“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Domenica, 05 Giugno 2016 00:00

Se il buio non prevale

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Ho sognato se potrò mai guardare il cielo senza dover ritrarre lo sguardo.
Giugno, l’anno scolastico è finito. Cristina e nostro figlio Roby di otto anni sono nel buen retiro, sulle Dolomiti Bellunesi, una spiritosa casetta di tre piani ereditata dalla madre di mia moglie. Per me sarà un’estate di lavoro, il Direttore del giornale ha deciso di assegnarmi la responsabilità di coordinatore delle pagine di cronaca nazionale, sta riorganizzando l’intera redazione, e il mio posto, dice, deve essere quello. Lascio la rubrica politica, che tenevo da tre anni, e del resto non mi dispiace. Lascio un certo grigiore, deboli gli sprazzi di luce in quell’ambiente, e troppe le interferenze nel lavoro di giornalista.

Devo poi dire che la cronaca non potrà che arricchire la mia sensibilità, percezione dell’umano. Ho intenzione di darmi alla saggistica sociologica.
Sì, ho sognato.
Qui al decimo piano del grattacielo nell’hinterland di Milano-Est, dove ha sede il giornale, sta per iniziare il primo comitato di redazione secondo il nuovo assetto. Aleggia un certo contenuto fermento, sguardi apparentemente occasionali vagano qua e là. Siedo alla sinistra del Direttore, alla sua destra il collega che mi ha sostituito nella politica. Avverto di essere al centro dell’attenzione, per quanto i colleghi si sforzino di non darlo a vedere. Tra noi usiamo chiamarci col nome del ruolo che copriamo in redazione: io da adesso sono Cronaca.
– Qui non avrai da annoiarti – mi soffia nell’orecchio Sport.
– Annoiarmi?
– Con tutto quello che succede... mai visto prima – Spettacoli.
– Perché non dire che, rispetto al passato, siamo sommersi, quasi soffocati, da un flusso inarrestabile di informazioni. Carta stampata, televisione, web e quant’altro... con una conseguente platea vastissima?
– Mah! Non passa giorno che non accada qualcosa di sconvolgente. C’è il rischio di farci l’abitudine. Una ragazzina di sette anni gettata dal balcone dell’ultimo piano dopo essere stata... figli che fanno fuori i genitori... violenti maltrattamenti in ospizi e asili... cliniche dell’orrore... ragazza di ventidue anni bruciata viva dell’ex fidanzato... il femminicidio, quasi un neologismo. Devo continuare? – Cultura.
– Ora la domanda è se dobbiamo trarne la conclusione che col passare dei secoli, col progresso – se così si può dire – il tasso di “umanità” è paurosamente calato oppure è, in varia misura da individuo a individuo, parte più o meno percepibile del suo stesso essere sin da quando è comparso su questa Terra – dico.
– Alta filosofia. Mi vengono le vertigini solo a pensarci – Politica Interna.
– Be’, facciamo una salutare pausa. Non avevamo detto che questa sera saremmo andati a farci una cenetta in un buon ristorante fuori porta, restando inteso che chi ci sta ci sta? – chiedo.
Il sì l’abbiamo detto in cinque. Nessuna donna.

Giugno se n’è andato, con tutto il suo preponderante carico di cronaca che una volta si usava chiamare “nera”. Sembra proprio che in questo Paese un giornalista con la mia responsabilità non abbia che da occuparsi di crimini, violenze di ogni genere, persino stupri di massa; non manca certo un’insana fantasia a chi li compie.
Sono da un mese lontano dalla famiglia, per il momento il nostro rapporto è solo via Skype.
Dormo male, un’insolita tensione mi disturba il sonno. Una notte mi è parso di vivere, come fossi presente, quell’odiosa vicenda del lancio di acido da parte di un ragazzo e una ragazza sul viso di un altro giovane, che ne è rimasto sfigurato.
Ho deciso di prendermi un fine settimana di riposo, mi sostituirà il mio vice. Adesso sono sul treno che mi porta in Valbelluna, l’idea di usare l’auto non mi ha neanche sfiorato. Che mi sta succedendo?
A bordo della sua Panda, Cristina è venuta a prendermi alla stazione di Belluno col piccolo. Eccolo là che subito mi scorge in mezzo al mucchio degli accaldati passeggeri estivi, mi corre incontro, quasi cade ma è solo un nanosecondo di esitazione e, con ancora più decisione, mi si dirige incontro, ha già adocchiato il pacco che stringo tra le mani, ora mi investe strappandomi il pacco, lo apre lacerando la carta che lo avvolge per lasciarla cadere a terra. È il Game Boy ultima generazione.
– Mitico, papi.
L’abbraccio con Cristina è intenso, segno di ciò a cui tutti e due stiamo pensando.
A tavola Roby c’è stato poco.
– Non ho fame – ha detto, e di corsa si è infilato nella sua cameretta in eccitata compagnia del nuovo gioco elettronico.
– Ecco come stanno le cose – dico a Cristina, dopo un fiume di parole con le quali le ho parlato della nuova situazione al giornale e del mio stato d’animo.
– Hai un compito delicato nel coordinare quanto pubblicate su fatti di cronaca che giorno dopo giorno sembrano degenerare; è dura, lo capisco, ma non puoi turbarti più di tanto. Devi restare freddo. Hai una famiglia... un mondo tutto tuo.
– Sì, la famiglia. Un’ancora di salvezza, non è così? Sono tempi di merda e non voglio subirne le conseguenze al punto di perdere la serenità nella mia vita privata... la vita con te... con quella piccola grande gioia che è il nostro Roby. Ma deve cambiare il mio rapporto con la materia che tratto sul lavoro. Ho in mente un’idea.
– E qual è?
– Semplice, voglio convincere il Direttore che raccontare con professionalità – e quindi necessariamente con distacco cronachistico – i fatti accaduti non basta. Ci vuole partecipazione. Gli proporrò di dare vita a una rubrica settimanale, da me diretta, dove commentare con spirito analitico e non descrivere In modo asettico le vicende, cercando al contrario di darne un’interpretazione sul piano umano e sociale. Che ne dici?
– Con quella proposta viene fuori tutto il tuo senso di responsabilità. Dài va' fino in fondo.
Quella notte Cristina ha dato il meglio di sé – tutto il calore necessario – per aiutarmi ad allentare la tensione.

Agosto l’ho passato in montagna, le vacanze sono ormai alle spalle.
Nel dirigermi verso il mio ufficio, lungo il corridoio incrocio Economia. – Lo speciale comitato di redazione che hai chiesto tu si terrà oggi alla quattordici, l’ho appena saputo – mi dice.
Sento di essere preparato per l’occasione, pronto a rispondere a ogni richiesta di chiarimento o obiezione. Non ho alcuna intenzione di mollare. Ne va non solo del mio equilibrio, ma anche del futuro professionale.
Sala riunioni. – La questione è delicata, – esordisce il Direttore – non basterà una semplice discussione di qualche ora per poter prendere una decisione. C’è da mettere in gioco punti fermi della nostra linea editoriale. Ci sono rischi da evitare con la massima cura, specie per quanto riguarda non improbabili tentazioni di farsi guidare, nel giudicare l’insieme degli eventi, da valutazioni politiche sempre insidiose. Vorrei cominciare da te, Cronaca.
Ho parlato per quasi mezz’ora. Con la freddezza che il caso richiedeva. La mia proposta l’ho esposta senza trascurare alcun aspetto della questione. Una rubrica settimanale dei fatti di cronaca ha lo scopo di dare voce a studiosi della società, a nomi di grande prestigio in grado di fornire un utile contributo all’individuazione delle cause più generali degli accadimenti e alla conseguente definizione di una “filosofia” da seguire per mettere in chiaro ciò che ai vari livelli, istituzionali e non, il giornale si propone di indicare ed essere valutati al fine di tracciare una chiara linea volta a indurre i nostri lettori alla riflessione sulle cause scatenanti dei fatti. Un contributo al risanamento morale della società in cui viviamo.
– Gran parte di quanto hai detto è condivisibile, ma non dimentichiamo che quello che sta succedendo qui da noi, lo si ritrova in molti altri Paesi, particolarmente nel mondo Occidentale... è di ieri l’ennesima sparatoria di uno studente nelle aule di un’Università Usa con una decina di morti – Politica Estera.
– Certo, il problema valica i nostri confini. Non possiamo attribuire tutte le colpe al terreno di coltura del nostro Paese. Occhio agli integralismi, nel giudicare! C’è di mezzo la politica, coi suoi interessi particolaristici. C’è la nostra storia nazionale, non dimentichiamolo – rispondo.
È il Direttore. – Attenzione che il giornale ha degli azionisti ai quali si deve fare riferimento. Che succederebbe, se alterassimo, sia pur inconsapevolmente, le ragioni per le quali il nostro giornale è stato fondato? Dare voce a intellettuali di fama, studiosi affermati, associazioni – compreso il volontariato – che si occupano di queste cose, la stessa Chiesa, può portarci a dare spazio, più di quanto sia utile, a visioni unilaterali provocando confusione, lacerazioni anche, nell’opinione pubblica. Questo, da sempre, è il giornale dell’establishment. Non dimentichiamolo. Ecco allora che la cautela è d’obbligo. Dopo questa riunione ognuno di noi deve riflettere su tutto ciò che è venuto fuori dal nostro scambio di idee. Per cui propongo di aggiornarci tra una settimana. Qui la cautela è d’obbligo.

La tragedia dei migranti, con i sentimenti contrastanti che provoca: spirito di umana accoglienza o giocare sulla paura. Il terrorismo di un certo Islam portato al fanatismo, senza trascurare a questo proposito le responsabilità dell’Occidente: petrolio, traffico d’armi. La guerra del Golfo, per dirla tutta. Fanno da cornice al quadro più generale. Che l’umanità si stia avviando verso il baratro? Mi sento di volerlo escludere con tutte le mie forze, ma mi occorrono solidi elementi per valutare con chiarezza cosa sta succedendo e dove rischiamo di finire.
Sono passati due mesi da quel comitato di redazione per discutere la mia proposta. Ma a tutt’oggi non se n’è fatto niente. Continua a succedere di tutto, e noi facciamo solo cronaca.
– Negli ambienti giornalistici corre voce di un possibile interesse per una nuova non ben definita cordata riguardo al lancio di un’Opa sul nostro giornale. Le è giunto all’orecchio qualcosa? – è il Direttore, che questa mattina mi ha inaspettatamente chiamato nel suo ufficio.
– No.
– Potrebbero solo essere illazioni, ma la mia esperienza mi suggerisce di evitare passi falsi. La sua famosa proposta per ora sarà meglio tenerla in sospeso, se non accantonarla, non possiamo permetterci di creare indebite complicazioni nell’eventualità di un’operazione così delicata.
Di fatto, l’idea della mia nuova rubrica è liquidata. Quelle parole del Direttore me ne danno la certezza.

– Non potevi che essere coerente. Hai fatto bene a dare le dimissioni. Con la tua versatilità, il tuo rigore professionale, l’attività di freelance nel campo giornalistico è la soluzione migliore – Cristina.
Siamo sul nostro terrazzo, è domenica mattina. Sorseggiamo un’ottima Caipirinha.
– Vedi, Cris, la mia coscienza mi ha dato la forza di prendere quella decisione. Non avevo alternativa, ne andava della mia dignità professionale. L’attività giornalistica deve avere un ruolo anche di formazione del senso morale, dell’etica. Del resto, nel nostro campo sono apprezzato e ho già ricevuto alcune offerte da parte di altre testate, giornali e settimanali, che in settimana valuterò. Al più tardi entro un mese sarò in campo, agguerrito e con ottime possibilità di coronare il mio sogno di respingere l’idea che nel mondo in cui viviamo sia stata ormai persa la possibilità di avere rapporti genuini tra la gente, di organizzare il modo di essere in funzione di una pacifica convivenza. Certo, non m’illudo che sia facile eliminare quel tanto o poco di male che non di rado sembrerebbe essere latente nell’animo umano. Ma la possibilità di volgere gli occhi verso la luce esiste. E nessuno ce la può togliere.
– D’accordo, amore, e che ne diresti di pensare a dare più sostanza alla nostra famiglia cercando un nuovo figlio da affiancare a Roby?
Mi ha semplicemente letto nel pensiero.

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