“È straordinaria l'idea che ogni goffagine tua, ogni incertezza, ogni rabbia − insomma tutto ciò che è negativo − può sembrare domani, da un diverso e più sapiente punto di vista, scoprirsi un valore, una qualità, un tesoro positivo. Ma vale anche l'inverso. Ogni tuo vanto può fallire, può mancarti sotto”.

Cesare Pavese

Domenica, 10 Gennaio 2016 00:00

Il salone del barbiere

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Nella (non troppo) amena e ridente cittadina di B. – giacché provatevi voi ad essere ‘ameni e ridenti’ quando nel vostro territorio insiste una discarica di rifiuti oltremodo invasiva, senza neanche (tra l’altro) che ne deteniate la titolarità effettiva, sicché ne “godete” tutto il lezzo senza però che la si conosca nemmeno come “la discarica di B.”, finendo così per non essere nemmeno riconosciuti come titolari di un degrado, bensì due volte vittime: dell’inquinamento e dell’oblìo – in questa cittadina, dicevamo, insisteva, oltre a detta discarica – e oltre ovviamente a tutta una serie d’altre normalissime attività – la bottega, o meglio il salone, di un barbiere.

Invero, com’è intuibile, non era l’unica bottega (o meglio, salone) che insistesse nella (non troppo) amena e ridente cittadina di B., ma tra le botteghe (e i saloni) in cui si acconciavano zazzere e mustacci, questa in particolare raccoglieva una fauna antropica portatrice di storie d’assai variegata e particolare umanità, per cui esserne avventori poteva voler dire, oltre che spendere una cifra assai modica per aggiustare il proprio pelame, avere incluso nel modico prezzo anche uno spettacolare spaccato di una porziuncola d’ecumene altrimenti misconosciuta.
D’altronde, si sa, è verità vulgata, capita sovente che le botteghe (o meglio, i saloni) di barberia vedano concentrate storie e memorie locali, il cui collettore è proprio l’uomo che brandisce forbici, rasoio e fon e che, nel brandire forbici e rasoio (un po’ meno quando armeggia col fon, ché il rumore non favorisce), raccoglie confidenze e confessioni – a volte carpendole con ingegnosità aguzza almeno quanto sono affilate le sue forbici ed i suoi rasoi, frutto di un’esperienza maturata sul campo – divenendo di fatto figura non dissimile da un (molto laico) prete confessore.
Il (molto laico) prete confessore in questione, conosciuto da tutti i suoi avventori (ed anche da coloro che suoi avventori non erano) col nome di battesimo, rigorosamente preceduto dall’appellativo “Mastro” (ovvero “Maestro”, come s’usa per coloro che detengono la titolarità d’un mestiere, da queste parti dialettizzato in “Mast’”), era barbiere d’antica milizia e tutta l’antichità del proprio magistero si specchiava in una bottega (o meglio salone) decisamente demodé ("old style", se proprio volessimo ammantarlo di un fascino che non riuscì mai a possedere): neanche un’insegna fuori, dentro due poltrone professionali, due lavandini, flaconi di dopobarba, lacca e lozioni che avrebbero potuto essere lì da un tempo inquantificabile, cinque o sei sedie per chi doveva attendere, poste attorno ad un tavolino su cui erano adagiate vecchie riviste (unica deroga al contemporaneo: la copia di giornata del Corriere dello Sport) e, in un angolo, la prima vera chicca che all’avventore novizio ingenerava un subitaneo sentimento di fidelizzazione: una scansia bassa che accoglieva impilata un’irregolare silloge di fumetti porno (ma porno porno, eh!), la cui lettura (e... visione) poteva anche indurre il paziente avventore a rinunziare al turno maturato per prolungare il trastullo visivo, prodromo e base probabile per immaginabili successivi maneggi una volta raggiunti luoghi più intimi e privati, per giunta con barba fatta e pelo acconcio.
Per dire ancora di quanto fosse particolare la bottega (ovvero il salone) del nostro barbiere, va precisato, a beneficio di coloro che non lo sapessero, che ogni Masto che si rispetti ha a bottega almeno un giovane (ovvero un apprendista o un aiutante), solitamente etichettato con la locuzione “giovane ‘e barbiere”, alla cui fenomenologia è stata dedicata perfino una canzone. Ebbene, nel caso della nostra bottega (ovvero salone) e del nostro Masto, si registrava il caso più unico che raro di un vero e proprio sovvertimento anagrafico, sicché il Masto – che pure aveva passato la sessantina – aveva alle proprie dipendenze un “giovane” che lo sopravanzava per età di almeno un decennio, unico caso di cui s’abbia contezza di “giovane ‘e barbiere” più vecchio del Masto.
Ma il vero nerbo d’attrazione della bottega (ovvero salone) in questione era costituito dal campionario composito dei suoi avventori – non necessariamente clienti, giacché luoghi come quel salone fungevano e fungono da appendice della piazza cittadina – avventori tanto particolari (tanto “personaggi”, avrebbe detto il Masto) e in numero sì cospicuo che se si fosse voluto metterli tutti assieme – e sono sempre parole del Masto – “non sarebbe bastato un pullman ma sarebbe forse servito un treno speciale”.
Tra questi personaggi diremo d’uno e taceremo di tanti altri, ciascuno dei quali sarebbe probabilmente meritorio di trattazione specifica (nonché magari d’indagine socio-antropologica). Ma un posto di spicco fra gli avventori della bottega (ovvero salone) spetta senza dubbio alcuno al Dottore F.; no, non stiamo parlando di un medico di chiara ancorché locale fama, né di un accademico d’insigne carriera, anzi: il Dottore F. avrà avuto come titolo di studio sì e no l’asilo e forse nemmeno completato. Sagoma smilza, barba ad onorarne il mento, voce roca e stentorea che poteva ricordare quella di un Don King de noantri, non era raro trovarlo in mise che avrebbero potuto d’acchito smentirne il (del tutto presunto) titolo dottorale: canotta marrone, pantaloncini bianchi, ciabatte aperte (altrimenti localmente dette “paposce”) ai piedi ed un eloquio improbabile, capace comunque di catalizzare l’attenzione, vuoi per timbro e tono, vuoi per come quel timbro e quel tono esprimevano bislacchi concetti.
Dovette invece il Dottore F. il proprio titolo “onorario” ad una conquista effettuata "sul campo": anni addietro, durante una sua degenza ospedaliera che molto probabilmente doveva renderlo particolarmente annoiato e forse anche nostalgico del relax che poteva godersi sulla comoda ancorché demodé poltrona del nostro salone di barbiere, il buon Dottore F. (fino a questo punto del racconto ancora semplicemente "Signor F.", laddove il titolo di "Signore" va inteso come concessione estensiva non priva di una certa qual benevola indulgenza), si armò del suo ingegno e si mise all'opera: appropriatosi non si sa come di un camice bianco e indossatolo con la disinvoltura di una mannequin, intraprese un minuzioso giro visite nel reparto femminile dell'ospedale in cui il pover'uomo stava trascorrendo la sua noiosa degenza. Pare che nessuna delle ospiti del reparto femminile ebbe a lamentarsi delle "cure" che il neo-dottore somministrò loro, il che va a tutto merito del nostro eroe da salone. Ebbene, la sua scrupolosità nel palpeggiare le anatomie di più o meno procaci pazienti valse al buon "Signor F." il titolo accademico, rimasto in uso presso i suoi conoscenti e con cui è stato universalmente noto, di "Dottore F.", visto campeggiare perfino sul suo manifesto funebre quando la sua voce roca e stentorea alla Don King si tacque per sempre lasciando la bottega (ovvero salone) orfana dei suoi pur bislacchi concetti.
Fu il primo (e per quel che risulta unico) caso in cui un degente divenne Dottore facendo il… "malato".
Goccia in un mare di stramberie – e forse nemmeno la più grossa – il Dottore F. può essere considerato la metonimia (ora non più) vivente del coacervo di stramberie che si concentrava nella bottega (ovvero salone) del nostro barbiere, intervistatore discreto e custode geloso (ma nemmeno poi tanto) delle confidenze intime della propria clientela, per lo più attempatella anziché no, cui non era raro egli chiedesse con fare discreto e a mezza voce, fra un colpo di forbice ed uno spruzzo di dopobarba, se magari la sera precedente la gentile consorte avesse concesso al cliente intervistato il piacere coniugale di una “’mpizzatella” (citazione testuale).
Venne poi inesorabilmente il tempo in cui anche quella bottega (ovvero salone), priva d’insegna e dall’atmosfera demodé chiudesse i suoi battenti per i sopraggiunti limiti d’età del Masto. Quanto all’anziano “giovane ‘e barbiere”, ne ignoriamo la sorte successiva, così come ignoravamo come fosse possibile l’esistenza di un "giovane ‘e barbiere" più vecchio del Masto.
Quel che sappiamo è che, con la chiusura di quel salone (ma sì, non chiamiamolo più bottega) s’è chiusa una finestra su un microcosmo particolare e strampalato, con le sue storie, col suo teatro circoscritto che aveva nel barbiere il proprio regista, in una porta senza nemmeno l’insegna il proprio sipario.
Scrigno di storie, antologia di vite, ora quella porta resta chiusa, custodendo all’interno, come la sovracoperta rigida e spessa di un libro, la memoria testimoniale di un luogo che fu e del suo tempo che non è più.

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