavo sopra dov’è? Si trova esattamente nel sentimento con cui queste persone si approcciano a Pietro, così trito al punto di scivolare via dopo poche imbarazzate espressioni di circostanza, per lasciare spazio ad un racconto del sé e delle proprie vicissitudini personali, che hanno del comico, del ridicolo, del paradossale. E dunque non è più Pietro, il vedovo, il presunto uomo spezzato dal dolore ad aver bisogno di aiuto: sono loro, esseri la cui vita apparentemente impeccabile nasconde il vaneggiamento dell’assurdo, il balbettamento delle certezze, il tentennamento delle decisioni drastiche.
Caos Calmo è l’immagine perfetta per questa doppia superficie che avvolge le persone e le loro vite; il suo ossimorico sapore è la spiegazione precisa, e al tempo stesso fuggevole, dell’ambiguità delle nostre esistenze.

 

 

 

 

 


Sandro Veronesi
Caos Calmo
Milano, Bompiani, 2005
pp. 451    

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