“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Domenica, 29 Novembre 2020 00:00

Dialogo col ragno

Scritto da 

Un ragno riposava accanto alla porta della cameretta di un bambino, desideroso di rendersi invisibile: sapeva che quelli della sua specie erano accolti con strilli e alte grida e spesso barbaramente assassinati.

Non se ne faceva una ragione: era privo di malvagità e non dava fastidio a nessuno. Stava buono in un angolo e ingrassava mangiando insetti. A volte si manifestava in luoghi nei quali la sua presenza non era gradita, lo ammetteva, ma non lo faceva con intenzionalità. A dire le cose come stavano, immaginava che stare così vicino a un cucciolo d’uomo gli avrebbe creato problemi, ma si annoiava, e vederlo darsi da fare con oggetti colorati sul pavimento lo aiutava a passare il tempo.
Ebbe un momento di preoccupazione quando si accorse che il piccolo lo aveva notato: lo osservava spaventato e con lo sguardo fisso. Lo avrebbe ucciso?
Il ragno era all’erta, pronto a fuggire in fretta quando l’aggressore si fosse avvicinato, gli occhi che guizzavano dalle mani alle babbucce del tenero esserino, ma non accadde nulla. Spesso il bambino sollevava lo sguardo per cercare il ragno e lui era sempre lì, immobile. Se doveva uscire dalla stanza lo controllava con circospezione prima di schizzare fuori in fretta e, rientrando, prima di rimettersi a giocare controllava sempre che la bestia fosse ferma al suo posto.
Il ragno fu stupito di questo atteggiamento e decise di parlare al piccolo:
“Certo che sei un cucciolo ben strano. Lo vedo che hai paura, eppure non mi mandi via”.
“Se anche ti mandassi via, come potrei essere sicuro che non troveresti il modo per tornare?” rispose il bambino.
“Potresti uccidermi” suggerì il ragno con semplicità.
“Oh no! Sicuramente hai una famiglia e degli amici: verrebbero a cercarmi e passerei guai ben peggiori”.
Il ragno rimase in silenzio, non osando ammettere ad alta voce la propria solitudine. Poi si rivolse di nuovo al piccolo e osservò:
“Sei uno che sa guardare in faccia la paura. Tuttavia devi sapere che non sono qui per scelta: stamattina ho trovato la finestra aperta e quando volli tornare fuori era ormai troppo tardi. A forza di vagare sono arrivato vicino a te. Non che mi lamenti: qui sto bene e mi piace la compagnia”.
“Se aprissi di nuovo la finestra te ne andresti?”chiese il bambino.
“No. Il percorso è lungo e accidentato: preferisco rimanere qui”.
“Potrei chiamare i miei genitori: loro ti manderebbero via” disse il piccolo.
“Perché non mi mandi via tu stesso?” propose il ragno.
“Perché mi fai paura”.
“Peggio per te. Io qui sto bene e non mi muovo”.
Il bambino chiamò finalmente il padre, chiedendogli di posare il ragno fuori dalla finestra; il padre lo uccise.
“Non potevi aspettarti un esito diverso, caro mio” esalò il ragno. “Ognuno fa le cose a modo suo ed essere dipendenti non è una bella cosa”.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook